La mobilità ciclabile è uno degli strumenti più efficaci per rendere le città più sane, sicure e vivibili. Ma una ciclabile fatta male può diventare inutile, se non addirittura dannosa. Troppo spesso in Italia si vedono infrastrutture realizzate in fretta, senza visione d’insieme e senza ascoltare le reali esigenze di chi pedala. Ecco una lista di 10 errori da evitare nella progettazione delle ciclabili urbane, con spiegazioni, esempi ed esperienze che aiutano a capire come farle meglio.
1. Pensare solo al progetto, non all’esperienza d’uso

Una ciclabile può essere ineccepibile dal punto di vista tecnico, ma fallimentare nella pratica quotidiana. Un esempio frequente è quello delle ciclabili con strettoie obbligate o curve a gomito per “risparmiare spazio”, che obbligano il ciclista a rallentare bruscamente o addirittura a scendere dalla bici. Altre volte si trovano slalom tra pali della luce, cassonetti, cartelli stradali o arredi urbani che ne ostacolano il passaggio. L’obiettivo non è costruire “una ciclabile”, ma costruire un’infrastruttura ciclabile che le persone abbiano piacere a usare ogni giorno.
2. Farle a tratti (e mai complete)

Un tratto di ciclabile che finisce nel nulla o si interrompe bruscamente su un incrocio trafficato è un fallimento progettuale. Un caso emblematico è il tratto ciclabile di via Nomentana a Roma: un’infrastruttura ben fatta, ma che termina nel nulla, senza un collegamento sicuro verso il centro. Il risultato? Molti ciclisti, pur apprezzando quel tratto, lo evitano perché l’arrivo è troppo pericoloso. La rete ciclabile deve essere connessa come un sistema arterioso: se mancano i collegamenti, il flusso si interrompe.
3. Ignorare le intersezioni

Molti incidenti tra auto e bici avvengono proprio agli incroci, specialmente in presenza di svolte a destra. Eppure, in molti casi le ciclabili si interrompono in prossimità di un’intersezione, lasciando il ciclista in balia del traffico. In Olanda, invece, gli incroci ciclabili sono progettati con precedenze chiare, isole protette e semafori dedicati, e questo riduce drasticamente il rischio. Anche in Italia si vedono buoni esempi: a Reggio Emilia, ad esempio, alcune intersezioni sono state ridisegnate per migliorare la visibilità e la protezione dei ciclisti. Ma sono ancora eccezioni.
4. Inserirle dove “avanza spazio”

Pensare alla ciclabile come una toppa da mettere dove non passa nessuno è un errore ricorrente. Un caso classico: ciclabili realizzate sul lato opposto rispetto alle direttrici di traffico reale, magari lungo un fiume o dentro un parco, senza collegamenti diretti alle scuole o alle zone commerciali. Queste soluzioni possono funzionare per il tempo libero, ma non rispondono alla domanda di mobilità quotidiana. Le ciclabili urbane devono essere pensate come infrastrutture di trasporto, non come decorazioni accessorie.
5. Non tener conto dei flussi reali

Progettare senza osservare è progettare male. Ad esempio, molte città ignorano il fatto che una buona parte dei ciclisti usa strade secondarie per evitare il traffico, anche se mancano le ciclabili. Intervenire su questi assi preferiti, rafforzandoli con infrastrutture leggere, è molto più efficace che creare percorsi artificiali e poco usati. Milano, per esempio, ha cominciato a utilizzare dati reali sui flussi per pianificare le nuove ciclabili durante il periodo post-Covid: un buon inizio, ma serve continuità.
6. Fare ciclopedonali promiscue pedoni-bici

I percorsi ciclopedonali promiscui sono una soluzione economica e apparentemente semplice, ma spesso inadeguata. Un esempio chiaro è il lungomare di molte città italiane, dove le ciclabili passano in mezzo ai passeggiatori. In questi casi, i ciclisti devono rallentare continuamente, suonare il campanello, o deviare dal percorso. Il risultato? Nessuno è contento. I pedoni si sentono invasi, i ciclisti rallentati, e si moltiplicano i rischi di collisione. Meglio soluzioni separate, anche solo con segnaletica orizzontale ben fatta.
7. Non prevedere parcheggi bici sicuri lungo i percorsi ciclabili

Uno dei motivi principali per cui molte persone rinunciano alla bici è la paura del furto. Senza un posto dove legare la bici in sicurezza, anche la ciclabile migliore perde valore. In molte città italiane, i pochi stalli disponibili sono scomodi, non coperti e spesso mal posizionati. Bologna ha sperimentato bike box custoditi in alcune zone strategiche, mentre Trento ha integrato rastrelliere coperte vicino alle fermate del trasporto pubblico. Soluzioni che funzionano perché integrano l’uso della bici in un sistema di mobilità più ampio.
8. Trascurare la manutenzione delle infrastrutture

