Buone Pratiche

“Chatta, guida, muori”: la campagna shock

“Chatta, guida, muori”: la campagna shock

Tre parole, senza filtri e senza gli alibi a cui ci hanno abituato i media quando si parla di violenza stradale. La nuova campagna sulla sicurezza voluta e creata dagli studenti bolognesi, in collaborazione con la Fondazione Michele Scarponi, è un pugno nello stomaco. E ha anche una colonna sonora.

Smettiamola di chiamarli incidenti, smettiamola di parlare di “auto impazzite”, “strade killer” o fatalità ineluttabili. La violenza stradale è causata da comportamenti precisi e irresponsabili, e questa volta la lezione arriva da chi, sulla strada, è spesso il soggetto più vulnerabile e al tempo stesso il futuro delle nostre città: i giovani.

In un’Italia dove la narrazione dominante e le politiche dei trasporti sono autocentriche, da Bologna arriva una scossa. Una campagna di comunicazione visiva e musicale che rovescia il tavolo e punta dritto alle vere cause della strage quotidiana che si consuma sull’asfalto.

La campagna: un messaggio diretto, senza sconti

“Corri, guida, muori” | “Chatta, guida, muori” | “Bevi, guida, muori”.

Tre declinazioni, uno schema logico inesorabile. Un’azione evitabile (la velocità, lo smartphone, l’alcol), la responsabilità di un mezzo pesante messo in moto (guidare) e la conseguenza finale e definitiva (morire). Gli studenti hanno scelto parole lapidarie, eliminando qualsiasi vittimizzazione secondaria e puntando i riflettori su chi detiene il controllo del veicolo.

L’iniziativa è il risultato di un lavoro che ha coinvolto circa 60 studenti degli istituti superiori dell’area metropolitana bolognese. L’Istituto Fantini di Vergato, l’Istituto Aldini Valeriani e il Liceo Musicale “Lucio Dalla” (appartenente al Laura Bassi).

Il ruolo della Fondazione Michele Scarponi

A guidare e affiancare i ragazzi in questo percorso di consapevolezza è stata la Fondazione Michele Scarponi, realtà da sempre in prima linea nelle scuole di tutta Italia per seminare la cultura del rispetto reciproco nello spazio pubblico.

Come ricorda Marco Scarponi, segretario generale della Fondazione: “Il punto di partenza del confronto con gli studenti si costruisce attorno a un principio fondamentale: nessuno sulla strada è un automobilista, un pedone, un ciclista, un motociclista o un camionista, ma siamo tutti, innanzitutto, persone”.

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“Il peso di una vita”: la colonna sonora che invita a fermarsi

La forza visiva dei manifesti shock non cammina da sola, ma è accompagnata da una vera e propria colonna sonora. Si intitola “Il peso di una vita”* ed è un progetto discografico e video interamente scritto, suonato, cantato e autoprodotto dagli studenti del Liceo Musicale “Lucio Dalla”.

Le musiche (firmate da Eric Koci, Leone Ferrari, Giorgio Maldini), il testo (di Aurora Saccà, Michele Spinabelli, Eric Koci) e il lavoro di produzione audio e mix (di Luca Cioppi) hanno dato vita a un brano che non è il solito jingle istituzionale calato dall’alto, ma il grido spontaneo della Generazione Z.

Nel presentare la canzone e il videoclip, i ragazzi del Laura Bassi ne hanno spiegato il senso. “La strada non è solo asfalto. È il posto dove cresciamo, ci muoviamo, torniamo a casa, incontriamo gli amici, viviamo. Questa canzone non nasce per giudicare. Nasce per fermarsi un attimo. E ricordarci il peso di una vita”.

Una lezione per il mondo adulto

Questa campagna è un manifesto politico – nel senso più nobile del termine – e culturale. Mentre a livello governativo assistiamo troppo spesso a riforme del Codice della Strada che ignorano le vere priorità per proteggere gli utenti vulnerabili (pedoni e ciclisti), sessanta adolescenti ci ricordano l’urgenza di prendere sul serio il peso delle nostre azioni quando impugniamo un volante.

