Mobilità

Il diritto di parcheggiare sulla ciclabile

Il diritto di parcheggiare sulla ciclabile
La ciclabile in Viale Belforte a Varese prima che venisse realizzato il marciapiede ciclopedonale con i paletti antisosta (da Google Streetview)

“Non ho niente contro le biciclette, per carità, però…” È questo l’incipit universale di ogni crociata contro la ciclabilità urbana in Italia. Ma se proviamo a scavare sotto la superficie delle motivazioni pretestuose – “creano traffico”, “nessuno le usa”, “uccidono i negozi” – scopriamo quasi sempre una verità tanto banale quanto inconfessabile: il vero problema non è la bicicletta in sé, ma il fatto che un’infrastruttura ben fatta impedisce fisicamente l’illegalità.

La “tragedia” di Viale Belforte a Varese

Per capire questo meccanismo, basta guardare a quanto sta accadendo a Varese, lungo Viale Belforte. Su questa arteria urbana la pista ciclabile non è affatto un capriccio caduto dal cielo ieri mattina: uno spazio dedicato a pedoni, biciclette, carrozzine e passeggini esiste già da anni, ma era delineato — come troppo spesso accade — da una semplice striscia di vernice.

Fin qui, tutto tollerabile per l’automobilista medio. In Italia, si sa, la vernice per terra è considerata una sorta di consiglio estetico, una tela astratta su cui poter comodamente appoggiare le ruote di destra. La ciclabile in vernice, di fatto, è stata per anni declassata a corsia di carico/scarico, parcheggio temporaneo per il caffè mattutino o comodo cuscinetto per salire con due ruote sul marciapiede.

Basta farsi un giro sullo storico delle immagini di Google Maps per vedere cosa succedeva fino a poco tempo fa*: auto sistematicamente parcheggiate dentro le linee della ciclabile, che costringevano chi pedalava o spingeva un passeggino a fare slalom, invadere la corsia opposta e rischiare un frontale con i veicoli in arrivo.

Poi, la svolta: l’amministrazione comunale ha commesso un “peccato capitale”, installando dei paletti antisosta fisici a protezione del percorso. Apriti cielo. Sono esplose immediatamente le polemiche, con la consueta litania sulla viabilità distrutta, i posti auto sottratti e il commercio di vicinato condannato a morte certa.

1 incidente su 16: i numeri di un’emergenza

Ma perché l’amministrazione ha deciso di blindare quel tratto? Per un dispetto agli automobilisti? No: la realtà dei fatti smonta qualsiasi retorica garantista della sosta selvaggia.

I numeri ci dicono che su Viale Belforte si concentra da solo 1 incidente su 16 tra tutti quelli che coinvolgono pedoni e ciclisti in tutta la città di Varese. Non stiamo parlando di un vezzo architettonico, ma di un intervento di assoluta emergenza di sicurezza stradale per proteggere l’utenza vulnerabile.

Il vero nervo scoperto: la fine dell’impunità

Fermiamoci un attimo e analizziamo la logica della protesta. I nuovi paletti non hanno sottratto spazio che prima era legittimamente destinato alle auto; hanno semplicemente reso invalicabile un confine che era già vietato superare per legge. Come fa ben notare anche la stampa locale, non si poteva parcheggiare prima dentro le strisce, e non lo si potrà fare domani con i paletti.

Quando un cittadino o un commerciante si lamenta ferocemente per l’installazione di una barriera fisica a protezione di una ciclabile, sta in realtà difendendo, a denti stretti, un diritto illegale acquisito: quello alla sosta selvaggia.

  • Il “posto auto sottratto” era, molto spesso, una sosta sulla ciclabile che impediva il passaggio alle sedie a rotelle.
  • Il “commercio danneggiato” si basa sulla teoria preistorica secondo cui se il cliente non può lanciare il SUV in doppia fila con le quattro frecce davanti alla vetrina, allora eviterà per sempre di entrare nel negozio.
  • La viabilità “rallentata” era in realtà il frutto del continuo slalom che gli stessi veicoli a motore dovevano fare per scansare i loro colleghi parcheggiati ovunque fuori dagli stalli regolari.

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Le scuse creative della “pericolosità”

In questo teatro dell’assurdo, si arriva a toccare vette di pura comicità involontaria. Tra le varie critiche emerse a Varese, c’è chi ha lamentato un presunto “pericolo per chi esce da una tabaccheria” e si ritrova all’improvviso su una pista ciclabile.

È una logica straordinaria: ci si preoccupa dell’atroce pericolo di incrociare una bicicletta che viaggia a 15 km/h su una corsia protetta e ben segnalata, ma fino all’altro ieri si considerava assolutamente normale, sicuro e rassicurante uscire dal negozio e trovarsi un muro di lamiere da due tonnellate parcheggiato sul marciapiede a mezzo metro dalla porta d’ingresso.

La protezione “antisosta selvaggia” dà fastidio

Il caso di Varese è la dimostrazione plastica di una quando una ciclabile – in questo caso specifico un percorso ciclopedonale sul marciapiede – viene protetta con elementi verticali accade un piccolo miracolo: lo spazio pubblico torna a essere diviso in modo equo e le regole del Codice della Strada vengono fatte rispettare dalla geometria, senza bisogno di un vigile urbano su ogni blocco.

Ed è esattamente questo che manda in tilt chi oppone resistenza al cambiamento: si protesta contro le ciclabili protette perché la legalità fisica non si può negoziare e non ammette la scusa del “sono solo cinque minuti, giuro che vado via subito”.

Più paletti, meno ipocrisia

Le amministrazioni comunali di tutta Italia dovrebbero trarre un insegnamento prezioso dal caso di Viale Belforte: ogni volta che l’installazione di una protezione antisosta su una ciclabile genera rumore, indignazione e raccolte firme, significa che quell’infrastruttura sta funzionando esattamente come dovrebbe.

I paletti a difesa della ciclopedonale “curano” una zona affetta da sosta endemica e abuso di suolo pubblico. Smettiamola di chiamare “libertà di muoversi” quella che è, a tutti gli effetti, la pretesa di poter parcheggiare ovunque a spese della sicurezza (e della vita) altrui.

*[Fonte]

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