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L’anima selvaggia della Corsica in bicicletta, tra il mare e il deserto

L’anima selvaggia della Corsica in bicicletta, tra il mare e il deserto

Esiste una sottile linea rossa che separa il disastro totale dall’avventura indimenticabile. Quella linea, per noi, ha la forma di un manubrio e il profumo della macchia corsa.

Siamo partiti come due “cialtroni”: nessuna esperienza, bagagli ancora a terra a tre ore dal traghetto e un treno per Livorno che, fedele alla legge di Murphy, non è mai passato. Se non fosse stato per la provvidenziale zia Paola, che ci ha scortati d’urgenza al porto, il nostro viaggio si sarebbe concluso sul binario 1 della stazione di Viareggio.

Invece, eccoci lì: una pizza veloce bagnata dalla brezza del porto, una notte insonne passata su una panca del ponte e, alle sette del mattino, lo sbarco a Bastia. È qui che abbiamo capito cosa è la libertà in bicicletta: è la capacità di trasformare l’impreparazione in una totale disponibilità verso l’ignoto.

Lo sbarco in Corsica

Il primo impatto con l’isola è stato un mix di sudore e stupore.

Superata la zona industriale di Bastia per immergerci nella natura selvaggia, la Corsica ci ha accolto con un abbraccio torrido. La nostra libertà non era fatta di tabelle di marcia o medie orarie, ma di soste tattiche nei bar dei paesi. Qui abbiamo scoperto la vera ospitalità corsa: baristi che riempite le nostre borracce senza fare storie, offrendo sempre una manciata di ghiaccio con un sorriso.

Non eravamo ciclisti professionisti: eravamo viandanti vulnerabili, e proprio questa nostra “fragilità” ci apriva le porte e il cuore dell’isola.

La risalita verso Corte e il bagno rigenerante nelle acque gelide della Restonica sono stati il nostro “giro di boa” mentale. La fatica c’era, e si faceva sentire, ma svaniva ogni volta che potevamo goderci il lusso di un tuffo in un fiume incontaminato.

Il giorno dopo abbiamo puntato verso Porto: è stata forse la tappa più bella. Nonostante una preparazione fisica discutibile, le gambe giravano spinte dall’entusiasmo. Siamo saliti veloci verso il passo e scesi ancora più veloci verso il mare, fermandoci per un bagno d’ordinanza e una visita ai Calanchi di Piana, dove la roccia sembrava sfidare la gravità.

Il viaggio è proseguito in direzione del deserto. Una tappa caldissima, lunghi tratti senza un filo d’ombra e con pochissimi punti di ristoro. Ma la bellezza del panorama ripagava ogni goccia di sudore.

Nel campeggio serale abbiamo fatto uno degli incontri più interessanti del viaggio: due ragazze francesi, mega-organizzate, che stavano percorrendo il GT20. Noi, fino a quel momento, non sapevamo nemmeno cosa fosse il GT20. Tra una birra Pietra e qualche chiacchiera in un mix di lingue, abbiamo capito che la bicicletta è un linguaggio universale che unisce chi pianifica ogni dettaglio e chi, come noi, preferisce lasciarsi trasportare dal caso.

Non solo pedalate

Ad Ostriconi ci siamo concessi un giorno di pausa. Abbiamo deciso di fare un trekking nel deserto indossando le infradito, semplicemente perché avevamo solo quelle. La sabbia scottava, ma il premio finale — calette dal mare turchese completamente per noi — è stato uno dei momenti di libertà più pura mai provati.

Il giorno dopo abbiamo affrontato il “Dito” della Corsica (la Penisola di Capo Corso, ndr) a tutta velocità. Eravamo felici, quasi euforici, e abbiamo passato la serata a Macinaggio cercando disperatamente del Get27 e del Baileys, una strana combinazione di bevande che sembrava non conoscere nessuno ma che per noi era diventata un chiodo fisso.

L’ultimo giorno, a Bastia, il destino ci ha regalato l’ultimo aneddoto di questa avventura. Mentre facevamo il bagno aspettando il traghetto, su una piattaforma in mezzo al mare, mi sono sentito spingere improvvisamente da dietro. Era una ragazza italiana. Ci aveva riconosciuti da lontano, non per il modo di parlare, ma per il “costume a mutanda”: secondo lei, nessun francese avrebbe mai indossato un capo simile. Tra un paio di spritz e molte risate, abbiamo celebrato quell’italianità improvvisamente ritrovata in territorio francese.

Il nostro viaggio si è concluso dopo litri di Pietra, chili di pain au chocolat, dozzine di uova e chilometri di baguette infilate nelle maglie da ciclista. Siamo tornati a casa con una certezza: la libertà che dà la bicicletta non sta nel cronometro o nell’attrezzatura di marca, ma nel saper gestire l’imprevisto con una risata e nel coraggio di partire anche quando non si ha tutto sotto controllo.

La Corsica ci ha insegnato che, a volte, essere un po’ “cialtroni” è il modo migliore per scoprire quanto è grande il mondo.

[Michelangelo Angeloni e Alessandro Paolini]

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