Negli ultimi anni, in molte città italiane si parla sempre più spesso di piste ciclabili, strade sicure e mobilità sostenibile. Si vogliono città più a misura di persona con meno traffico e meno smog. Ma appena un Comune prova a costruire una nuova ciclabile o a togliere qualche parcheggio, scoppia la polemica: proteste, insulti, commenti furiosi, eccetera eccetera.
Questo fenomeno ha un nome preciso: Bikelash.
Cos’è il Bikelash
La parola viene da “bike”, cioè bicicletta, e “backlash”, che significa reazione negativa. In pratica, il Bikelash è la rabbia o la resistenza che nasce quando si fanno politiche a favore della bici o si riduce lo spazio per le auto.
Non è una guerra tra ciclisti e automobilisti, anche se spesso sembra così. È piuttosto un segnale di quanto siamo legati alle nostre abitudini e di quanto ci spaventa cambiare. Ci mostra che modificare il modo in cui viviamo la città non è solo una questione di traffico, ma soprattutto culturale.

Perché succede
Per capirlo, basta guardare le nostre città. Da sempre sono state costruite intorno alle automobili: strade larghe e parcheggi ovunque. Muoversi a piedi o in bici è sempre stato considerato qualcosa di strano, da sportivi o da chi non poteva permettersi un’auto.
Oggi, quando si prova a cambiare e a restituire un po’ di spazio alle persone, molti lo vivono come una perdita: meno parcheggi, più traffico, paura di perdere clienti se si ha un negozio su una via pedonalizzata. Sono timori comprensibili, ma quasi mai reali: dove le piste ciclabili sono ben fatte, la qualità della vita cresce e anche i negozi ne traggono beneficio.
C’è poi la questione culturale: per molti l’auto resta uno “status symbol”, mentre la bici è vista come un mezzo da poveri, da ambientalisti o da “strani”. Questi pregiudizi in Italia e non solo, contano ancora molto nel modo in cui immaginiamo la città.

Come si manifesta
Il Bikelash a volte è una protesta vera e propria, con petizioni e raccolte firme. Altre volte è una valanga di commenti indignati sotto un post sui social. C’è chi parla di “traffico impazzito per colpa dei ciclisti”, chi chiede di “rimuovere subito quelle strisce gialle che tolgono spazio alle auto”.
In certi casi le polemiche diventano così forti che le amministrazioni decidono di fare marcia indietro e smantellano una ciclabile appena realizzata. Eppure i dati dicono che la maggioranza dei cittadini è favorevole a misure che rendano le strade più sicure. Solo che chi si oppone è più rumoroso, e quindi viene ascoltato di più. Forse.

Il ruolo dei media
Sui social bastano pochi minuti sotto un post per trasformare una discussione sulla mobilità in una guerra tra fazioni. I commenti diventano aggressivi, e sembra che ci siano solo due categorie: automobilisti da una parte, ciclisti dall’altra.
Ma nella realtà non è così. Quasi tutti noi, a seconda dei giorni, siamo un po’ entrambe le cose: usiamo l’auto, i mezzi pubblici, i piedi o la bici, secondo le esigenze. Non esistono due “tribù” separate, esistono solo persone che si devono muovere.
Il linguaggio dei social, però, ci spinge a scegliere un lato, a semplificare tutto, a vedere nell’altro un nemico. Così il confronto si blocca e il cambiamento diventa più difficile.
Perché è importante riconoscerlo
Il Bikelash non è solo fastidioso: è un vero ostacolo al cambiamento. Ogni volta che una pista ciclabile viene bloccata o rimandata per paura delle proteste, perdiamo tempo e occasioni per rendere le nostre città più vivibili. Eppure, le ciclabili non servono solo ai ciclisti: migliorano la sicurezza di tutti, riducono gli incidenti, puliscono l’aria e creano spazi più accoglienti per le persone.
Per questo capire il Bikelash, parlarne e gestirlo è fondamentale. Cambiare una città non è solo un lavoro tecnico: è un processo culturale. Serve spiegare, ascoltare, mostrare i vantaggi e rispondere alle paure. Quando le persone si sentono coinvolte, la resistenza si riduce e il cambiamento diventa possibile.
