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Il sole tramonta a Punta Sabbioni

Diari • di 5 Maggio 2014

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18.12.2013.
Ciao a tutti. Mercoledì prime ore del pomeriggio esco per provare le ultime cose in vista della randonnée del Garda. I chilometri saranno 160/170 con andatura tranquilla. Partenza ore 13 00/13 30, arrivo prima di cena. L’invito è aperto a tutti, soci e non.
Un saluto a tutti.
Massimo

Questa è la comunicazione-invito del caro Massimo, recidivo in questa impresa, compiuta già quattro o cinque volte in solitaria… ma quanta passione, quanta volontà in quest’uomo.
Qualcuno può dire “Beh! Cosa ci vuole?… con un po’ di allenamento…” . È vero non c’è nulla di eccezionale… a dirla, ma bisogna provare per credere come si suol dire, e mai l’immaginazione arriva dove arriva l’azione, mai vede quel che vedono gli occhi, mai sente il lamento dei muscoli e l’energia che piano piano si va esaurendo.

L’immaginazione mi spinge a questa sfida, a verificare quanto sia diverso vivere l’esperienza, a stimolare la sete di avventura, la voglia di sensazioni nuove.
Sensazioni che provo a descrivere per far ricredere quel qualcuno che, comodamente seduto in poltrona al calduccio sminuisce l’impegno, e che mi disintossicano.

Fra quei tutti non c’è Andrea, quindi mi premuro di avvisarlo… con successo, perché è l’unico a partecipare, già questo risponde al “Cosa ci vuole”.
“Ciao Massimo sono Romeo, dove e a che ora” mi descrive l’itinerario concludendo:
“In piazza a Carpenedo alle 13 30, chi prima arriva aspetta… al sole”
Mi è piaciuto molto “al sole” ho sorriso divertito, rallegrato dal dettaglio.

Arrivo all’appuntamento con dieci minuti di anticipo, il tempo di passare in rassegna ricordi del luogo: la chiesa, la piazza dove molti anni or sono facevano capolinea i filobus diretti a Marghera o Venezia, la stretta viuzza che conduce alla casa dove abitava mia zia… quante volte cronometravo il percorso da casa mia, a Marghera, a casa dei cugini, fatto in bici a tutta. Cronometrato pure oggi… non è cambiato: stesso tempo dell’adolescenza.
Ecco Massimo spacca il primo a seguire Andrea spacca il secondo, lasciamo i cocci e via per la stretta viuzza… ciao zia che non ci sei più.

Fuori dal centro si entra a regime di andatura “tranquilla” realizzo immediatamente che devo accodarmi se voglio completare il giro, lego un cordino invisibile, inesistente tra il tubo sella della bici di Massimo e il piantone anteriore della mia: mi sono assicurato il successo della gita. Andrea, quarantenne, può permettersi di affiancare Massimo e addirittura di conversare, a me non resta che ascoltare le interessanti notizie che si scambiano. Favaro, Dese, Zuccarello, Quarto D’Altino, Musestre si susseguono. Itinerario classico delle uscite di apertura e chiusura della nostra società: “Pedale Veneziano”.

Braccio destro teso lateralmente, ad indicare la direzione, all’incrocio dopo il cartello di San Cipriano, per imboccare Via Stradazza. Una stradina sconosciuta mai percorsa che diventa via Piovega e sbuca a circa metà della retta e sempre ventosa via Nuova, all’altezza della chiesa del piccolo centro di Cà Tron. L’andatura “tranquilla” si mantiene costantemente sui 28 Km/h, pedalo con piacere in mezzo alla campagna, la strada è deserta e silenziosa, la vista spazia all’orizzonte, uno stormo di gabbiani sorvola la prateria in cerca di cibo, rompendo il silenzio con un canto malinconico che a volte sembra una risata triste.

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Mi sono arenato, il racconto si sta incagliando… No! Desidero l’entusiasmarsi di chi legge, non l’annoiarsi con parole vuote, fiacche che non stimolano, perdendosi in astrattismi privi di significato e sostanza, conducendo alla sonnolenza. Allora? … Forza sui pedali, non perdo la ruota, non permetto al cordino di tendersi troppo, resisto ai primi doloretti alle gambe e insisto. Manca ancora al giro del paletto, non voglio farmi sopraffare dallo sforzo… devo anche ritornare. Ho lasciato a casa il portafoglio, sono privo di denaro e dell’Imob è pressoché impossibile rincasare utilizzando il ferry boat. Così pensando la piccola crisi mi abbandona, riacquisto l’energia per seguire la ruota del battistrada, senza preoccupazione, soprattutto senza accusare stanchezza.

