Pedalando s’impara, l’approccio dei bambini alla mobilità

6 Maggio 2015

“Io non voglio sopravvivere… io voglio vivere!” (Wall-E 2008).
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Da ciclista in ambito urbano ho compreso la centralità della prospettiva dei giovani cittadini: camminare sicuri per le strade da soli, incontrare gli amici e giocare, avere spazi verdi per piante e animali, vivere in un ambiente non inquinato sono elementi importanti per rendere le città adeguate ad accogliere i bambini nel rispetto delle loro esigenze di crescita e salute.

I temi da affrontare sono tanti e si può partire cercando di comprendere lo sviluppo umano attraverso gli studi di D.W. Winnicott il quale afferma che dove c’è fiducia si crea “uno spazio potenziale” che il bambino può riempire in modo creativo attraverso il gioco. La natura del “luogo potenziale” che mediante il gioco trova forma non dipende dall’ereditarietà, bensì dalle esperienze di vita che ognuno di noi attraversa e fa proprie.

Il piccolo di uomo passa da una condizione di totale dipendenza a una progressiva e complessa acquisizione di autonomia che comporta l’assunzione di aree di rischio sempre maggiori, tollerabili perché il bambino si è sentito sicuro delle cure offerte dall’adulto e queste si sono dimostrate “attendibili”. Mentre leggo penso immediatamente a un rito di passaggio fondamentale quale andare in bicicletta “senza rotelle”: la sensazione di orgoglio, misto a stupore dovuta alla nuova acquisizione che mi permetteva di sentire tutto il mondo alla mia portata; potevo scomparire dalla vista dei miei genitori, grazie alle mie abilità, pedalata ed equilibrio. Mi sentivo grande, mi sentivo dipendente in modo diverso.

La dipendenza rende i piccoli particolarmente vulnerabili – pertanto più esposti, rispetto agli adulti, alle condizioni in cui vivono, al degrado delle abitazioni, all’inquinamento ambientale. Sono gli adulti che si adattano ai bisogni del bambino e, grazie a questo processo di scambio in divenire, si pongono le basi per lo sviluppo del senso di fiducia nella madre, nei genitori, nelle persone che si incontrano quotidianamente e nel mondo.

Così le nostre bambine e bambini cominciano a strutturare e scoprire il proprio carattere, i propri interessi, la propria persona separata, ma intrinsecamente legata al contesto di vita. In effetti mi sentivo sicura sulla mia bicicletta nonostante le cadute e i rimbrotti dei “grandi”, perché avevo capito che potevo esplorare attraverso la mia prospettiva affidandomi alle due ruote che mi permettevano di spostarmi più velocemente e mettermi alla prova.

Il movimento ha un valore rispetto alla dimensione fisica, ma garantisce dei benefici anche al nostro stato di salute e infonde fiducia e coraggio in noi stessi. Il movimento è comunicazione, espressione di ciò che siamo, anche strumento per entrare in relazione con l’ambiente. La costruzione dell’intelligenza, si alimenta di scoperte in contesti sempre più diversificati e comprensibili: idee astratte come i concetti di spazio e tempo vengono concepite proprio attraverso il movimento che ci permette di cogliere e modificare la realtà che ci circonda.

Osservando i bambini in contesti di vita liberi vediamo la propensione naturale ad eseguire tentativi per ottenere movimenti precisi attraverso un continuo e infaticabile esercizio nelle attività ludiche. La forza vitale che sospinge e sostiene questo processo, la crescita, è l’amore per l’ambiente, che ci lega alle cose che ci circondano, è amore per la scoperta. Le bambine e i bambini colgono aspetti invisibili agli occhi degli adulti perché impulsivamente tendono ad assimilare e l’oggetto d’amore privilegiato per un bambino è l’adulto da imitare, da cui dipende, da cui impara incantato per ottenere accudimento e attenzione affettiva.

L’ambiente e l’educazione sono fattori fondamentali per la crescita dei piccoli di uomo a cui poi si aggiunge l’aiuto da fornire e la responsabilità conseguente. Il contesto di vita accoglie le energie vitali sprigionate fornendo gli strumenti per esprimersi e l’adulto accompagna al fine di rendere indipendenti i bambini e non sostituirsi ad essi perché minerebbe le conquiste che quotidianamente vengono raggiunte.

