L’antico rito della transumanza, che per secoli ha scandito i ritmi e plasmato l’identità dell’Abruzzo, rivive oggi sotto una nuova veste: quella del turismo lento e sostenibile. Attraverso il progetto delle Ciclovie della Transumanza – che abbiamo pedalato in anteprima e raccontato su Bikeitalia – gli storici percorsi un tempo battuti dai pastori si trasformano in una moderna rete cicloturistica pensata per valorizzare le aree interne, le loro tradizioni e le eccellenze enogastronomiche locali, offrendo un’alternativa concreta al turismo di massa.
Per comprendere la genesi, le sfide tecniche e le ambizioni future di questa iniziativa, abbiamo intervistato Roberto Di Vincenzo, Presidente di Carsa, partner privato delle Ciclovie della Transumanza.

Per chi è abituato ai ritmi e ai rumori della città, pedalare sui percorsi della Transumanza rappresenta sicuramente un’esperienza in una dimensione completamente diversa. Come vi è venuta in mente l’idea di creare un prodotto cicloturistico incentrato proprio su questo storico percorso?
Il silenzio è una delle caratteristiche dell’Abruzzo, specie nelle aree interne: l’idea delle Ciclovie della Transumanza nasce dalla consapevolezza che la pastorizia transumante ha connotato per secoli l’identità dell’Abruzzo. Molte di quelle antiche vie dei pastori non esistono più nella loro forma originaria, ma le tracce restano vive nella nostra cultura. Volevamo prendere questi antichi tratturi e trasformarli in infrastrutture moderne per il cicloturismo, rispettando la natura dei luoghi. In questo modo andiamo a ricucire frammenti di storia trasformandoli in esperienze contemporanee di viaggio lento.
Entrando negli aspetti più tecnici del tracciato: quali sono state le difficoltà nel creare un percorso capace di rivolgersi a diversi tipi di cicloturisti? Come siete riusciti a declinarlo per avvicinare non solo gli sportivi allenati, ma anche le famiglie o chi utilizza le ebike, mantenendo la coerenza del progetto?
Siamo sempre in Abruzzo, sull’Appennino: le salite ci sono. Ma abbiamo concepito questo progetto delle Ciclovie della Transumanza che si estende per 378 chilometri in bicicletta, sviluppandosi su 12 itinerari tra le province dell’Aquila e di Pescara. La vera sfida tecnica è stata quella di creare una rete cicloturistica che potesse essere ben integrata con le reti di mobilità lenta già esistenti, per renderla accessibile a un pubblico vasto ed eterogeneo. E l’ebike, in questo, rappresenta uno strumento di democratizzazione dell’uso della bici. Inoltre, abbiamo guidato un “processo corale”. Ci siamo confrontati costantemente con i cittadini e le associazioni locali per armonizzare e adeguare il progetto, anche in corso d’opera, alle esigenze del maggior numero possibile di persone.