Meolo, Cà Malipiero, Millepertiche sempre per strade minori e finalmente Caposile dove, attraversato il taglio del Sile sul ponte di barche, prendiamo via Salsi che in solitudine, tra fiume e laguna, ci conduce a Jesolo. Scansato il nuovo svincolo, servendoci di vie interne, piombiamo in via Fausta. C’è ancora la luce del giorno ed il traffico non è intenso, ciò permette di pedalare in maggior sicurezza, finché non raggiungiamo la ciclabile che termina in centro a Cavallino. Dalla piazza seguiamo via Pordelio costeggiando la suggestiva laguna, assaporando e odorando l’umido salmastro emanato. Controllati dalle torri, antico baluardo, giungiamo a Punta Sabbioni! h16 15′ Bel traguardo.

Fantastico!!! il sole tramonta infuocato, tinge di rosso lo specchio d’acqua, il faro e i nostri volti congelati dall’umida brezza che repentina scende di temperatura. Pochi minuti per fotografare lo spettacolo del giorno che volge al crepuscolo, mangiare uno snack e già il calore del corpo diminuisce notevolmente, fenomeno agevolato dal sudore. Siamo al fantomatico giro… inversione di marcia. Sorprendentemente dopo poche pedalate ristabilisco il tepore, con piacere vado, recuperando nuova energia, senza fastidio per il pungolare della gelida aria sul volto, quasi la preferisco all’afa delle prime ore pomeridiane… è una battuta.

In questo ben di Dio di sensazioni si intrufola nuovamente il pensiero sconfortante di quanto manca a casa, ed ecco che ritornano i dolori alle gambe. Questa volta è la pasticceria a soccorrermi, il ristoro ci attende in zona luna park.
Due belle ed interessanti ragazze sedute fuori sotto il portico ci scrutano incuriosite, ma noi preferiamo accomodarci all’interno, al caldo… fuori è già notte.
Un cappuccino, due pastine, un bisognino ci rimettono a punto e dopo aver indossato i giubbini antiproiettile ci lanciamo alla conquista del West, ma no, cosa dico, alla conquista del punto di partenza. h17 20′.

Correre al buio, terminata la ciclabile, è rischioso pur essendo attrezzati di luci e catarifrangenti, quindi subito dopo il ponte entriamo in viale Padania, illuminato e a scarso traffico. Un altro punto critico è la grande rotonda ed il tratto della Sp 43 fino ad imboccare via Drago – Salsi. Il paradiso della solitudine ci abbraccia nel buio della bella serata, liberandoci dall’angoscioso flusso veicolare motorizzato.

Ripercorriamo il percorso dell’andata, l’oscurità ha un fascino particolare, la varietà di colori e quasi nulla, il nero predomina. Nero è il cielo, nera è la terra, nera è la strada. Bianca è la luce dei fanalini che fa brillare le minuscole parti mescolate al bitume dell’asfalto, bianco è il riflesso nei piccoli corsi d’acqua. Gialla è la tenue luce che viene dal portico della vecchia casa contadina e traspare dalle tende della cucina.

Gialle, rosse, verdi, celesti sono le luci degli addobbi natalizi su ringhiere, parapetti, alberi.
Brevi intermezzi luminosi per ripiombare, e vivere a pieno l’emozione del buio, in un tratto di strada deserta spegniamo i fari e godiamo la luce naturale della condizione, si, perché anche il buio ha la sua luce… un po’ scura, ma ce l’ha. Purtroppo il buio non esiste più, la città riesce ad illuminare a distanza la campagna.

Nonostante tutto son sempre agganciato alla ruota di Massimo, e chi lo molla, anzi sto attento al cordino a non tenderlo eccessivamente, ho il timore che si rompa e lo strappo mi colpisca in faccia, una simile frustata con il viso freddo sarebbe ancor più dolorosa. Ancor più doloroso per le mie gambe procedere senza la forza trainante di questo compagno, dalla ferrea e temeraria volontà che gli permette di coltivare questa grande passione a livello estremo. Estremo? “Esagerato… mi sembra un parolone” è il nostro personaggio, quello seduto al caldo in poltrona, che mi apostrofa.