Una ciclabile dissestata è pericolosa quanto una strada con asfalto ammalorato per le auto. Buca oggi, buca domani, chi pedala sceglie un altro mezzo. In molte città italiane larghi tratti ciclabili sono invasi da radici che deformano l’asfalto e rendono la guida instabile. E nei mesi autunnali, foglie e pioggia aumentano il rischio di scivolamento. Anche la pulizia periodica, lo sfalcio delle erbacce e la segnaletica aggiornata fanno parte dell’infrastruttura. E devono essere previsti nel bilancio sin dalla progettazione.
9. Pensarle come un “optional”

Trattare la ciclabilità come una misura di contorno, da realizzare solo se avanzano soldi o spazio, è il modo migliore per non cambiare mai nulla. Eppure, dove si investe seriamente, i risultati si vedono. Parigi ha raddoppiato le piste ciclabili in pochi anni, trasformando strade congestionate in assi ciclabili strategici. Il traffico è calato, l’uso della bici è cresciuto, e la qualità dell’aria è migliorata. Non è utopia: è una questione di priorità politiche e progettuali.
10. Progettarle senza ascoltare chi pedala

Molte ciclabili sembrano pensate da chi la bici non la usa. Curve troppo strette, precedenze poco intuitive, percorsi che si interrompono dove servirebbero di più: sono segnali evidenti di una progettazione calata dall’alto, che non parte dall’osservazione dell’esperienza reale di chi si muove ogni giorno in bicicletta.
Coinvolgere associazioni ciclistiche, gruppi locali, genitori che accompagnano i figli a scuola, lavoratori che pedalano per spostarsi in città non è solo una buona prassi partecipativa, ma è anche un modo concreto per evitare errori grossolani. Chi pedala ogni giorno conosce perfettamente i punti critici, le abitudini diffuse, i flussi più utilizzati e le situazioni di potenziale pericolo. Ignorare questa conoscenza significa progettare alla cieca.
Un processo partecipativo non rallenta i lavori, come spesso si teme: al contrario, accelera l’accettazione dell’infrastruttura, migliora la qualità delle soluzioni e riduce i costi di revisione a posteriori. Il confronto con chi usa la strada ogni giorno aiuta a costruire ciclabili più sensate, intuitive e realmente funzionali. E questo, alla fine, si traduce in più persone che scelgono la bici per muoversi in città.
Conclusione
Progettare buone ciclabili urbane non è solo un compito tecnico: è una scelta culturale e politica. Significa decidere chi ha diritto di muoversi in sicurezza, chi può permettersi di usare la città in modo sostenibile e democratico. Evitare questi errori è il primo passo per costruire una città che funziona, per tutti.
E su Bikeitalia continueremo a raccontarlo, perché ogni metro di ciclabile ben fatto è un investimento nel nostro futuro e un passo in più per Trasformare l’Italia in un Paese Ciclabile.


















Nel mio paese, piccolo e totalmente in pianura, si è fatto molto, ci sono buone ciclabili, fatte discretamente bene e che collegano anche le frazioni con il Comune principale, eppure sono perennemente semideserte, la bici intesa come veicolo di spostamento urbano è usata pochissimo. La mentalità dell’auto anche per 500 metri persiste e non credo che in Italia cambierà mai.
Le ciclabili in Italia andrebbero progettate ESCLUSIVAMENTE da ingegneri Olandesi con anni di esperienza. Altrimenti non se ne esce. Gli italiani Non sanno ne progettare le ciclabili ne vogliono imparare a farlo. Tutto il resto è noia. 😏
Nella promiscuità delle utenze (pedoni e ciclisti) questi percorsi sono da definirsi “pedo_ciclabili” e non semplicemente ciclopedonali in coerenza con la segnaletica stradale da codice della strada e rispettando quindi il suo stesso significato che è quello che si parte sempre dell’utenza più debole. Altrimenti sono percorsi ciclabili se in sede propria e quindi identificati e separati da quella solo per pedoni e viceversa ciascuno con la sua cartellonistica propria.
Ottimo articolo
io raramente uso i pezzetti di ciclabile presenti nel mio piccolo comune.
Se ci fosse il limite dei 30km orari e strade meglio tenute, mi sentirei quasi sicuro
Bellissimo articolo; in pratica risalta tutti gli errori della città di Torino per la quasi totalità delle “piste ciclabili” presenti in città.
Documento da inviare a tutte le amministrazioni comunali!
Esiste un’ottima manualistica per la progettazione professionale delle piste ciclabili, disponibile anche sul web. Basterebbe che i comuni la seguissero… un ottimo esempio gratuito qui:
https://matteodonde.com/wp-content/uploads/2024/11/Donde_LineeGuida_RetiCiclabili_web.pdf