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In bici da Kathmandu a Pokhara

Asia, Itinerari • di

Per quanto affascinante, si tende ad associare il Nepal al trekking, più che al cicloturismo, o all’alpinismo e alle grandi esplorazioni sull’Himalaya. Ricordo di averlo scoperto la prima volta grazie a un libro fotografico su quell’alpinista altoatesino mentre ai campi base preparava le scalate alle vette, con dei capelli lunghi tenuti da una fascia che tanto facevano figlio dei fiori.
Dagli anni ’70 le cose sono cambiate, è arrivato anche qui il turismo con i suoi pro e i suoi contro, e una fetta importante del turismo è rappresentata proprio dal settore outdoor che oltre al trekking comprende cicloturismo e mountain bike.

Pokhara – Kathmandu è una tratta percorsa da diversi tour operator per mountain bike, che per via del traffico seguono quasi interamente sentieri di montagna evitando così la strada principale, la Prithvi Highway. Sentieri comunque alla portata di tutti e ad altitudini alpine, più che himalayane.
Questo tour è stato percorso in senso opposto a quello seguito dai tour operator, da Kathmandu a Pokhara, ma cambia poco: qualche pendenza più ripida ma dislivello totale minore.

tempio

Parto la mattina presto da Sanepa, un quartiere a sud di Kathmandu appena attraversato il fiume. Punto a nord filando nel centro di Kathmandu che si sta svegliando, a Thamel si alzano le saracinesche delle botteghe e i risciò cominciano a girare cigolanti. Per fortuna non c’è il traffico di auto dell’ora di punta e dopo dieci minuti sono già in periferia diretto verso lo Shivapuri National Park.

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Dopo un paio d’ore il caldo si fa sentire, anche per via della salita al passo di 1800 metri che domina il versante nord della valle di Kathmandu; comunque l’unica salita impegnativa di tutto il percorso.
Il terreno è sconnesso e sulla mountain bike c’è da ballare. Una volta sceso dal passo il paesaggio si fa ancora più spettacolare, con il giallo dei prati ed il verde delle montagne sotto un cielo per la verità di un azzurro poco vivo.

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campi

Lungo il fiume poche case e qualche area coltivata a riso accompagnano i venti chilometri successivi di pianura fino a Bidur. Da qui una nuova ma più dolce salita porta a Samarì, non prima però di una rottura alla catena poi rimediata.

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Samarì è un piccolo villaggio di montagna, poco prima del tramonto un’aria frizzante soffia sul cortile di un vecchio edificio, la sede della polizia, dove nel frattempo sono stato invitato per un tè e della frutta. Ceno e dormo in una camera messa a disposizione da una famiglia, con cui condivido una cena a base di riso e carne annaffiati da un vino bianco diciamo, rustico!

Il giorno successivo lascio Samarì con il sole ancora basso, c’è un ultimo tratto di salita molto impegnativo, non tanto per le pendenze ma per il tracciato: sconnesso e a tratti fangoso per via della pioggia scesa la sera prima. Malgrado tutta la buona volontà possibile, ogni tanto bisogna scendere e spingere la bici a mano. Per fortuna non mancano alcuni punti ristoro dove fermarsi a “far carburante”.

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Lungo la strada crescono numerose le piante di marijuana. Fino al 1973 infatti l’uso di marijuana in Nepal era consentito dalla legge e anche per questo il paese è stato negli anni ’60 e ’70 un’ambìta meta di viaggio di tanti figli dei fiori, giunti dall’Europa a Kathmandu lungo la mitica Hippie Trail, chissà magari a bordo di un vecchio pulmino Wolkswagen.

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Nel primo pomeriggio passo davanti ad una scuola elementare dove non senza sorpresa vengo rincorso e accerchiato da un po’ di bambini curiosi. Namastè, namastè!, mi gridano giungendo le mani e sorridendo generosamente.
Poco più avanti mi fermo per una pausa in un chiosco e altri bambini mi chiedono la bici in prestito per un giro. Cerco di spiegare ad uno di loro che avrà 8-9 anni che forse è il caso che abbassi la sella per riuscire a montare ma nemmeno il tempo di gesticolare che quello è già partito e inizia a pedalare un po’ goffamente verso il paese. Quando torna indietro porta un amico sul sellino, e lui si tiene alzato sui pedali. La bicicletta è un gioco bellissimo, per questi bambini, fanno avanti e indietro e continuano a chiedermi un ultimo giro: penso che il mio possa aspettare e colgo l’occasione per riposare un’oretta.

discesa

Quando riparto sono le 6 e fortunatamente l’ultimo tratto è tutto in discesa fino al paesino successivo dove mi fermo per un’altra pausa. Mentre sono ancora fermo in strada vedo dall’altro lato, quello della montagna, una mezza dozzina di bambini che corrono verso di me. Sono scesi dal paese per portami il telefonino che avevo dimenticato al chiosco.
Potrei fermarmi ma c’è ancora luce sufficiente per pedalare così proseguo oltre e sono fortunato perché incappo in una festa locale – celebrativa di non so cosa a dire il vero – dove vengo trattenuto qualche minuto dai presenti: solo dopo avermi “macchiato” la fronte con un piccolo cerchio di colore rosso ed infilato in bocca un po’ di cibo con le loro mani (letteralmente), ritorno a pedalare.

Appena superato il centro del paese bisogna attraversare un ultimo passaggio. E’ un ponte tibetano, ma sembra uno di quelli nuovi, non molto pericoloso. E poi insomma, non ci sono molte altre alternative. Così monto la videocamera sul casco e vado, con una certa finta indifferenza.

ponte

Passo la notte in un paesino poco più avanti in casa di un’altra famiglia, composta da madre e figlia. Abbondante cena in compagnia e via a dormire.

La mattina seguente il cielo è più coperto del solito ma per fortuna non piove. Di contro, il caldo di mezza mattina è sempre lo stesso, conferma che svegliarsi alle 6 e pedalare la mattina presto è una scelta azzeccata.
Arrivato ad Arughat mi fermo in un locale per un pranzo rifocillante a base di riso, carne e verdure.
La salita finisce e finalmente si scende verso Ghorka, una città medio grande più o meno a metà del percorso. Solita cena in casa di una famiglia.

ghorka

All’indomani sono più stanco del solito e decido di lasciare l’interno montuoso del Nepal per puntare a sud ed imboccare la strada principale, ok un po’ trafficata ma su cui riesco almeno a raggiungere velocità decenti. Abituato alle lunghe distanze su strada, avevo sottovalutato la fatica di un viaggio in mountain bike ma niente paura, l’highway è comunque bella da percorrere e in fondo non sembra così pericolosa.
A 20 km/h mi sembra di scivolare sulla strada e che l’attrito sia ridotto al minimo, tanto i sentieri mi avevano abituato a velocità da trekker, più che da ciclista.

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Lungo la strada incontro un cicloviaggiatore di cui riesco a capire solo la nazionalità, cinese. Per il resto non parla una parola di inglese così non resta che condividere un pezzo di strada insieme e un paio di merende silenziose.
Pokhara è praticamente alle porte ma non avendo tempo di visitarla decido di fermarmi una ventina di chilometri prima per evitare il tratto più trafficato e tornare a Kathmandu con un autobus locale, il cui viaggio meriterebbe un racconto a parte…

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