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Ribadisco il concetto: coltivo la passione della bici da un ventennio abbondante, mi ritengo sufficientemente allenato, le distanze non mi spaventano, le salite e i ritmi si, con me devo portare il peso degli anni, per cui posso immaginare cosa significa percorrere 1630 km, con dislivello di oltre 20.000 metri, in 120 ore dormendone una decina. Sono in grado di valutare cosa comporti percorrere 200 km intorno al lago di Garda nella notte del solstizio d’inverno, con temperature che variano dai + 5° ai – 5°…. considero ciò estremo. Particolarmente in questo momento che non sento il freddo, ma il mio corpo ne è immerso, il sol pensiero mi procura patimento, patimento che di tanto in tanto affiora con vari dolori muscolari.

Insisto ancora, Massimo si preoccupa: “ Romeo come va… tutto bene… va bene l’andatura?” sarei tentato di chiedergli un po’ di respiro, ma nello stesso tempo, masochista, provo piacere a mantenere il ritmo e resistere.
“Tutto ok” rispondo. Veloci come il vento continuiamo la corsa verso casa… dolce calda casa arrivo! Preparati. Grande è il desiderio di immergermi in vasca da bagno, sommerso dall’acqua quasi bollente con accanto un bel boccale di schiumosa birra fresca, da sorseggiare, ma che dico? Da tracannare avvolto dal vapore, abbandonato al torpore sopraggiunto. A questo punto il nostro amico poltrone, si, amico ormai… intrufolato a sua insaputa, astrattamente, in un contesto inesistente, scuote la testa confuso chiedendosi i motivi che spingono a “soffrire” così.

Molte volte nel bel mezzo dell’impegno me lo chiedo, mi chiedo se mi piace e in quell’attimo dico “no!” è l’attimo di crisi, è il male alle gambe, è il freddo ai piedi, è la stanchezza che emerge, è l’energia che viene meno, è l’invito a rallentare, ma a casa devo arrivare, per porre fine ai disagi.
È bello pedalare! È bello continuare è bello concludere l’impresa, portare a casa la spremuta di queste ore immerse nei luoghi. Assorbo il benefico magnetismo emanato, scarico l’intossicazione, purifico corpo e anima fermamente convinto che più combatto, più sto bene dopo.

Il piacere momentaneamente occulto permane per molto tempo…giorni, con esso la voglia di cimentarmi quanto prima, anche domani. Il piacere della semplicità di quel che vedo: piatta campagna, terra arata, terra germoliata, terra coltivata… monotonia di un panorama che poco dice. Scarsa varietà che concentra, un messaggio di poche parole raggiunge il mio profondo. Penetrato dalla purezza, dalla genuinità mi accorgo che soltanto essendo qua, ora, posso quantificare la consistenza, il peso, il senso della pedalata compiuta. Un cammino, un’esplorazione, una ricerca in me, la scoperta di un amico in viaggio, desideroso di condividere il piacere delle esperienze vissute, come un tramonto in riva al mare in una deserta e fredda giornata d’inverno.

Sono contento e soddisfatto del chiaro giorno e dell’oscura sera, che mi hanno offerto due visioni del territorio e che un giovane si sia unito a noi… partecipe e gaio ha spartito la spremuta. Ho divagato da quella che può essere una cronaca, ma le intense sensazioni, i sentimenti, le emozioni mi spingono a manifestare, con l’intento di stimolare e invitare altri amici nell’avventura di pedalare nella strada e nel complesso “IO”. Chiudo la parentesi e chiudo la giornata.

Andrea viene da Venezia, tornare per il ponte translagunare a quest’ora con i lavori in corso? No:
“Ragazzi prendo il treno a Mestre”
“Si, è meglio…ti accompagniamo in stazione”

Così, abbandonata la campagna, entrati in città, ci affidiamo a Massimo, informatissimo sui recenti tratti ciclabili in città, per raggiungere la stazione. L’affollamento delle vie centrali, le continue intersezioni, i tornelli, l’attraversamento del parco, abbassano la media… me ne frego: me l’ha insegnato lui!
É la seconda volta che esco con Massimo, per la seconda volta concludo con 167 chilometri, che sia un caso… o è un’abitudine? Non mi resta che uscire per la terza.







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