In Repubblica Ceca, ad esempio, si è visto cosa succede quando quel malessere non viene ascoltato. Lì è nato un partito che difende l’automobile come simbolo di libertà. Si chiama “Automobilisti per se stessi” e, guidato dall’ex pilota Filip Turek, ha ottenuto oltre il 6% alle ultime elezioni. Il suo messaggio è semplice: basta con piste ciclabili, Zone 30 e regole che penalizzano chi guida. Dietro quel consenso c’è la stessa reazione che vediamo ovunque: la paura di essere esclusi da una trasformazione che sembra pensata da altri, per altri.
Come si può affrontare
Contrastare il Bikelash non significa zittire chi protesta, ma trovare modi per discutere senza scontrarsi. Alcune idee possono aiutare:
- Coinvolgere i cittadini prima di iniziare un progetto, spiegando cosa si vuole fare e perché.
- Raccontare storie reali, non solo numeri: il genitore che accompagna i figli a scuola in bici, l’anziano che finalmente può camminare tranquillo su un marciapiede largo.
- Essere trasparenti: dire cosa cambierà, anche se all’inizio può creare disagi.
- Far parlare la maggioranza silenziosa, quella che apprezza i miglioramenti ma non commenta sui social.
- Mostrare i risultati concreti: meno incidenti, più sicurezza, più persone che scelgono di muoversi senza inquinare.
Quando i benefici diventano visibili, le critiche perdono forza, perché i fatti parlano più forte delle parole.










sono un ciclista urbano, mi piace definirmi così. attraverso la città dove vivo in lungo e in largo (purtroppo molte volte con l’auto anche). ho notato spesso il fastidioso fenomeno del bikelash sul quale fate un giusto focus. temo sia dovuto (in parte/o tutto) anche all’invidia che molti automobilisti, incolonnati fermi e tristi, hanno di chi sceglie di spostarsi in libertà (ed ecologia) pur dovendo respirare non salutari gas di scarico everywhere. bisogna andare nelle scuole ad insegnare l’uso corretto della bici e l’importanza di questa scelta che diventerà a breve anche la più conveniente
Ho letto con interesse la tua critica, che tocca punti cruciali sulla sicurezza stradale, ma credo che l’analisi rischi di generalizzare eccessivamente.
È innegabile che molti ciclisti commettano infrazioni, come gli automobilisti. Inoltre le piste ciclopedonali sono spesso un compromesso inadeguato (“il compitino” comunale) che costringe i flussi di biciclette e pedoni a scontrarsi, creando i conflitti che descrivi (come il “pista!” urlato impazientemente). L’unica soluzione è una rete ciclabile separata. Biciclette elettriche truccate: questo è un problema di illegalità, non di mobilità. Il ciclista non è sempre contromano in modo abusivo, esistono doppi sensi ciclabili su strade a senso unico per gli altri veicoli (spesso in ZTL). Il sorpasso a destra in colonna in caso di veicoli fermi o in lentissimo movimento, il CdS punisce il sorpasso solo se si invade la carreggiata destinata al senso opposto, quindi , anche se la bicicletta è considerata un veicolo, poiché il ciclista procede sul margine destro della propria corsia senza invadere l’opposta, questa manovra è procedere in file parallele. La bici, se ha spazio sufficiente e usa la massima prudenza e velocità ridotta, può lecitamente passare sulla destra.
La soluzione al problema è molto più complessa!
Bell’articolo! Tocca un punto fondamentale: la radice del problema non è l’infrastruttura, ma sono le abitudini.
È vero, se si è abituati a usare l’auto per andare al lavoro, si continuerà a farlo per inerzia, anche quando il tempo di percorrenza raddoppia. Questo è il nodo da sciogliere.
A mio avviso, l’ordine di priorità per una vera svolta nella mobilità urbana dovrebbe essere:
Chiusura del Centro Storico: Nelle città come Verona, il centro storico dovrebbe essere interdetto al traffico privato.Potenziamento del TPL: Contemporaneamente, investire in mezzi pubblici efficienti e capillari.Ciclabili: Solo dopo aver garantito i primi due punti, si può affrontare l’estensione della rete ciclabile.
