Spegni Facebook, accendi la bici

13 Maggio 2014

Era l’agosto del 2011, avevo appena concluso un viaggio che mi ricorderò per sempre: 4 mesi in bicicletta attraverso il Sud America per poi approdare in Turchia dove mi aspettava una nuova vita, una città nuova che parlava una lingua a me sconosciuta, un paese abitato da persone che non conoscevo e non capivo. Ero straniero in un paese straniero. I miei amici erano tutti altrove, distanti migliaia di km da me e per me era una sfida anche solo andare a comprare il pane e spiegare che volevo quello integrale e non quello bianco.
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Insomma, avevo paura.

I social media erano per me un comodo rifugio per evitare di dover uscire dalla mia “zona di comfort”: bastava un clic e parlavo con Alessandro, un altro clic e ridevo delle foto stupide di Roberto, un altro clic e sputavo tutto il mio veleno su una giornata storta che finiva piena di like e di commenti incoraggianti.

In questi giorni c’è un video che si intitola “Look Up” (guarda in alto) che sta facendo il giro della rete e ha totalizzato la bellezza di oltre 35 milioni di visualizzazioni su YouTube in meno di 20 giorni. E’ una poesia in rima della durata di cinque minuti durante i quali si parla (in estrema sintesi) di come i social network, nati per aiutare le persone a socializzare, si siano trasformati in sistemi infernali che altro non fanno che svuotare la vita delle persone e privarle delle loro relazioni sociali. Questo video mi ha fatto pensare molto ai miei primi mesi in Turchia.

Sono riuscito a trovarne una versione sottotitolata in Italiano e ve la propongo qui sotto:

Guarda in alto, dice il video.

Che poi guardare in alto sarebbe anche facile se si sapesse cosa fare una volta alzato lo sguardo, se ci si ricordasse ancora come si fa a interagire con le persone in carne ed ossa, quelle che non puoi impressionare con una foto instagrammata o un pensiero sagace sul governo twittato con l’hashtag giusto al momento giusto.

Io alla fine lo sguardo l’ho alzato per forza di cose. Perché non puoi tenere lo sguardo abbassato quando vai in bici in una metropoli di 4 milioni di abitanti. E quando alzi lo sguardo ti capita di incrociare altri sguardi di persone che ti sorridono e ti vogliono parlare perché anche tu, come loro, pedali.

Alla fine, grazie alla bicicletta ho trovato il modo di non sentirmi straniero in una città in cui quasi nessuno parlava inglese. Grazie alla bicicletta, le prime parole che ho imparato in turco sono state “Arabadan in, bisiklete bin” (scendi dalla macchina, sali sulla bici), scandite durante le minuscole critical mass del sabato pomeriggio. Grazie alla bicicletta ho trovato decine di persone desiderose di accompagnarmi per andare a esplorare le zone più belle della regione. Grazie alla bici ho trovato volontari pronti a spaccarsi la schiena per un trasloco in cambio di una semplice cassa di birra ghiacciata.

Questa esperienza mi ha mostrato soprattutto che per uscire da Facebook ed entrare nella vita reale, più che la volontà serve una scusa. E la bicicletta è una scusa perfetta per startene là fuori in tutta la tua individualità e scambiare quattro chiacchiere con il primo che passa con cui puoi iniziare parlando della scelta del battistrada perfetto per la città, per poi ritrovarti, migliaia di km dopo passati a proteggersi reciprocamente dal vento, a confidare i tuoi pensieri più reconditi senza alcun timore.

Look Up and Ride!

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