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Come la Norvegia sta conquistando lo sport mondiale

Come la Norvegia sta conquistando lo sport mondiale
Gli atleti norvegesi Erling Haaland (calciatore) e Torstein Træen (ciclista)

Ci sono giornate in cui lo sport di un Paese intero sembra allinearsi come i pianeti. Per la Norvegia, questa settimana di luglio 2026 è una di quelle. A Foix, al termine della quarta tappa del Tour de France, Torstein Træen della Uno-X Mobility ha indossato la maglia gialla, strappandola nientemeno che a Tadej Pogačar grazie a una fuga arrivata al traguardo con oltre dieci minuti di vantaggio sul gruppo dei big. Qualche giorno fa, dall’altra parte dell’Atlantico, la nazionale di calcio norvegese aveva battuto 2-1 il Brasile con una doppietta di Erling Haaland, qualificandosi per la prima volta nella sua storia ai quarti di finale di un Mondiale, dove sabato 11 luglio affronterà l’Inghilterra.

Due notizie che, prese singolarmente, potrebbero sembrare favole sportive. Messe una accanto all’altra, e accanto a tutto quello che la Norvegia ha vinto nell’ultimo decennio, raccontano invece qualcosa di molto più interessante: il risultato di un progetto.

Un Paese da 5,5 milioni di abitanti

Facciamo un passo indietro. La Norvegia ha circa 5 milioni e mezzo di abitanti: meno della Lombardia, poco più del Veneto e dell’Emilia-Romagna messi insieme. Eppure negli ultimi anni ha espresso il dominatore del mezzofondo mondiale (Jakob Ingebrigtsen), il recordman dei 400 ostacoli (Karsten Warholm), il più forte scacchista della storia recente (Magnus Carlsen), i padroni del triathlon mondiale (Kristian Blummenfelt e Gustav Iden), un finalista Slam nel tennis (Casper Ruud), e resta la nazione più medagliata di sempre ai Giochi Olimpici Invernali. Nel calcio, la generazione di Haaland e Ødegaard ha riportato la nazionale a un Mondiale dopo quasi trent’anni e ora l’ha spinta dove non era mai arrivata. Nel ciclismo, dopo la generazione di Thor Hushovd, Edvald Boasson Hagen e Alexander Kristoff, oggi c’è un’intera filiera che produce corridori, e una squadra costruita apposta per farli crescere.

Quando un Paese così piccolo eccelle in così tante discipline così diverse, la parola “caso” smette di essere una spiegazione plausibile.

La regola che forse spiega tutto: niente classifiche da bambini

Il cuore del modello norvegese sta in un documento che fuori dalla Scandinavia pochi conoscono: i Barneidrettsbestemmelsene, i “Diritti dei bambini nello sport”, adottati dalla confederazione sportiva norvegese già alla fine degli anni Ottanta. Il principio è tanto semplice quanto radicale: fino agli 11 anni non si pubblicano risultati né classifiche, e i campionati nazionali giovanili non esistono prima dei 13. Lo slogan del sistema è “idrettsglede for alle”, tradotto: “la gioia dello sport per tutti”.

L’idea è controintuitiva per chi è cresciuto nello sport giovanile italiano, dove la selezione comincia prestissimo: in Norvegia si fa esattamente il contrario. Prima si costruisce una base larghissima, la stragrande maggioranza dei bambini norvegesi passa da un club sportivo, quasi sempre polisportivo e gestito da volontari, secondo la cultura del dugnad, il lavoro comunitario gratuito e solo molto più tardi si comincia a selezionare.

Il risultato è duplice: meno abbandoni precoci, perché nessun dodicenne viene scartato prima di aver avuto il tempo di sviluppare il proprio talento, e atleti che arrivano all’adolescenza avendo praticato più sport, con un bagaglio motorio più ricco. Non è un dettaglio che Haaland da ragazzino facesse anche atletica, o che molti ciclisti norvegesi arrivino dallo sci di fondo.

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Olympiatoppen, ovvero l’arte della programmazione

L’altra gamba del sistema è nata da una sconfitta. Alle Olimpiadi invernali di Calgary 1988 la Norvegia (la Norvegia!) non vinse nemmeno una medaglia d’oro. Fu uno shock nazionale, e la risposta non fu cercare colpevoli ma costruire una struttura: Olympiatoppen, l’organismo centrale che coordina lo sport d’élite norvegese, mette in comune scienza dell’allenamento, medicina, nutrizione e conoscenza tra tutte le federazioni. Il fondista, il triatleta e il ciclista norvegese attingono allo stesso patrimonio di competenze. Sei anni dopo Calgary, ai Giochi casalinghi di Lillehammer 1994, la Norvegia era tornata in cima al medagliere.

E non ne è più scesa.

Il tutto poggia su un finanziamento stabile e prevedibile: gli utili del monopolio statale dei giochi, Norsk Tipping, vengono reinvestiti in larga parte nello sport di base e negli impianti. Palestre, piscine, piste, anelli di fondo: infrastruttura diffusa, prima ancora che campioni.

Il ciclismo come caso di scuola

Ed eccoci a Træen, perché la sua maglia gialla è forse l’esempio più puro di questo metodo applicato al nostro sport. La Uno-X Mobility non è una squadra come le altre: è nata esplicitamente come progetto di sviluppo del ciclismo scandinavo, finanziata da un’azienda norvegese con l’obiettivo dichiarato di portare corridori norvegesi e danesi ai massimi livelli, con una filiera che parte dalle formazioni giovanili e arriva al Tour de France. Un investimento paziente, di quelli che non pretendono risultati alla prima stagione.

E la storia personale di Træen aggiunge un ulteriore livello. Nel 2022 un controllo antidoping rivelò nel suo sangue valori anomali dell’ormone hCG: non era doping, era un tumore ai testicoli, diagnosticato per caso e curato in tempo. Quattro anni dopo, a trent’anni, dopo aver già vestito la maglia rossa alla Vuelta 2025, quel corridore guida la classifica generale del Tour de France. Non è il predestinato cresciuto in un vivaio dorato: è il prodotto di un sistema che non butta via nessuno, che dà tempo, che accompagna.

Cosa possiamo imparare noi

La tentazione, davanti a queste storie, è liquidarle con il solito “eh, ma loro hanno i soldi del petrolio”. È una scorciatoia che non regge: i soldi contano, ma la Norvegia ha soprattutto scelto come spenderli, e le scelte decisive — niente classifiche da bambini, polisportività, volontariato organizzato, coordinamento centrale delle competenze, impianti diffusi — costano più in visione che in petrolio.

Per l’Italia del ciclismo, che da anni si interroga sul calo dei tesserati giovanili e sulla difficoltà di produrre una nuova generazione di campioni, il modello norvegese è uno specchio scomodo. Noi selezioniamo a 10 anni e ci stupiamo se a 16 i ragazzi smettono; loro non selezionano fino a 13 e a 30 anni vestono la maglia gialla. Noi contiamo su famiglie eroiche e società allo stremo; loro su un sistema.

Sabato la Norvegia sfiderà l’Inghilterra per un posto in semifinale mondiale. Nel frattempo, sulle strade dei Pirenei, Træen difenderà la sua maglia gialla. Comunque vada a finire, il punto non cambia: quando i frutti maturano tutti insieme, di solito è perché qualcuno, tanti anni prima, ha piantato un frutteto.

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