Emirati Arabi in bici, dai grattacieli al deserto
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Emirati Arabi in bici, dai grattacieli al deserto

Asia, Itinerari • di

Dopo 13 ore abbondanti di traghetto sbarchiamo negli Emirati Arabi e più precisamente al porto di Sharjah, circa 30 km a nord di Dubai. Terminate le procedure di sbarco e immigration sono le 11:30 di mattina e il caldo è insopportabile, nonostante sia già metà ottobre.
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Attorno a noi hotel lussuosissimi e spiagge bianche con mare cristallino. Procediamo verso sud stando adiacenti alla costa, con baie e insenature che ci fanno descrivere ampie curve. Siamo incantati dallo spettacolo di grattacieli, edifici improbabili, ponti, costruzioni mastodontiche in cui la traversata di traghetto ci ha improvvisamente catapultati, soprattutto perché arriviamo dal sud dell’Iran, dove il deserto la fa da padrone.

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Arrivati al Khor Dubai, un braccio di mare del golfo persico, decidiamo di non avventurarci nel tunnel sommerso, ma al costo di 20 dirham (5 €) ci facciamo traghettare sulla sponda opposta da una piccola imbarcazione per turisti.
Proseguendo lungo la costa incontriamo lussuose ville arabe intervallate da bellissime moschee, che non sono più mosaicate come quelle persiane ma finemente decorate. Poi ci avventuriamo nel business district, dove lo skyline è dominato dal Burj Khalifa, l’edificio più alto al mondo (828 m). Andiamo a trovare sul lavoro l’amico che ci ospiterà a Dubai Marina, ma poi ritornare al lungo mare per muoverci verso sud ci costa parecchia fatica. Non è facile usare la bici in una città così caotica e infatti non incrociamo molti ciclisti. Sbagliamo alcune svolte e ci infiliamo in qualche strada in costruzione. Poi raggiungiamo Jumierah road e percorriamo oltre 30 km ingolositi dagli infiniti ristoranti internazionali, caffè e negozi che la popolano, con prezzi assolutamente proibitivi per quanto ci riguarda.

Il sole tramonta alle 18 e noi continuiamo a pedalare imboccando una grossa arteria di traffico che è tutta uno svincolo pericoloso. Quando raggiungiamo la casa di Fede, grafico abruzzese trasferitosi qua da cinque mesi, parcheggiamo le biciclette e per quattro giorni non vogliamo saperne di pedalare.

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Tra passeggiate, metro e taxi ci esploriamo con calma la città e le sue spiagge. Tutto è pulito e ordinato, i servizi funzionano, ci sono cantieri ad ogni angolo per urbanizzare le poche aree ancora libere e la spiaggia è di una bellezza inaspettata. Businessman occidentali o arabi corrono indaffarati con le loro ventiquattrore tra metro e grattacieli, mentre espatriati indiani, filippini e bangladesi svolgono i lavori più modesti, assumendo atteggiamenti servizievoli a volte a livello imbarazzante. Nei centri commerciali della città si vedono le attrazioni più improbabili: una pista da sci, i pinguini, un acquario con gli squali e gabbie per immersioni, per nominarne alcune. Il parco auto è esattamente come ci si aspetta: le macchine più belle del mondo fanno bella mostra dei loro cavalli lungo le ampie vie del centro.

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Dopo aver fatto il pieno di riposo e cibi internazionali ripartiamo da Dubai Marina e ripercorriamo in senso contrario tutti i chilometri fino a Sharjah. Questa volta ci infiliamo nei vicoletti di Al Ras, dove i grattacieli di Dubai sembrano un ricordo lontano. Qui gli edifici sono modesti e le strade brulicano di attività; non ci sono molti occidentali nei paraggi. Dopo soli 50 km, ci fermiamo nella incantevole spiaggia di Al Mamzer, perché non sappiamo resistere alla sua sabbia chiara, acqua cristallina e grattacieli sullo sfondo.

