Lettera aperta a Rolling Stone sulle biciclette

25 Luglio 2019

Caro Davide Da Rold,

Mi permetto di scriverti perché immagino che in quanto direttore editoriale di una testata così prolifica come Rolling Stone tu non abbia il tempo di leggere esattamente ogni articolo che viene pubblicato (ti capisco, sai?) e che alle volte ti possano scappare degli articoli che magari sarebbe stato meglio che non fossero mai pubblicati.

Un articolo tipo quello che ieri ha scritto un tuo collaboratore, tale Ray Banhoff e che non ha fatto altro che riversare disprezzo su una categoria di persone a cui appartengo assieme ad altri tre o quattro milioni di Italiani: quelli che usano la bici.

Rolling stone bici

Questo banalissimo pezzo dal titolo “Cadono come mosche e non sanno stare in fila. Chi sono?” sostiene che se muore un ciclista ogni 35 ore la colpa è solo di chi va in bicicletta che sta dove non deve stare, cioè sulla traiettoria dell’automobile. Poi elenca una serie di articoli a caso del codice della strada e si dedica quindi a delineare il profilo psicologico dei ciclisti (che muoiono e fanno pure le vittime, pensa te!) e conclude malamente dicendo che i ciclisti dovrebbero andarsene in un altro stato a pedalare senza rompere le scatole al prossimo.

Insomma, il pezzo del tuo collaboratore non veicola un messaggio che merita di comparire sulla testata che dirigi, non solo perché una morte per impatto violento o schiacciamento non se la merita mai nessuno (che già sarebbe sufficiente), ma ancor di più perché disumanizzare una minoranza – la storia ci insegna – è una delle cose più orribili che possono accadere. E tu l’hai pubblicato.

Hai pubblicato un articolo in cui si punta il dito contro il nemico interno da odiare e da schiacciare che questa volta sono i ciclisti (ma potrebbero anche essere i gay, i musulmani, quelli che hanno la erre moscia, o gli ebrei, come l’altra volta) e sono convinto che questo articolo abbia generato un sacco di visualizzazioni perché mi è stato segnalato da moltissime persone molto offese e molto risentite con la tua rivista.

Caro Davide, sono convinto che questo articolo ti sia veramente sfuggito e che non l’avresti mai pubblicato perché sono certo che non volete tenere in piedi la testata con i 250 euro di pubblicità che può aver generato quell’immondizia di articolo.

Per questo ti chiedo di voler gentilmente mettere offline quell’articolo e di fare una chiacchierata con questo Ray Banhoff e magari di assegnargli un nuovo pezzo: potrebbe incontrare Marco Scarponi, fratello di Michele Scarponi, già vincitore del giro d’Italia e ucciso in bicicletta il 22 aprile 2017 da uno che non l’aveva visto. Marco ha appena pubblicato un docufilm che merita di essere diffuso e promosso: il titolo è “Gambe” e parla di sicurezza stradale, della fragilità e della bellezza dell’andare in bicicletta.

Sono convinto che questi contenuti si addicano molto di più a una testata prestigiosa come Rolling Stone.

Con immutata stima.

Paolo Pinzuti

Direttore editoriale Bikeitalia.it

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