Tre giorni e tre notti a duemila metri
La mia avventura al Three Peaks è iniziata come tante altre, ma è finita in modo decisamente inatteso, con una di quelle epifanie che cambiano il modo di vedere ciò che ti circonda; così inaspettato che mi ci sono volute diverse settimane per capirlo.
Il bello degli eventi ultra è proprio questo: non sai mai di preciso cosa ti aspetta. Lo stesso percorso può creare esperienze estremamente diverse a seconda di mille fattori – il nostro stato di forma, il meteo, gli incontri. Troppe cose possono succedere in un tempo e in uno spazio così lunghi. E questo vale sia quando si partecipa a un evento Endurance sia quando lo si fotografa.
L’unica cosa è metabolizzare a bocce ferme.


Partiamo dall’inizio. TPBR (Three Peaks Bike Race) è una gara ultra molto semplice: si parte da Vienna e si arriva a Nizza o Barcellona (ad anni alterni), disegnando liberamente la propria traccia intorno a tre salite obbligatorie, che cambiano ogni anno. Non c’è supporto, non c’è un vero traguardo, è solo il gusto del viaggio, anche se ad andatura sostenuta.
Io sono stato scelto per coprire l’ultima ascesa, quella del colle delle Finestre, che ormai ha una fama internazionale. Dovevo rimanere per 3 giorni e 3 notti su a duemila metri, facendo base al Rifugio Pintas e muovendomi in auto (il meno possibile), in bici (meno di quanto sperassi, a causa di imprevisti) e a piedi per intercettare fotografare e raccontare quella sezione di gara.
“Da qui sento già il profumo del mare”
Gli incontri con i partecipanti, circa 300, sono stati esattamente quelli che speravo: seguendoli nella salita, condividevano la loro esperienza, le loro disavventure, ma anche la soddisfazione di arrivare all’ultima salita del viaggio. “Dopo lo Zoncolan, ogni salita è pianeggiante”, è una frase che sento dire spesso. Anche perché lo Zoncolan, già duro di suo, l’han fatto quasi tutto sotto il diluvio. E infatti c’è anche chi è particolarmente sfortunato: “Ho fatto lo Zoncolan di notte sotto la pioggia, il Feldberg di notte, e questo sotto il diluvio. Che panorami, eh!”

C’è chi non si è lasciato influenzare dal Giro, e ha voluto sperimentare sulla sua pelle la salita del Finestre: “Vedendo il Giro, mi sembrava una salita più facile”. “Ora capisco, i primi due colli erano solo il riscaldamento per questo qui”. Ma c’è anche soddisfazione, perché: “Che paradiso, questo colle vale tutta la strada fatta finora”. C’è anche chi vede il bicchiere mezzo pieno, e sono in tanti e tante: “Da qui sento già il profumo del mare”, allungando il naso per cercare di vedere un’impossibile Nizza.
Insomma, ho conosciuto viaggiatrici, esploratori, agonisti, turiste di ogni provenienza, con grande soddisfazione per quegli incontri pur brevi. Qualcuno l’abbiamo anche inseguito in valle, soprattutto quando due amici, Luigi e Alberto, sono venuti a trovarmi con le loro macchine foto: grazie alle scorribande insieme, abbiamo carpito e altre storie e fatto foto in contesti diversi. Un’altra volta, le soddisfazioni del reportage nella sua forma migliore.
“Fate pure tutte le foto che volete, perché spariremo”
Ma – un ma grosso come una casa – la memoria del reportage è arrivata da un’altra parte. Una vera e propria lezione. In quelle 72 ore intense non ho solo conosciuto alcuni rifugisti, ma ho aperto la porta di un ecosistema, quello che c’è tra Pian dell’Alpe e gli alpeggi sopra Meana di Susa. Il mondo della montagna, e soprattutto delle persone che lì vivono e lavorano.

Mi sentivo ospite. Il primo giorno mi sono presentato a un pastore, dato che ci saremmo incrociati molte volte su e giù per la strada. “È una gara ciclistica, faccio foto…” Si irrigidisce. “Chiudono le strade un’altra volta?”. Okay, afferro. “No, no, sono da soli, passano e non lasciano traccia. Non ci sono carovane, elicotteri, chiusure, sono quattro gatti”. Piano piano si rilassa e si sfoga. Quando hanno chiuso tutto per il Giro, lui doveva mungere le mucche, “due volte al giorno”. Qualcuno ha pensato a tutte le situazioni simili e trovato soluzioni? “No, sono arrivati e hanno chiuso, e a noi chi pensa? Non possiamo mettere in pausa il nostro lavoro”.
Le sue mucche pascolano intorno, mentre le nuvole spuntano dalla Val di Susa. “Lei è la quarta generazione”, indica sua figlia adolescente. C’è anche il figlio, anche lui un ragazzino. “Viviamo qui, ma ora sta diventando impossibile. Le cose devono avere un equilibrio, altrimenti si distruggono”. Mi parla dell’importanza dei pascoli – rispetto al bosco – per l’armonia dell’ecosistema. E intanto turisti di ogni tipo e con ogni mezzo manovrano nel piccolo spiazzo del colle, alla ricerca di uno scorcio libero.
Parla delle auto, che ormai fanno sembrare il Finestre una tangenziale. Delle moto, che usurano la strada e i sentieri in modo anomalo. Di chi viene in bici e a piedi senza essere preparato. “Vogliono fare la montagna come la città, ma non è possibile, questa è un’altra cosa”.
Mi congedo, e da allora, come previsto, ci vediamo a tutte le ore. La sua jeep si sposta dal casotto all’impianto di mungitura, i cani presidiano il tornante, i figli sorvegliano e lavorano. Tre giorni di pascolo in quota.


