MENU
viaggi girolibero

Futurama: come la General Motors ha pianificato le nostre città

Rubriche e opinioni, Storia • di 21 Febbraio 2018

“Futurama” non è solo il nome della famosa serie TV americana di Matt Groening ma anche di una parte dell’esposizione mondiale tenutasi a New York nel 1939 a tema “Il Mondo di domani” e finanziata dalla General Motors.
La narrazione si reggeva su un ampio sistema autostradale distribuito su tutto il territorio nazionale, dove non esistevano limiti imposti dall’ambiente naturale ma solo i principi di un design pensato attorno all’automobile: sicurezza, comfort, velocità ed economia.
Qui veniva rappresentato un futuro prossimo in cui l’automobile sarebbe stato il mezzo di trasporto più comune a cui il mondo avrebbe dovuto prepararsi con strade e città opportunamente modificate.
Futurama mostrava un paesaggio americano fatto di terre coltivate, città moderne, case e strade e, soprattutto, autostrade grazie a un modello animato su larga scala, dalle dimensioni simili a quelle di un campo da calcio.

Fu un’esposizione che non si limitò a profetizzare la diffusione di massa dell’automobile privata ma si spinse fino a ideare lo stile di vita e le abitudini degli americani. Ipotizzò la destinazione d’uso di intere parti del territorio definendo a monte cosa potesse e cosa non potesse essere realizzato in una determinata area. Organizzò il territorio in modo chiaro: lo spazio del lavoro e delle industrie, quello della residenza e lo spazio dei servizi erano totalmente separati.

Si trattava di fatto dell’esatto contrario di quella che oggi viene chiamata “mixitè insediativa”, ovvero della tendenza a dotare i luoghi di differenti funzioni affinché le persone si possano muovere all’interno della propria città o del proprio quartiere nel tragitto casa-lavoro-tempo libero senza passare ore in auto perché tutto quello che serve si trova sotto casa, senza andare dall’altra parte della città.
Futurama rappresentava idee intuitive e con un buon grado di realismo. Queste andavano a colpire un pubblico che si stava lentamente riprendendo dalla Grande Depressione il quale non desiderava altro che un modello di sviluppo in grado di portare prosperità e benessere.

Il successo dell’iniziativa fu immediato: la rivista Bloomberg Businessweek riporta “più di 30.000 persone al giorno avanzano in lunghe code fino a raggiungere le sedie che le trasportano nel paradiso dei turisti. L’esposizione di una profezia di città, paesi e campagne servite da un sistema stradale efficace e completo”.


Copertina della brochure informativa

Il progetto era in grado di generare entusiasmo e consenso negli spettatori a favore della costruzione di strade e autostrade, non a caso il principale sponsor e finanziatore di Futurama fu la General Motors che vide in questo modello di sviluppo un volano per aumentare le proprie vendite. L’automobile prometteva libertà di movimento.
Fu questa promessa a creare quelle distese di case monofamiliari che tanto caratterizzano il paesaggio americano. Lo sprawl, la diffusione urbana o la città diffusa non sono altro che l’esito di politiche mirate a motorizzare gli americani e il mondo.


Vista dall’alto del modello animato

Inseguendo il mito del benessere per tutti e l’idea che vivere lontano dal posto di lavoro significasse libertà di movimento e qualità della vita superiore si è costruito un sistema urbano-viabilistico basato sull’utilizzo compulsivo dell’automobile.
Un modello in cui due, tre o più macchine per famiglia sono la normalità, dove l’auto viene vista come uno strumento di libertà di movimento ma che nasconde esternalità negative sociali e ambientali enormi. Questo circolo vizioso ha portato alla costruzione di autostrade molto ampie, perennemente trafficate da automobilisti che tutti i giorni si recano al lavoro e che non percepiscono il reale costo sociale del loro stile di vita.

Le soluzioni per invertire la rotta sono numerose: si chiamano città compatte, trasporto pubblico e bicicletta. Pensare a come si muoveranno le persone significa progettare le città del futuro, ce lo insegna Futurama stessa, e questa volta la soluzione non può essere l’auto, neppure se elettrica o a guida autonoma.







Una risposta a Futurama: come la General Motors ha pianificato le nostre città

  1. Skybolt ha detto:

    Gentilissimo, grazie per avere ricordato un capolavoro del grande Bel Gaddes. Faccio però osservare tre cose:
    1) la zonizzazione, ossia la divisione delle aree urbane in aree a destinazione d’uso omogenea o quasi risale a ben prima di Futurama, già nella seconda metà del XIX secolo, per poi entrare nell’Urban Planning act inglese del 1909…
    2) Al’lEsposizione Universale di New Yourk c’era un altro plastico, quello ufficiale (Futurama era di una coroporation) si chiamava Democracity, e stava nella Perisphere, al centro dell’esposizione. Esiste molta documentazione online su Democracity, opera di un altro grande, Dreyfuss. Anhe qui una forma di zonizzazione, ma molto diversa.
    3) compattare le città comporta una serie di problemi non indifferenti. Si cresce in altezza, si aumenta la densità abitativa, si fa esplodere il costo per metro quadro…. il sogno del compattamento è l’arcology? Chi ci vivrebbe?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *