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fancy women bike ride 2019

Un viaggio lungo le Alpi (parte 9)

Diari • di 3 Aprile 2018

Tappa 9: Bormio-Bormio

Mortirolo (1852 mt), Gavia (2652 mt)

Disegnare una traccia così lunga implica, per forza di cose, delle rinunce. I giorni stabiliti vanno un po’ a dettare la tabella di marcia e diventa necessario trovare il giusto compromesso tra il tempo a disposizione, la distanza teorica da coprire in quel lasso di tempo e i molti luoghi di interesse individuati sulla carta.

E così ad un certo punto mi sono ritrovato di fronte ad un bivio: da una parte partire dal mar Ligure per chiudere l’avventura di nuovo sul mare, quello Adriatico, con un senso di completezza del viaggio, dall’altra, invece, finire un centinaio di chilometri prima inserendo una seconda tappa a Bormio per scalare due mostri sacri dal richiamo magnetico, quasi impossibile da ignorare.

Non serve neanche dire quale sia stata la mia scelta: Mortirolo da Mazzo in Valtellina e Gavia da Ponte di Legno, in una giornata che si preannunciava straordinaria. Non potevo certo passare per Bormio senza affrontare queste due salite leggendarie, avrebbe significato, per me, tornare a casa con un certo senso di insoddisfazione personale e di incompletezza del viaggio stesso.
In fondo terminare l’avventura a Udine non mi dispiaceva poi molto, anche perché avrei potuto dormire a casa di un amico a due passi dalla stazione. Tutto sommato mi andava bene.

Attesa terminata! Sono molto euforico al solo pensiero dell’entusiasmante giornata che mi aspetta. Non capita tutti i giorni di salire sul Mortirolo per poi puntare dritti al Passo del Gavia, e, soprattutto, da due versanti per me inediti, mai affrontati prima d’ora; la cosa non fa che accrescere lo stato di trepidazione.

Di buonora scendo a far colazione, sono alle prese con il mio venticinquesimo cornetto al cioccolato quando compaiono in sala tre sagome assonnate (mamma mia che verve!) che lentamente si sistemano in un tavolinetto non lontano da me, due ragazzi ed una ragazza, più o meno avranno la mia stessa età.

La sala sembra più animata, mentre sto per terminare il mio ricco pasto, avrò mangiato per tre o quattro persone almeno, si avvicina la ragazza addetta alla sala e, visto che sono già in tenuta da bici, mi chiede senza troppi preamboli dove sono diretto quest’oggi.
Molto velocemente le spiego il tragitto, così appena finito di parlare mi indica i tre ragazzi e mi dice che anche loro compiranno lo stesso giro.

Esco dall’hotel percorrendo il vialetto che porta sulla strada con in mano la bici, che ho alleggerito di qualche chilo eliminando la borsa posteriore, di cui, per il giro di oggi, non ho sicuramente bisogno, quel poco che mi serve l’ho infilato nella borsa frontale.

Do le prime pedalate sotto una leggera e piacevole pioggia, mi sento un po’ appesantito dalla colazione. Sono una trentina i chilometri che mi separano da Mazzo di Valtellina, dove ad attendermi c’è la temutissima salita del Passo della Foppa o Mortirolo, che dir si voglia. È giusto un anno che aspetto questo momento; non vedo l’ora di fare questa piacevole conoscenza.
Solcando la valle sono diversi i centri abitati che si susseguono sul mio cammino, pedalo calmo e senza fretta alcuna, oggi vado proprio con tutta comodità.

Raggiungo Mazzo dopo un’ora abbondante, con entusiasmo sempre più crescente mi avvio all’attesissimo rendez-vous, brevissima sosta ai piedi della salita per togliere qualcosa di dosso, nel frattempo è uscito anche un bel sole; meglio alleggerirsi un pochino, ci sarà da sudare parecchio nei prossimi dodici chilometri.
Addosso ora non rimane che una bella sensazione, di quelle che accompagnano sempre una prima volta: timore, curiosità ed eccitazione si succedono rapidamente tra loro, in fondo la salita da questo versante viene considerata tra le più dure d’Europa!

Bene, si parte! Percorro i primi duri chilometri lasciandomi alle spalle le ultime case di Mazzo. Dopo un primo tentennamento le mie gambe iniziano a girare per bene, tutti i sacrifici fatti per arrivar fin qui iniziano a dare i loro frutti e tiro spedito verso monte, sarà l’entusiasmo, la smania o l’eccitazione, fatto sta che mi sento alla grande e salgo su come una capretta.