Prendiamo l’esempio di Verona, dove risiedo. Andare da sud a nord della città in auto, in orario scolastico, significa impiegare almeno il doppio del tempo rispetto alla bicicletta. Nel mio caso, è quasi il triplo, senza contare la snervante ricerca di un parcheggio.Per il mio tragitto (8 km all’andata e 8 al ritorno, quindi perfettamente gestibile), la bicicletta è la scelta più rapida. Eppure, ogni giorno vedo file interminabili di auto, per la stragrande maggioranza con una sola persona a bordo. Questo dimostra quanto sia difficile abbandonare il comfort percepito dell’automobile.
C’è, però, un segnale che il mondo stia cambiando anche culturalmente. Pensiamo ai manager americani, dove il nuovo status symbol è il fisico scolpito e un tempo competitivo in maratona. Raggiungere risultati fisici richiede costanza, resilienza e programmazione, qualità che si riflettono inevitabilmente sull’efficacia nel lavoro.
La scelta della bicicletta non è solo ecologica o salutare; è un’affermazione di efficienza, gestione del tempo e disciplina personale. È in questo cambio di mentalità che risiede la vera speranza per superare il “bikelash
su dieci commenti, nove più o meno contro ciclisti e ciclabili, su un sito che si chiama bike Italia…
Ma dove vogliamo andare?
fred3000, è esattamente il contrario. Due settimana fa dovevo recarmi un luogo a 5 km da casa, presa la macchina, impiegato 28 minuti tra stress per il traffico, ricerca parcheggio, trovato a venti metri in linea d’aria ma con una strada in mezzo impossibile da attraversare perché bisognava velocizzare il traffico, quindi fatti 500 metri a piedi, corsa al semaforo per tempi misurati su corridori, sempre per velocizzare il traffico, e via discorrendo. La seconda volta In bicicletta, mi sono gustato la città pedalando in tranquillità, 22 minuti e ho parcheggiato a destinazione, anzi ho piegato la bicicletta e me la sono portata dentro. Come fai a sostenere che i ciclisti hanno tempo da perdere?
Sono un Ciclista agonista da 15000 km anno e un automobilista / autotrasportatore da 80000 km anno. Secondo me si potrebbe anche risparmiare i soldi delle piste ciclabili, in effetti si vedono in giro delle opere d’arte che meglio non commentare, partirei proprio dal fatto che la strada è di tutti e investirei sulla cultura stradale e sulla tecnologia, per esempio campagne di sensibilizzazione sugli utenti deboli della strada ( per cortesia basta con il fatto che i ciclisti sono indisciplinati, se un automobilista è indisciplinato muore un ciclista, se un ciclista è indisciplinato muore ancora il ciclista, non mi sembra che a causa della stessa indisciplina ci sia una parità di risultato, diciamo che tra i due quello armato è l’automobilista, quando esco in bici devo stare attento a non essere ucciso, quando esco in auto devo stare attento a non uccidere, non so se è chiaro il messaggio…) e per la tecnologia inibire il funzionamento dei cellulari in auto se non solo per le chiamate con vivavoce, sarebbe un buon punto di partenza
C’è anche da dire che in Italia le cose vengono fatte all’incontrario: prima delle piste ciclabili va organizzato un trasporto locale molto capillare, efficiente e a costo calmierato (così che con la certezza di poter muoversi ovunque, a qualunque ora pure adattandosi e degli orari e ad un costo inferiore a quello che costa la macchina le persone andrebbero di più con i mezzi pubblici) che toglie macchine dalle strade e dopo si progetta strade ciclabili dedicate, sicure e separate il + possibile traffico macchine.
Io credo che buona parte del problema risieda anche nel come le piste ciclabili vengono progettate..
nella zona dove abito c’è una statale che passa attraverso diversi paesi ( 20000-40000 abitanti), oltre a semafori e ostacoli vari adesso ci si mettono pure grandi piste ciclabili che restringono la carreggiata proprio in alcuni punti dove il traffico era finora scorrevole. conoscendo i luoghi osservo che spazio urbano per fare piste meno impattanti c’era, perché non fare una progettazione che pensasse al benessere di tutti ciclisti e non?