“Chatta, guida, muori” non è solo uno slogan shock. È lo specchio implacabile messo di fronte a una società che considera normale guidare guardando il display dello smartphone.

Saremo abbastanza maturi, come adulti, da ascoltarli?


Il peso di una vita

(testo completo)

Guardo l’ora sul quadrante, tempo fermo in un istante
Salto nel vuoto, il fuoco scotta, tutto quanto è saltante.
Uno sbaglio, un abbaglio, destino già segnato
C’ero io su quel sedile, ma il domani è trapassato.
Troppa fretta nella foga, sangue freddo che mi affoga
Anima in bilico, panico clinico, il cuore si deroga
Sono affacciato al balcone, ossessione in prigione
Il talento si disperde in questa pessima visione.

Il peso di una vita sopra la mia coscienza
Ho perso la partita per la mia impazienza
Non guardo indietro perché ho troppa diffidenza
Il mio nome sulla cronaca, è fredda la sentenza.

Restiamo qui.
In un portale.
L’amore muore
E fa male
È tutto un crollo e
Un peso al cuore
Ma il mio mondo finisce qui

L’auto è un’arma carica, la guidi come una pistola
Colpisci all’improvviso, la voce si ferma in gola
Un passo, un messaggio, la vita che sì vola
Un pedone, un dolore, una strada che resta sola.
E non conta più niente quel bambino di anni fa
Stringimi forte mamma, prima che il buio verrà.

Lancette ferme sul quadrante, è un’eclissi di momenti
Sento il metallo che stride, i sogni diventano frammenti
Non è uno sbaglio, è un abisso, un battito di ciglia
E la mia vita che correva ora è cenere e bottiglia.
Avevo il sangue che bolliva, puntavo alla vittoria
Ma ho bruciato il domani scrivendo una tragica storia
Affacciato a ‘sto balcone, la mia ossessione mi divora
Il talento cade a terra e la colpa mi perfora.

È un macigno sulla schiena, è un’assenza di coscienza
Ho venduto il paradiso per un grammo d’incoscienza
Piede sul freno ma il colpo è di scena, la vita si sgrana, la morte è catena,
ho il sangue che freme, la colpa che preme, restiamo nel fango a marcire insieme.

È un lampo, un impatto, ho infranto ogni patto, il cuore è un detrito, il cranio è distratto,
non vedi che scatto? Mi perdo nel fatto, la strada mi mangia, mi sento un astratto.
È un crono che corre, la torre che crolla, la folla che urla, la mente che molla
la vita è una sola, si ferma in gola, un bacio, un messaggio, la fine alla scuola.
Non c’è più lo spazio, non c’è più il tempo, divento silenzio, divento tormento,
un urto, un lamento, un freddo momento, respiro l’asfalto, mi sento uno spento!

Restiamo qui.
In un portale.
L’amore muore
E fa male
Tutto un crollo e
Un peso al cuore
Ma il mio mondo finisce qui

[Fonte]

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Commenti

  1. Salvatore ha detto:

    Oltre trent’anni fa ho visto incollati al lunotto di due auto queste due semplici frasi. allora non c’erano gli smartphone, i social e le chat, ma esisteva, ieri come oggi, la pessima abitudine a premere a fondo il pedale dell’acceleratore sempre e dovunque.
    Erano due semplici inviti molto forti ad andare piano.
    Uno diceva “MEGLIO PERDERE UN ATTIMO DI VITA CHE LA VITA IN UN ATTIMO”.

    L’altro sembrava l’invito ad andare piano fatti da un bambino che voleva tornare a casa sano e salvo.
    Diceva “LA MAMMA NON MI ASPETTA”.

    Ancora in quel periodo andava in onda alla radio una trasmissione di Oliviero Beha che aveva come sigla il testo di una canzone con un ritornello che ripeteva l’invito di un bambino ad andare adagio e diceva
    “NON CORRERE PAPÀ, NON CORRERE PAPÀ, LA MAMMA È MORTA GIÀ SULL’AUTOSTRÀ”

    Vista la situazione, penso non sia servito a nulla, come molto probabilmente non servirà a nulla la campagna degli studenti bolognesi.

    Senza controlli e pene severa saranno solo e sempre tempo sprecato e parole al vento.

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