Un ragazzo dei partecipanti, lo incontro negli ultimi tornanti prima del colle, ha un tavolo tatuato sul polpaccio. “Le serate migliori sono quelle passate intorno a un tavolo a chiacchierare” risponde alla mia domanda, pedalando. “Rotondo, perché siamo tutti uguali.” Quando arriviamo in cima c’è anche la Panda verde dei guardaparco: osservano sia i motociclisti, un po’ troppo allegri in salita, sia i rapaci che balenano verso il sentiero del Ciantiplagna. Diversi turisti chiedono del sentiero che sale fino a 2850m con una vista splendida sulle due valli. “Chiuso per lavori”, rispondono indicando le transenne. Anni fa c’è stata una piccola frana, e da allora ufficialmente è tutto sbarrato.
Il ragazzo aveva ragione: al rifugio, a sera, parliamo di strade con Marco e la sua squadra. Arriva anche il guardaparco, allora indago: perché non c’è il pedaggio per la salita, come la Via del Sale o altre valli poco lontano? Sarebbe un bel modo di avere i soldi per la manutenzione. Però, scopro, la Strada dell’Assietta, che parte dal Finestre, è provinciale. Pro e contro: i comuni su cui passa la strada, che dovrebbero spartire oneri e onori, non si metteranno mai d’accordo. Dato che è giurisdizione della Provincia, almeno la manutenzione annuale è garantita. Piutost che nient l’è mej piutost.

Domenica mattina, un altro shock dal versante sud. All’alba stiamo scendendo verso Meana per incontrare un gruppo, e ci fermiamo nei pressi di una pastore all’opera con la mungitura mattutina. Occasione ghiotta, foto interessanti, ci stiamo divertendo. Senza girarsi, ci saluta. E poi:
“Scattate pure tutte le foto che volete, perché spariremo”.
Tutti noi gelati, mentre passa una coppia di francesi che ignoriamo del tutto. Lei spiega, racconta; le parole sono diverse ma il concetto è lo stesso del pastore su a Pian dell’Alpe: è un mestiere che scompare, anzi un mondo che scompare, tra overtourism, problemi climatici e difficoltà economiche – tutti strettamente correlati, ovviamente. Ma tanto quella frase è più che sufficiente, il senso ce l’abbiamo scolpito in testa: “spariremo”.

Quando ho accettato l’incarico, mi entusiasmava l’idea di passare tre giorni nello stesso posto, invece di seguire l’evento come capita più spesso: ero davvero curioso di conoscere quell’angolo di mondo che di solito è una cartolina che arriva e passa, giusto il tempo di mettersi una giacca e poi scendere a valle. Ma la percezione degli spazi cambia radicalmente a seconda del tempo che ci passiamo. Non sono stato deluso, in un modo o nell’altro il Finestre ti dà quello che cerchi. Oltre a imparare a memoria i tornanti a furia di inseguire ciclisti, ho sollevato un pochino il coperchio sull’ecosistema di quell’area. E quel poco mi è bastato, preso in pieno come uno schiaffo in faccia.
Mentre qualcuno arrivava di notte, molti si fermavano per una sosta a Meana, per godersi l’alba in cima al Finestre. Alcuni si sono presi il diluvio, e molti hanno fatto l’ascesa nella nebbia, alla cieca. Quasi tutti non vedevano l’ora di essere al mare, a Nizza. Alcuni erano felici lì in montagna, sferzati dal vento decisamente freddo per il periodo. Quando pioveva o c’era nebbia, li salutavamo e li vedevamo sparire giù dal rettilineo, poi riapparire nella curva, infine sparire nuovamente dietro il versante liscio del François Peloux.
Intanto, intorno, la vita continuava. I guardaparco facevano capolino ogni tanto, per controllare la fauna e i turisti troppo spensierati. Gruppi di escursionisti esploravano cartine vicino al cartello della vetta. Alcuni fuoristrada stranieri si accampavano nel piccolo parcheggio, comitive di ciclisti si godevano il riposo dopo l’ascesa. Ora – anzi, da ora in poi – non è più una cartolina, ma un mondo.
[Testo e foto di Edoardo Frezet]














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