Non senza fatica conquisto un tornante dopo l’altro. Nonostante le pendenze, la strada scorre piacevole tra muretti in pietra ricoperti di muschio, la fitta vegetazione e le belle abitazioni di montagna; cerco di mantenere un ritmo adeguato senza forzare, voglio gustarmi lucidamente la salita e tutto quello che ha da offrire.

Supero un ripido tornante a destra subito dopo il quale incrocio quattro motociclisti che scendono a valle, il primo mi saluta con un gran sorriso e pollice in su, rispondo anch’io con un sorriso. È sempre molto bello ricevere manifestazioni di stima ed incoraggiamento da parte di perfetti sconosciuti.

Sono completamente assorto nella mia personale impresa. Anche questa salita sarà molto dura ma non mollo; provo grande gioia e sorrido perché è per me un inno alla vita, quel momento in cui la passione si compenetra con il proprio sudore e la propria fatica, nasce un’esperienza estremamente gratificante, una sorta di viaggio introspettivo nel quale cogliere l’occasione per misurarsi con sé stessi, incontrare i propri limiti e, magari, quando possibile, superarli.

Procede la mia marcia su questa fantastica stradina di montagna inghiottita tra verdi e rigogliosi boschi. Affronto ancora un tornante ed un cartello a bordo strada indica che sono undici quelli mancanti per arrivare in vetta. Proprio in questa curva si incontra il monumento dedicato a Marco Pantani; non sono mai stato un appassionato di ciclismo ma la cosa mi emoziona e non poco.

Lentamente si abbandona il folto bosco, oramai sono in prossimità del passo; abbastanza affannato percorro gli ultimi interminabili chilometri.
Arrivare in cima, per me, ha il sapore dell’impresa, un’esperienza che sicuramente rimarrà impressa nella mia mente, la ricorderò con piacere per sempre. Un giorno mi piacerebbe tornare per affrontarla a bici scarica, ma per il momento me la godo da cicloturista.

Sosta d’obbligo all’inconfondibile stele posta su al passo dove incontro quattro ciclisti inglesi, anch’essi molto compiaciuti e felici per l’impresa appena conclusa; ci salutiamo con un bel sorriso senza dire una sola parola, un bel momento di relax tra perfetti sconosciuti accomunati dalla stessa passione.

Passo qualche minuto a fare foto e a sgranchirmi un po’ le gambe; indosso la giacca e riprendo la strada in direzione di Monno. Inizia la lunga discesa a valle, nemmeno un paio di chilometri e si incontra la località di San Giacomo, nella mia mente si ravvivano i ricordi di un anno fa. Proprio mentre percorro questo tratto la bici inizia ad emettere un rumoraccio, sembra provenire dai freni anteriori.

Mi fermo immediatamente molto preoccupato, capovolgo la bici, tolgo la ruota e tiro fuori le pasticche dei freni per sincerarmi delle loro condizioni. Non sembrano eccessivamente consumate, ho comunque due coppie con me in caso di un eccessivo e prematuro consumo; fortunatamente sembra che sia solo un pistoncino un po’ impigrito che ha tenuto premuto, più del dovuto, una pasticca contro il disco.

Rimetto la ruota, la centro per bene e via di nuovo in picchiata verso Monno.
La discesa è molto bella, a grandi linee la ricordo quasi tutta, avendola percorsa ben due volte un anno fa, una per salire ed una per riscendere.

Uno stretto tornante a sinistra ed un successivo tratto molto ripido, di cui ricordo ancora la fatica impiegata un anno fa per risalirlo, accompagnano al comune di Monno. Superato il piccolo centro si prosegue ancora per qualche chilometro in ripida discesa fino ad un incrocio. Qui la strada del valico termina innestandosi nella Strada Statale del Tonale che risale la Val Camonica costeggiando il fiume Oglio; seguirò la statale sino a Ponte di Legno, dove ad attendermi c’è l’altra grande salita di giornata, che mi porterà fin su al Passo Gavia, a 2621 metri di quota.

Una quindicina i chilometri che dovrò percorrere prima di giungere a Ponte di Legno. Mi aspetta una pedalata molto piacevole lungo la Val Camonica, i bei paesaggi e i paesini lungo la strada fanno da contorno a questa splendida giornata, il sole viene e va, ma la temperatura non è malaccio.

Arrivato a Ponte di Legno inspiegabilmente proseguo lungo la statale, facendo in tal modo tutto il giro fino all’incrocio che porta al Tonale, forse assorto tra i miei pensieri non me ne sono reso conto, se non dopo un lungo tratto. Pazienza, faccio un giretto prima della salita; in effetti non è molta strada in più.

