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Myanmar in bici da Pyay alle spiagge di Ngwe Saung

Asia, Itinerari • di

La piacevole Pyay (o Prome, come la chiamavano gli inglesi), nella regione centrale del Myanmar, giace sulla sponda dell’Irrawaddy.
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La Shwesandaw pagoda, coi suoi 39 m di altezza, si erge maestosa su un’altura al centro della città e fronteggia un gigante buddha seduto. Tra la statua del generale Aung San e il fiume, la sera si svolge un delizioso mercatino di cibi di strada, con spiedini di ogni tipo, fritti e altre specialità locali. Lasciamo la città diretti a sud, puntando sognanti la spiaggia di Ngwesaung, distante ancora 350 km. Saliamo sul ponte che attraversa l’Irrawaddy e passiamo sulla sua sponda occidentale. Così facendo lasciamo la direttrice di traffico per Yangon e ci immergiamo in una zona remota.

Mappa

Altimetria

profilo altimetrico myanmar in bici

Traccia gps | Mappa kml

Al termine del ponte la strada si arrampica su una serie di basse colline, tra una salita e una discesa continua. Poi seguono una ventina di chilometri di pianura fino al villaggio di Oke Shit Pin, che sorge all’incrocio con la Pathein-Monywa Road. Proseguendo dritto si svalica una serie di vette non troppo alte, ma impegnative e desolate, per raggiungere lo stato del Rakhine e la sua meravigliosa spiaggia di Ngapali. Noi, invece, abbiamo deciso di svoltare a sinistra, in direzione di Pathein e poi di Ngwesaung. Procediamo spediti perché la strada ha inclinazioni dolci, che non ci rallentano molto in salita e richiedono solo pedalate leggere in discesa. Attorno la natura è florida, nonostante il caldo renda afose le giornate. Palme dal fusto altissimo si alternano a campi coltivati e risaie. Le abitazioni sono costruite con materiali semplicissimi, per lo più paglia, legno e lamiera; in molti casi sono sopraelevate.

Lasciata la regione di Bago entriamo in quella di Ayeyarwady e un immigration check point verifica i nostri passaporti e visti. Svoltiamo immediatamente verso sinistra, lasciando la strada principale, in favore di una più densa di villaggi.
Dopo 100 km in sella arriviamo alla piccola Kyangin, ricca di pagode e stupa, di nuovo sulla sponda dell’Irrawaddy. Troviamo una guest house molto economica (in Myanmar non è consentito il campeggio libero, ma qualche volta ci è capitato di passare la notte ospiti di monasteri) e trascorriamo qui una piacevole e calda serata.
La mattina successiva ci muoviamo verso Myanaung, con un mercato animatissimo e molte imbarcazioni intente alla pesca. Da qui verso Ingabu la campagna si fa ancora più incantevole e la strada, in alcuni tratti, è bordata da altissime palme che le danno un fascino esotico. I chilometri della giornata sono una settantina con soli 350 m di dislivello.

In più tratti veniamo tampinati da poliziotti in motorino che si tengono a poca distanza, poi ci affiancano e domandano dove siamo diretti e da dove veniamo. La sera, nella piccola guest house di Ingabu, riceviamo la visita dell’immigration officer e poi di un altro poliziotto. L’atmosfera è comunque pacifica, ma ci sentiamo ‘marcati stretti’.

Pagoda Ingapu

Continuando in direzione sud, raggiungiamo il fiume Pathein nei pressi della piccola Myogwin. Attraversiamo il bellissimo ponte promiscuo, ad uso stradale e ferroviario e poi svoltiamo a destra per una viuzza sterrata, chiusa al traffico di auto e camion, che costeggia tutto il percorso del fiume.

