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Il 63% dei ciclisti uccisi in Spagna nel 2012 indossava il casco

News • di 15 Ottobre 2013

Spagna casco obbligatorio bici

Il 63% dei ciclisti uccisi in Spagna nel 2012 indossava il casco. A riferirlo è El Pais, citando i dati raccolti dalla Direzione Generale del Traffico (DGT). I dati sono stati diffusi dal quotidiano iberico a pochi giorni dall’approvazione da parte del Consiglio del Ministri spagnolo della nuova Legge sul Traffico e sulla Sicurezza Stradale, che prevede il casco obbligatorio – per ora – solo per i minorenni, e l’aumento dei limiti di velocità in autostrada da 120 a 130 km/h. Dopo l’ok del CdM, la scorsa settimana, si attende ora solo il via libera da parte del Parlamento. L’introduzione del casco obbligatorio, sebbene riguardi per ora solo i minori di diciotto anni, potrebbe presto essere estesa a tutti; un’apposita commissione parlamentare starebbe infatti valutando l’opportunità dell’allargamento della norma intervenendo direttamente sul Codice della Strada.

Durissima la reazione di ConBici, coordinatrice di 51 associazioni spagnole schierate già dalla scorsa primavera in aperto contrasto con la nuova norma. Ma contro l’obbligatorietà del casco non ci sono solo le associazioni di ciclisti urbani; anche l’Associazione dei Ciclisti Professionisti (ACP), i rappresentanti dell’industria ciclistica – attraverso la Bicicletta Business Platform (PEB) – l’Associazione dei Produttori (AMBE), e decine di amministrazioni comunali, hanno espresso il proprio parere contrario ad una legge che servirebbe soprattutto a disincentivare gli spostamenti in bicicletta e a far diminuire la già esigua quota di ciclisti abituali.

Secondo ConBici, la Direzione Generale del Traffico spagnola, stupita della reazione dei ciclisti e delle associazioni, avrebbe nelle ultime settimane diffuso dati distorti riguardo l’incidentalità in bici e l’efficacia dell’introduzione del casco obbligatorio. Ad esempio che il 70% delle morti in bici sia causata da lesioni cerebrali. “Un messaggio pieno di allarmismo“, ha replicato ConBici, che sottolinea come dal 2000 al 2005 i dati ufficiali dicano che i decessi legati a traumi cerebrali non hanno superato l’un terzo di quelli totali e che da allora non risultano ulteriori indagini in merito.”Sarebbe invece opportuno – prosegue ConBici – analizzare le condizioni in cui si sono verificati questi decessi. Dei 72 ciclisti morti nel corso del 2012, 53 su strade extraurbane e 19 in città, il 63% (45) indossava il casco. E’ evidente che la maggior parte degli investimenti mortali avviene ai danni di ciclisti muniti di casco senza che questo riesca a salvare le loro vite.” L’associazione ConBici tiene poi a specificare che è fuori discussione l’utilità del casco per proteggersi da eventuali cadute e lesioni al cranio ma vuole piuttosto evidenziare come il prevedibile calo di uso della bici sia potenzialmente peggiore a lungo termine traducendosi in minore sicurezza per i cittadini che, in numero inferiore, continueranno ad andare in bici.

Esperienze di introduzione del casco obbligatorio si hanno in Canada e in Australia. Nello stato nordamericano il casco è obbligatorio in cinque province: la Colombia-Britannica, l’Alberta, l’Ontario, il Nuovo-Brunswick e la Nuova-Scozia. Sebbene uno studio abbia rilevato una diminuzione del 52% della mortalità tra i ciclisti, l’origine del dato è controversa: allo stesso tempo, infatti, in Quebec il numero di vittime è ugualmente diminuito senza alcun obbligo nonostante un aumento del numero di ciclisti nello stesso periodo. In Australia, invece, il casco è obbligatorio dal 1991, ma malgrado la percentuale di ciclisti che portano il caso sia passata dal 30% all’80%, secondo uno studio del 2006 del British Medical Journal né il numero di ciclisti ricoverati né la percentuale di feriti al cranio è cambiata notevolmente.

Per la libertà di uso del casco in bici è anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo Etienne Krug, direttore del dipartimento di prevenzione della violenza, infortuni e invalidità dell’OMS, “non esiste una sufficiente riprova scientifica che costringendo le persone a indossare il casco si riducano gli incidenti“. Ma oltre agli studi ci sono diverse realtà che dimostrano senza necessità di ricorrere a calcoli che, ammessa e non concessa l’utilità del casco, non è con l’introduzione di questa norma che si incentiva la mobilità ciclistica e si garantisce sicurezza a chi pedala. E’ il caso dell’Olanda, Paese dove si verifica il maggior numero di spostamenti in bici al mondo senza alcun obbligo di indossare il casco. Sebbene siano in apparente contraddizione con quest’ultima affermazione, altri dati dicono anche che l’Olanda è il Paese con il più alto tasso di mortalità in bici per abitante (10,7 decessi su un milione di abitanti) mentre la Spagna è quello con il rapporto minore: 1,3 su un milione. La causa di questa differenza è, come accennato prima, l’altissimo numero di spostamenti in bici pro-capite tra gli olandesi e viceversa tra gli spagnoli. Combinando i due dati, infatti, risulta che in Olanda avvengono in bici 15 decessi ogni miliardo di chilometri percorsi mentre sulla stessa distanza, in Spagna, 50 (record negativo in Europa).

ConBici fa notare come 48 dei 72 ciclisti uccisi nel 2012 abbiano subìto uno scontro con un’autovettura, e che quindi il casco sarebbe utile solo come strumento di sicurezza passiva, mentre se si volesse agire alla radice del problema, per scongiurare non solo gli effetti degli scontri ma gli scontri stessi, si dovrebbe intervenire su altro, ad esempio sulla moderazione della velocità delle automobili e sulla realizzazione, ove possibile, di corsie e piste ciclabili.

Infine, tralasciando per un attimo dati e statistiche, l’associazione ConBici cerca di dare una spiegazione ad una decisione apparentemente inspiegabile e a quello che ha definito uno “sporco esercizio di manipolazione” da parte della Direzione Generale del Traffico. Il sospetto è che dietro l’introduzione del casco obbligatorio per i ciclisti ci sia lo zampino delle compagnie assicurative. “Con le modifiche al Codice della Strada le compagnie speravano in un obbligo di assicurazione per tutti coloro che circolano in bicicletta in città. In questo modo – spiega a El Pais il rappresentante di un’associazione spagnola pro-bici che ha voluto restare anonimo – in caso di incidente che coinvolga una persona senza casco le assicurazioni avrebbero un valido motivo per non pagare alcun risarcimento.







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