Ciclismo urbano

Londra non è una città accogliente per le donne in bicicletta

Londra non è una città accogliente per le donne in bicicletta

Quando pensiamo alle grandi metropoli europee e alla mobilità ciclistica, è facile cadere nel tranello di fare paragoni affrettati. Londra e Amsterdam, ad esempio, sono entrambe città dove la bicicletta è presente, ma l’esperienza di chi pedala – e soprattutto delle donne – racconta due storie diametralmente opposte. A fare luce su questo divario è una recente ricerca intitolata “Two Cities, Different Rides: Exploring Gendered Experiences of Cycling in London and Amsterdam”, firmata dall’autrice Seren Rayment e pubblicata dall’Urban Cycling Institute.

Il succo della ricerca è tanto chiaro quanto amaro: Londra, nonostante i passi avanti degli ultimi anni, è ancora ben lontana dall’essere una città a misura di ciclista, ed è un ambiente particolarmente ostile per le donne che scelgono (o vorrebbero scegliere) di muoversi a pedali. Ma perché succede questo? E cosa rende invece Amsterdam l’esatto opposto?

I numeri parlano chiaro: il divario di genere in sella

Londra vs. Amsterdam donne in bici

Il primo indicatore di quanto una città sia veramente “bike-friendly” è il cosiddetto gender gap, ovvero il divario di genere tra chi pedala. Rayment nella sua analisi evidenzia un dato inequivocabile: ad Amsterdam le donne rappresentano il 55% di chi va in bicicletta. Nella capitale olandese, insomma, ci sono più donne che uomini a pedalare per le strade. La bici è lo strumento democratico per eccellenza, usato da chiunque a prescindere dal genere o dall’età.

Spostiamoci oltre la Manica. A Londra, le donne costituiscono appena il 26% dei ciclisti. Meno di un terzo. Questo squilibrio non è un caso, ma è il sintomo principale di una città in cui pedalare viene ancora percepito come un’attività per pochi “temerari”.

Londra ciclabili
Ciclisti urbani pedalano su una ciclabile a Londra (foto di repertorio)

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La questione (irrisolta) delle infrastrutture

Cosa frena le londinesi? La risposta è semplice e l’abbiamo ripetuta molte volte anche qui su Bikeitalia: l’infrastruttura. Le donne tendono a essere più sensibili al tema della sicurezza stradale e sono meno disposte a rischiare la vita sfrecciando in mezzo a traffico pesante e auto veloci.

I dati riportati a corredo della ricerca sono eloquenti: a Londra solo il 2% delle strade è dotata di infrastrutture ciclabili realmente sicure e separate. Ad Amsterdam, al contrario, la rete ciclabile protetta è capillare ed estesa al punto che la lunghezza delle piste ciclabili supera quella delle strade destinate alle automobili. Senza una parità infrastrutturale, è impossibile pretendere che la cultura cambi da sola. Finché le strade non saranno percepite come sicure, chi non si sente un “guerriero della strada” semplicemente sceglierà un altro mezzo.

Amsterdam, donna che pedala (foto di repertorio)
Amsterdam, donna che pedala (foto di repertorio)

Sport contro mobilità quotidiana

Un altro spunto estremamente interessante sollevato dall’articolo di Rayment riguarda la percezione culturale della bicicletta. La ricerca sottolinea come a Londra chi va in bici lo faccia spesso spinto da motivazioni legate al fitness, allo sport o alla ricreazione. La bici viene vista come un “allenamento”, il che richiede abbigliamento tecnico, docce all’arrivo e una certa prestanza fisica.

Grafico a barre che mostra la tipologia di biciclette possedute dai ciclisti di Londra e Amsterdam

Ad Amsterdam la bicicletta è, molto semplicemente, un paio di scarpe in più. Nessuno pensa al fitness mentre va a comprare il pane, accompagna i figli a scuola o va in ufficio. La bici è il prolungamento naturale del camminare: pratica, veloce il giusto, funzionale.

Grafico a barre che mostra l’utilizzo dell’attrezzatura da ciclismo per genere e città

La sicurezza non deve essere un atto di coraggio

Il lavoro di Seren Rayment e dell’Urban Cycling Institute ribadisce un concetto fondamentale per l’urbanistica moderna: se vuoi sapere se le strade di una città sono sicure e accoglienti, conta quante donne, quanti anziani e quanti bambini ci pedalano.

Londra non è ancora una città accogliente per le donne in bicicletta perché per troppo tempo ha progettato (o non progettato) lo spazio urbano pensando all’automobile e, di riflesso, a un ciclista intrepido e veloce. Questo approccio ha ignorato completamente le esigenze di chi vuole semplicemente spostarsi da un punto A a un punto B in serenità, con abiti di tutti i giorni e senza la costante ansia di dover “combattere” per ritagliarsi il proprio spazio nel traffico.

Per colmare il divario di genere ciclistico e trasformare metropoli come Londraun discorso che vale altrettanto per molte delle nostre città italianela ricetta tracciata da Amsterdam rimane la via maestra. Non possiamo più permetterci di considerare la mobilità attiva come una sorta di sport estremo o un atto di ribellione.

Dobbiamo smettere di chiedere alle persone di essere “coraggiose” e scaricare la responsabilità della propria incolumità su chi sceglie di muoversi senza motore. La vera rivoluzione urbana non si misura dal numero di ciclisti in tenuta tecnica che sfrecciano veloci tra le auto, ma dalla tranquillità con cui una donna può pedalare verso il lavoro, fare una commissione o accompagnare i figli a scuola in un martedì mattina qualsiasi.

Una città che non lavora attivamente sulle condizioni spaziali, sociali e culturali per far pedalare le donne, è una città che esclude. Finché non uniremo sicurezza stradale, rispetto percepito e facilità d’uso quotidiano per rendere la bicicletta la scelta più comoda, ovvia e rassicurante, la strada continuerà a essere un privilegio per pochi, anziché uno spazio di libertà per tutti.

[Fonte]

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