Dopo questa piacevole passeggiata giungo finalmente all’incrocio dove si abbandona la Statale del Tonale per imboccare, sulla sinistra, la Strada Provinciale 29 del Passo del Gavia. Da qui mi attendono ben diciotto chilometri di salita con una pendenza media che si attesta intorno all’otto percento e con punte del sedici; non vedo l’ora di conquistare anche questo versante.

Mi avvio con tutta la calma del mondo verso le prime rampe. Le pendenze si dimostrano da subito poco amichevoli, un paio di strette e ripide curve conducono ad una piazzola con una fontana, salendo la si incontra sulla sinistra, proprio di fronte al bivio per il piccolo borgo di Pezzo, avevo già previsto di sostare qui per la pausa pranzo.

Recuperate le forze riprendo a salire fino a lambire la località di Sant’Apollonia, alla base di una decina di bei tornanti. Superati i primi due la strada si restringe sensibilmente, di colpo si trasforma in un’insidiosa ripida stradina, larga poco più di due metri, che si incunea nella fitta boscaglia; alla mia sinistra la strada è priva di ogni protezione mentre sulla destra corre un muretto in pietra ricoperto dal muschio ed erbe selvatiche.
Fortunatamente non transita nessun mezzo mentre percorro questo tratto. L’aria è pervasa da un buon profumo proveniente dal bosco, nella notte è piovuto e questo arricchisce di odori la strada.

Oltrepassato il sesto tornante, il bosco inizia a diradarsi dando l’opportunità allo sguardo di spaziare in lungo e largo; si gode di una vista impareggiabile: guardando a valle, tra piccole e verdi radure, sono visibili alcune abitazioni del centro di Sant’Apollonia, ai lati rigogliosi boschi di conifere risalgono i declivi dei monti, mentre guardando oltre questo bel paesaggio posso ammirare in tutto il loro splendore le alte e frastagliate vette del parco dell’Adamello.
Galvanizzato da questa meraviglia naturale torno a macinare metri, pedalata dopo pedalata la mia scalata al Gavia assume un tono epico.

Non finirò mai di ringraziarmi per aver scelto di intraprendere un’avventura così impegnativa, ricca di splendidi paesaggi e intrisa di così tante emozioni!
Veder prendere vita, giorno dopo giorno, tutti quei nomi, punti, strade, monti, linee tracciati sulla mappa è davvero molto bello e gratificante.
Ahimè, nota dolente di questa esperienza è l’incredibile numero di confezioni di gel e cose simili lasciate a bordo strada proprio da chi, come me, decide di affrontare questo gigante in bicicletta; un’immagine tristissima.

Inizio ad avvicinarmi al termine di questa leggendaria salita, avanti a me la stretta ed insidiosa galleria, affretto il passo per lasciarmela alle spalle il prima possibile essendo sprovvista di illuminazione; sono dunque giunto nella parte finale della scalata, una manciata di tornanti tra le rocce e vista sul piccolo Lago Nero, al quale dedico un momento per una foto, e dovrei essere arrivato.

Anche il Gavia è andato, la mia personale lista delle salite più belle al mondo si arricchisce di una nuova perla. Ora non mi resta che fare una bella sosta al bar per una birra e una coca-cola per poi tornare a Bormio.
Mi aspetta una lunga discesa, i panorami sono quelli bellissimi vissuti appena un anno prima, in un’ascesa da Bormio a dir poco dura, infatti solo ripensando alla fase finale della salita sorrido ancora: proprio sull’ultima dura rampa, preso dallo sconforto, scesi dalla bici stremato e feci a piedi un centinaio di metri.

Quel giorno avevo messo su una tappa decisamente azzardata per i miei standard.
Considerando che pedalavo da meno di dodici mesi e non avevo mai affrontato salite di questo calibro, una partenza da Glorenza per affrontare in sequenza Stelvio e Gavia prima di giungere a Ponte di Legno, non era stata una scelta felicissima.
Sicuramente in quel frangente ho pagato tutta la mia inesperienza in merito, ma a denti stretti me la sono portata a casa, e con un’immensa soddisfazione per giunta.

Tornando a noi, sono all’incirca le quindici quando faccio ritorno in hotel. Nella reception incontro uno dei tre ragazzi di stamattina, quelli che avrebbero dovuto fare il mio stesso giro. Scambiamo due chiacchiere e a fatica riesco a capire che hanno abbandonato il progetto per timore di trovare cattivo tempo…peccato per loro.
A me non resta che fare una bella doccia e uscire per un bel giro in quel di Bormio per godermi un lungo e meritato aperitivo.

La tappa è stata di 116 chilometri con 3065 metri di dislivello positivo.







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