Poi continuiamo verso il quartiere chiamato Heart of Sharjah e troviamo una sistemazione economica per la notte. Le strade e le vie dei suq (mercati) qui sono vive, piene di attività, insegne al neon e persone indaffarate. Gli occidentali sono praticamente scomparsi e le poche donne che incrociamo sono per lo più coperte dal chador nero; le moschee tornano ad essere molto frequenti e invitano alla preghiera agli orari prestabiliti.
Lasciamo Sharjah seguendo la costa in direzione nord sulla E-11, una grossa arteria a due corsie per senso di marcia, che procede noiosa tra aree industriali, zone portuali, free zone e tratti desertici. Dopo circa 75 km sotto ad un sole cocente decidiamo di farci un bagno nella spiaggia pubblica di Al Jazirah Al Hamra, dietro all’incredibile e privatissimo resort Al Hamra.
La tappa successiva prevede il coast to coast attraverso le zone desertiche dell’entroterra. Qui il deserto è veramente quello delle dune sabbiose, con una strada tutta a sali-scendi che le asseconda morbidamente.

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Facciamo i primi trenta chilometri su Al Shohadaa Road, circondati da sabbie rosse. Poi, circa all’imbocco della E-87, il paesaggio cambia e torna a ricordarci quello arido, montuoso e aspro dell’Iran, seppur con altezze trascurabili al confronto. Il dislivello giornaliero è di circa 900 m positivi ed i chilometri 76 fino a Dibba, sulla sponda orientale degli Emirati Arabi. Nella traversata vediamo qualche piccolo villaggio all’apparenza povero, isolato da tanti chilometri di deserto, con case semplici ed economie di sussistenza. Poi l’arrivo a Dibba ci riporta alla civiltà, anche se ben diversa da quella che abbiamo salutato sulla costa ovest. Qui le costruzioni sono basse e molte strade non sono asfaltate; i ristoranti sono prevalentemente indiani; non ci sono molte donne per strada e quelle poche indossano il chador. Ci sentiamo arrivati in una zona più autentica degli Emirati, anche se le insegne di lussuosi resort lungo i chilometri di costa a venire potrebbero far presagire il contrario. Consumiamo il resto della giornata nella spiaggia di Sambraid, dove il turismo è inesistente e l’acqua chiarissima. Non siamo sufficientemente informati riguardo a  costumi e regole degli Emirati al di fuori della internazionalissima Dubai, quindi Chiara resta vestita in spiaggia, sentendosi più a suo agio.

Il parco retrostante costituisce una buona opzione per il campeggio, perché fornito di ristoranti e servizi.
Nella tappa successiva iniziamo a scendere la costa orientale sulla E-99, dal profilo leggermente ondulato perché il paesaggio è dominato da collinette rocciose, a volte a picco sul mare. Passiamo le cittadine di Dhadna, Al Aqah, Zubara e poi ci fermiamo nella più moderna Khorfakkan, che ha una lunga spiaggia chiara (purtroppo con vista porto) e un bel lungomare con parco, docce, servizi e ristorantini economici.

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Qui il bikini è ammesso, essendo una città con un discreto turismo. Verso il tramonto la spiaggia e il parco si affollano di bagnanti, famiglie e persone che fanno jogging, usciti di casa ora che il caldo allenta la sua morsa.
Ci godiamo lo spettacolo dei pescatori che, raccogliendo la rete, trovano una  tartaruga grossissima e impaurita e poi la liberano di nuovo in mare.
I cartelli vietano il campeggio in questa striscia, ma al terzo tentativo convinciamo la security a lasciarci piantare la tenda in spiaggia, oltre la linea delle palme. Durante la notte alcune jeep ci svegliano perché tirano su le grosse reti da pesca gettate in mare, ma l’indomani il risveglio, con il sole che sorge dal mare, è davvero favoloso.

Attraversato il centro di Khorfakkan seguiamo la E-99 verso sud. Sebbene il mare sia poco distante, non lo vediamo mai perché la strada è affiancata sui due lati da grossi silos per il petrolio e recinti. Il traffico è abbondante, soprattutto quello di mezzi pesanti, perché ci stiamo avvicinando a Fujairah, la città più grossa sulla costa orientale degli Emirati. Noi non la visitiamo, ma costeggiamo il lungomare, senza trovare nessuna spiaggia particolarmente bella, e continuiamo per Kalba, la città al confine con l’Oman.

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Purtroppo tutto il suo tratto di costa è interessato da grossi lavori di risistemazione e troviamo solo una piccola porzione di spiaggia dove stendere i nostri teli.
A 7 km di distanza inizierà la costa omanita, per la quale nutriamo grosse aspettative. Intanto, con gli Emirati Arabi, abbiamo avuto un piccolo assaggio della cultura araba, di cui vogliamo assolutamente sapere di più.

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