Io ogni giorno devo percorrere 52 + 52 km purtroppo farli in bici non è credibile e nemmeno con i mezzi pubblici. Ma ciò non significa che le varie miopi amministrazioni pubbliche locali lungo il mio percorso debbano in ogni modo ostacolarlo. Sono anche una ciclista e la situazione non è facile neanche da questo punto di vista è inutile costruire faraonici tratti di pista se poi finiscono nel nulla o non sono utilizzabili per andare da nessuna parte…
Caro fred3000 ,probabilmente dovresti rileggere l’articolo senza preconcetti.
Dove sta il lusso di usare la bicicletta ,per andare al lavoro ,o magari a scuola ,a fare la spesa ,a trovare un amico o per qualunque cosa senza prendere la macchina? Accettando di correre il rischio di venire ammazzati da qualche persona che guida un’auto oppure un camion , accettando di essere esposti al maltempo e il freddo d’inverno , sudando sotto il caldo dell’estate.
La bici ,usata in sostituzione della macchina ,per tutti quegli spostamenti all’interno delle città ,non è un lusso dovuto al tempo maggiore a disposizione ,e la vita frenetica di chi deve correre per fare le cose è accentuata dall’uso dell’automobile (uno degli status symbol del mondo ,e questo è un fatto ,non un’opinione) che brucia il tempo delle persone come brucia il carburante , tempo passato incolonnati soprattutto e che genera quella frustrazione che magari si cerca di scacciare via pestando sull’acceleratore appena possibile.
Le macchine non hanno più futuro in città e prima la gente lo capisce e prima le città verrano trasformate in un posto migliore dove spostarsi.
Non c’è del tempo libero per cui si ha il privilegio di usare la bicicletta ,ma si usa la bicicletta per riappropriarsi del tempo libero che altrimenti verrebbe sprecato rimanendo prigionieri della macchina.
Anche i mezzi pubblici quali il tram ,la metropolitana ed il treno ,concorrono all’abbandono della macchina quale mezzi di spostamento in città.
Chi non ha capito niente quindi non è l’autore dell’articolo , e se sei stanco della vita frenetica e del correre per mancanza di tempo ,vuol dire che sei stanco della macchina e il mio consiglio è di cominciare a pensare a qualcosa di alternativo per muoverti ,almeno in città.
“C’è poi la questione culturale: per molti l’auto resta uno “status symbol”, mentre la bici è vista come un mezzo da poveri.”
Veramente è proprio il contrario: chi può permettersi il lusso di andare in bicicletta vuol dire che ha più tempo, che ha meno cose da fare, che non ha una vita frenetica come invece ce l’hanno i “poveri” che devono correre da una parte all’altra come palline da flipper per riuscire a far quadrare tutto nella giornata.
E la cosa più grave è che l’autore dell’articolo non l’abbia capito, forse perché fa parte di quella schiera di privilegiati che possono permettersi il lusso di andare in bicicletta.
La quantità di infrazioni che vengono commesse dai ciclisti è immensamente superiore a quella di tutti gli altri veicoli con targa (sì…le biciclette sono veicoli per il CdS). Spesso senza dotazione obbligatoria, te li ritrovi sui marciapiedi, contromano, sulle strisce pedonali, passano con il rosso, sorpassano a destra affiancandosi pericolamente, legano la bici ovunque capiti, senza luci, affiancati sulle strade extra urbane, a velocità folle sulle cico-pedonali dove chiedono strada urlando “pista!” o scampanellando impazienti sbattendosene dei pedoni, sui sentieri se non ti scansi ti travolgono, non usano le ciclabili per andare più veloci…e mai visto fare una multa a un ciclista. Per non parlare delle bici elettriche “truccate” che vedo sfrecciare a 40 km l’ora senza targa, senza luci, senza assicurazione, senza casco. Quindi se come pedone o automobilista/motociclista a volte perdiamo la pazienza forse non abbiamo sempre torto…
Ottimo, è esattamente quello a cui mi riferivo nel mio commento all’articolo sugli incentivi del governo inglese per favorire l’uso della bici. Diciamo anche che, ahimè, spesso sono i comportamenti di molti ciclisti urbani a innescare un odio verso la categoria e verso le ciclabili. Siamo visti come sistematici violatori delle norme e quindi non degni di essere ascoltati. In 25 anni di bike to work ho sì visto crescere il numero di ciclisti ma in troppi ritengono ancora più importante impugnare lo smartphone piuttosto che dotarsi di luci