Ma quali sono i giochi che fanno i bambini e le bambine? I giochi senso-motori implicano il movimento del corpo. Il bambino esplora il mondo con tutto se stesso, affronta le difficoltà ed è il corpo stesso strumento di conoscenza. I giochi simbolici che consistono nel “fare finta di essere”, esercitano una funzione sociale in quanto la bambina e il bambino si auto-investono di un ruolo diverso ogni volta che consente loro di mettersi nei panni di altre persone, comprendere l’altro e socializzare.

I giochi di imitazione: spesso quando i bambini sono più grandi e giocano in gruppo, imitano il gruppo di adulti e il mondo di tutti noi. Utilizzano la fantasia, ma prevalentemente agisce l’imitazione consapevole dei soggetti grandi, ispiratori di attività. Il gioco regolato serve ai bambini per capire l’importanza delle regole e permettere il funzionamento della attività stessa.

Il gioco costruttivo: molti giochi sono fatti di costruzioni, di pezzi utili da impiegare per comporre e creare forme. È un gioco che rievoca il lavoro degli adulti, funzionale alla costruzione di qualcosa di ordinato a partire dal caos. I giochi di gruppo in cui si sperimenta il senso di appartenenza, la funzione delle regole, oltre a diverse forme di lotta e competizione che consentono di vivere personalmente dinamiche di confronto. Queste tematiche sollecitano delle riflessioni sul contesto di vita urbano e la qualità della relazione educativa. La crisi non solo economica è ravvisabile nei rapporti tra adulti e bambini dove sembra dominare una relazione simmetrica che rende complesso il mantenimento del ruolo di garanti da parte dei genitori minando il contenimento necessario per i più piccoli che richiedono rassicurazione, limiti e confronto.

Questo processo può innescare la delega delle responsabilità: gli adulti sembrano in difficoltà nel rappresentare un confine sufficientemente forte per i giovani, ma nessun adulto si può sottrarre alla responsabilità verso un soggetto minore e allora si perpetrano fenomeni di scarico della responsabilità per cui se un bambino si fa male cadendo perché corre o vuole imparare ad andare sullo skateboard o sulla bicicletta è l’istituzione con funzione educativa, piuttosto che la famiglia a doversi fare carico del peso di questo incidente, quasi fosse non ammissibile la caduta, il movimento che la ha provocata, quindi il gioco o il mezzo usato, non il contesto urbano che recinta gli spazi, limitando le condizioni di sicurezza e la libertà di movimento legittimo dei singoli.

La percezione del pericolo intorno a noi ha dei costi sociali per i bambini che in città non possono sperimentare il gioco libero senza la costante presenza dell’adulto che vigila. La conseguenza è il venir meno dell’autonomia di spostamento dei bambini e questo ha delle conseguenze proprio per questi ultimi: infatti molte ricerche hanno evidenziato che l’acquisizione di conoscenza ambientale è influenzata dall’esperienza diretta.

Ma forse come osserva Benasayag ne “L’epoca delle passioni tristi”: “Se gli adulti si esprimono in termini di minaccia è senza dubbio perché pensano che quella attuale non sia un’epoca propizia al desiderio e che occorra innanzi tutto occuparsi della sopravvivenza”. Il mondo della costruzione e del desiderio che parta dalle esigenze dei bambini come paradigma di riferimento è quello che può limitare la minaccia e produrre qualcosa di creativo e sorprendente per rafforzare legami sociali e costituire “legami di pensiero”.

Sarebbe auspicabile cambiare la prospettiva da cui si parte per costruire spazi urbani: fino ad ora gli spazi pensati dagli adulti per il gioco dei bambini vanno contro alle aspettative dei piccoli perché richiedono la presenza costante dei “grandi”. I giardini dedicati vengono realizzati secondo modelli stereotipati e non si tiene conto dei bisogni reali dei bambini che necessitano di manipolare oggetti, nascondersi come osserva Tonucci ne “La città dei bambini” e di sperimentare il rischio, la scoperta senza la costante sorveglianza che limita l’autonomia da conquistare.

Esistono esperienze di città che cominciano a presentare spazi accessibili a tutti per favorire il movimento a piedi o usando la bicicletta mezzo che offre la possibilità di spostarsi in modo indipendente anche a coloro che scoprono giorno per giorno competenze inaspettate e sono in una fase di sviluppo cognitivo, sociale. I bambini e le bambine naturalmente cadono per imparare e si possono sbucciare le ginocchia perché “errare” fa parte dell’apprendimento, però sarebbe auspicabile che ciò avvenisse in un ambiente stimolante e protetto da pericoli che promuova la socializzazione tra pari e l’immaginazione.

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