L’esperienza di questo percorso va oltre la pedalata e abbraccia la scoperta enogastronomica del territorio. Un elemento molto affascinante è il richiamo alle tradizioni dei pastori, come ad esempio lo “sdijuno” (la loro tipica colazione rinforzata, ndr) che va a sostituire le classiche barrette energetiche. Quanto è centrale questo legame tra cicloturismo, territorio e tradizione culinaria?
È assolutamente centrale, infatti il nostro progetto comprende esplicitamente enogastronomia, arte e cultura per far conoscere il nostro territorio a tutto tondo. Le tracce della civiltà della transumanza si manifestano fortemente proprio nella nostra cultura alimentare locale. Riproporre le tradizioni autentiche – come i pasti tipici dei pastori al posto delle barrette energetiche – è ciò che i turisti cercano oggi. Vogliono autenticità, natura e lentezza. Questo approccio permette non solo di viaggiare, ma di creare una microeconomia per i piccoli produttori locali.
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Spostandoci sulle criticità, parliamo della manutenzione. Trattandosi di un tracciato di montagna che attraversa l’Appennino, è fisiologico andare incontro a piccole frane o ostacoli naturali. Come avete strutturato il supporto e la manutenzione per garantire che questo percorso rimanga vivo, sicuro e percorribile nel tempo?
Un progetto di questa portata non può reggersi senza una forte rete territoriale. Proprio per questo, il progetto è realizzato in partenariato con otto comuni: Cugnoli come capofila, affiancato da Brittoli, Bussi sul Tirino, Capestrano, Civitella Casanova, Montebello di Bertona, Popoli Terme e Torre de’ Passeri. Lavorando con loro e potendo contare sui finanziamenti del Fondo Complementare, abbiamo creato le condizioni materiali anche per una gestione del percorso.
Per agevolare questo aspetto, inoltre, in fase di progettazione abbiamo scelto strade già in buono stato di manutenzione. Per quanto riguarda la fruibilità sul campo, tra la fine del 2026 e i primi mesi del 2027 avremo la segnaletica installata su tutti i 378 km dei 12 percorsi che compongono le Ciclovie della Transumanza. Nel frattempo, per chiunque voglia già mettersi in viaggio, sul sito ciclovietransumanza.it sono già presenti le tracce da scaricare.
Il cicloturismo non è fatto solo di strade, ma anche di accoglienza. Come sono state accolte le “Ciclovie della Transumanza” dagli operatori del territorio? C’è stata una risposta attiva da parte di hotel, B&B, ristoratori e guide cicloturistiche per sostenere e proporre le loro attività intorno a questa nuova infrastruttura?
La risposta è stata ottima e molto partecipata. Durante gli incontri territoriali sono intervenuti molti esponenti di associazioni culturali, strutture ricettive, e imprese sportive. Le Ciclovie della Transumanza possono essere un volàno per le microeconomie locali ma alberghi, ristoranti, guide e noleggi bici devono “fare sistema” intorno a questo progetto: gli operatori hanno capito che forniremo strumenti concreti come percorsi segnati e servizi funzionanti, per creare un’offerta che sia davvero riconoscibile e duratura.


Le Ciclovie della Transumanza attraversano aree interne dell’Appennino, spesso vittime del fenomeno dello spopolamento. Il cicloturismo nasce proprio per destagionalizzare l’offerta e sfuggire alle logiche dell’overtourism: in che modo questo progetto può far rinascere il territorio? Avete già dei primi riscontri dopo il lancio e le presentazioni fatte alla Fiera del Cicloturismo?
Per le aree del cratere sismico e per i territori interni in generale, queste ciclovie rappresentano l’opportunità per ripartire. L’obiettivo principale è contribuire a creare economia che permetta di tenere in vita i nostri borghi. Il turismo lento è la risposta perfetta per questi luoghi che hanno bisogno di progetti concreti e non del turismo di massa. Non vogliamo stimolare solo passeggiate domenicali, il nostro fine ultimo è generare lavoro vero, soprattutto per le giovani generazioni, restituendo un senso e un futuro a queste comunità.
In questo senso abbiamo già una serie di riscontri concreti: due manifestazioni nazionali hanno inserito esplicitamente tratti della Ciclovia della Transumanza nelle loro iniziative e due gruppi uno straniero e uno italiano hanno organizzato viaggi su questi percorsi. Questo è quello che è noto a noi, ma sicuramente ci sono altri viaggi organizzati o singole persone che grazie all’eco significativa che questo progetto sta avendo avranno scelto di visitare le Ciclovie della Transumanza.


Guardando a un orizzonte temporale di tre o cinque anni, come immaginate lo sviluppo di questo progetto? Pensate che possa fare da apripista e magari creare dei gemellaggi con altre Regioni del Sud, diventando un aggregatore di diverse esperienze turistiche e territoriali?
Immaginiamo un modello di sviluppo policentrico: ogni piccolo comune, ogni borgo custodisce delle unicità straordinarie che, se messe in rete, diventano una leva formidabile per lo sviluppo. C’è sicuramente la possibilità di far dialogare le Ciclovie della Transumanza dell’Abruzzo con altre realtà: abbiamo registrato interesse da parte del Molise e della Puglia, che rappresentano le due regioni più coinvolte dalla Transumanza. La collaborazione continua tra enti locali e associazioni potrà sicuramente espandere queste infrastrutture turistiche e culturali, trasformandole in un aggregatore capace di spingersi anche oltre i confini regionali. D’altra parte la Transumanza è sempre stata una straordinaria “economia in movimento”: un ecosistema che ieri viaggiava sui passi dei pastori e che oggi, grazie a queste ciclovie, ha ricominciato a pedalare verso il futuro.
[Le foto a corredo del testo sono di Giorgio Liddo]






















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