Ponte

Le condizioni del sentiero non sono ottime, ma il passaggio frequente di biciclette e motorini ha scavato una traccia che percorriamo senza troppe difficoltà.
Attorno a noi campi coltivati, specchi d’acqua e piccoli villaggi costruiti con legno, bambù e paglia; unica pecca la scarsità di alberi e ombra sul tragitto.
Da Lemyethna ritroviamo l’asfalto fino a Ngathainggyaung (ad Aing Tha Pyu unaltro poliziotto ci fa domande, ma non ci segue) e da qui ci immettiamo di nuovo sulla Pathein-Monywa Road.

Un bel viale alberato ci ripara dal sole che, sebbene siamo in inverno, è già davvero caldo e ci costringe a soste prolungate nelle ore centrali della giornata. Per la notte ci fermiamo ad Athok, dopo circa 90 km. Stiamo pedalando come dei matti perché non vediamo l’ora di raggiungere l’agognata spiaggia di Ngwesaung. Mancano solo due tappe all’appello: la prima è forse la peggiore di tutto il Myanmar finora pedalato e si tratta dei 65 km tra Athok e Pathein. Il traffico si intensifica notevolmente a partire dal secondo grosso bivio, dove imbocchiamo la Yangon-Pathein road e l’asfalto è in pessime condizioni, con buche che si susseguono quasi ininterrottamente per tutto il tragitto.

Siamo nel periodo del capodanno cinese e un gran numero di turisti orientali provenienti da Yangon si sta dirigendo verso le spiagge di Ngwesaung e Chaung Thar su bus e minivan. È quasi uno shock per noi, che arriviamo da una parte di Myanmar saltata a pie pari dalle rotte turistiche tradizionali.
La maggior parte dei turisti non fa tappa a Pathein, ma a noi questa città portuale regala un bellissimo pomeriggio alla scoperta dei suoi vicoletti frenetici e dei mercatini sulle sponde del fiume.
Scambiando chiacchiere con altri cicloturisti che incrociamo in città, scopriamo che anche loro hanno avuto poliziotti alle calcagna

Il 28 gennaio, già dalle prime ore del mattino, per le strade di Pathein sono in corso le più svariate celebrazioni del capodanno cinese: incontriamo carri trainati da mucche addobbate e truccate, processioni chiassose e danze pubbliche, ma non ci facciamo distrarre troppo perché stiamo pedalando gli ultimi 55 km che ci porteranno al mare.
Qualche chilometro a nord della città si trova uno scenografico ponte che ci porta sulla sponda ovest del Pathein River e poi immediatamente il bivio che impone di scegliere tra la spiaggia di Ngwesaung, a sinistra, o quella di Chaung Thar, a destra. A noi è stata consigliata la prima, che si trova una quindicina di chilometri più a sud, in linea d’aria.

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Dopo la prima oretta sulla sella la strada comincia a ondeggiare su una lunga serie di basse collinette che, insieme, creano un dislivello positivo di 570 m. Fino all’ultimo non vediamo il mare perché è sempre nascosto dietro al rilievo successivo.
Attorno a noi piantagioni di alberi della gomma, palme, banani e qualche villaggio con una decina di capanne a bordo strada. Il passaggio di pullman turistici si fa intenso in questa piccola stradina di campagna.
Attorno a mezzogiorno arriviamo finalmente alla spiaggia e ci tuffiamo nel mare azzurro tanto sognato. È un pò agitato dal vento, ma lo scenario è comunque incredibile, con una profonda spiaggia dalla sabbia chiara e alti filari di palme che le fanno da sfondo. Per fortuna la maggior parte dei turisti (per lo più cinesi) preferisce le piscine dei resort al mare e la spiaggia è incredibilmente tranquilla. Ci rilassiamo e tentiamo di cancellare l’abbronzatura da ciclisti dalle nostre gambe.

abbronzatura ciclisti

Verso fine giornata, quando la marea si abbassa, la battigia diventa inaspettatamente ciclabile: la sabbia ancora leggermente bagnata è perfettamente compatta e ci permette di scorrazzare per 15 km ininterrotti di costa mozzafiato, orlata da palme e resort.

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