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Alla conquista del Re di Pietra: il mio Monviso in bicicletta

Alla conquista del Re di Pietra: il mio Monviso in bicicletta

Il Monte Viso (o Monviso) nella mia immaginazione è stato una presenza costante. Lo si vede dai monti dietro casa, a Genova. Da casa dei miei a Torino. Da quasi tutte le vette della Valle d’Aosta e da tutta la Pianura Padana. Non a caso viene anche chiamato il Re di Pietra.

Ciclicamente nei discorsi con amici si presentava l’idea di questa “attraversata”, che ovviamente non attirava solo me.

Le criticità del Monviso sono banali, ma non trascurabili. Ad esempio il meteo è molto variabile, e questo per la sicurezza è un grosso problema. Poi, possibilmente, è meglio salire per “primi di giornata”. Perché uno dei maggiori pericoli è rappresentato dalla caduta di massi provocata dalle altre cordate. Manca poi il problema più banale di tutti: dove lasciare le bici.

Arriva agosto. Faccio una corsa al Rifugio dell’Antola a salutare e a gustare qualche ottimo piatto. Questo Rifugio è l’ultimo ristoro dopo la lunga ed appagante salita della storica gara podistica RigAntoCa. Che conduce dall’abitato di Genova alla vetta del Monte Antola. Anche il prossimo anno sarà un appuntamento fisso nel mio calendario sportivo.

Mentre chiacchiero con Davide B., amico ed uno dei gestori del Rifugio, mi dice ad un certo punto: “Ma Enri quella cosa del Monviso…?”. E prende il calendario in mano. Iniziano sempre così queste cose. Mia moglie Beatrice me dice sempre, ridendo, che frequento dei brutti giri.

Potrebbe essere il 29 agosto. Gli dico che potrei avere la persona giusta, con Stefano P. ne avevamo anche già parlato. 

Scrivo così a Ste, risponde solo: “Ci sono!”.  Mannaggia a queste brutte compagnie. Scrivo ai ragazzi un possibile piano.

17.43 di venerdì 29 agosto treno da Genova Piazza Principe. Arrivo a Fossano alle 20.03. Da Fossano a Pontechianale sono circa 65 km in bici con 1.400 metri di dislivello positivo. Arrivati a Pontechianale lasceremo le bici e, tutta in notturna, saliremo in vetta al Monviso. 12km con 2.063D+ la sola andata. Ritornati a Pontechianale riprenderemo le bici per tornare a Genova. Circa 200 km con 1.450D+.

Nessuno si fa pregare. Anzi, il programma convince tutti subito. Davide porterà anche un suo amico, Simone.

Le sfide della preparazione

Dopo varie ipotesi lasceremo le bici nella legnaia dei Rifugio Alevé, che ce l’ha gentilmente messa a disposizione.

Passano i giorni. Ci si sente per tabelle, meteo, alimentazione e scambi di idee per il materiale. Ma il mercoledì ci si sente per un problema più grosso. Il 27 agosto c’è stata la prima fitta nevicata sul Monviso. Quello che abbiamo in mente non può contemplare l’uso di corde o ramponi. Diventerebbe tutto un po’ più articolato, lento e pesante. Pesate letteralmente in termini di peso. Quando vengo preso in giro perché valuto mezzo chilogrammo in più o in meno nello zaino faccio sempre questo ragionamento: tieni in mano una bottiglietta da mezzo litro e giraci per un’oretta. Ecco ora riproporziona la fatica immaginando di portarla in cima ad una montagna. Per dare un dato più tangibile una corda da 60 metri pensa circa 3,5/4kg ed un paio di ramponi di media qualità intorno ai 700 grammi. 

Arriva venerdì mattina e ci pensa Stefano a chiamare il Rifugio per chiedere le condizioni, ci dicono che in vetta ci sono circa 10 centimetri di neve e meno via via a scendere sulla Via Normale. In queste condizioni, per quello che vogliamo fare noi, ci sono poche possibilità di successo. Ma oramai abbiamo deciso che andremo, alla peggio si tornerà indietro. Il bello è anche quello. Ma il mantra deve rimanere “meglio nesci che buon’anima” (meglio sciocco che buon’anima, in genovese).

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Notte di viaggio verso il rifugio

Ore 17.20 chiudo il pc. E tra una vicissitudine e l’altra ci troviamo tutti in treno. Nel tragitto Savona – Fossano rianalizziamo il meteo gustando una prelibata cena. Il viaggio scorre e siamo puntualissimi a Fossano. Grazie Trenitalia, in fondo anche tu eri una delle grandi incognite.

I primi chilometri sono veloci e scorrevoli, fintanto che non incontriamo i campi. Enormi campi. Con enormi quantità di letame. L’odore ci penetra le narici, per un paio d’ore non capiremo se è rimasto nel nostro naso o se è presente nell’aria. Io sostengo non esistano abbastanza mucche in grado di fare tutta quella cacca. Ridiamo. Si pedala. 

In un attimo ci accorgiamo che Stefano è rimasto indietro. Ha bucato.

Per fortuna Simone ha fatto per anni il meccanico da Tracce Bike Shop, noto negozio a Genova. E con più scioltezza di quella con cui io mi allaccio le scarpe sostituisce la camera d’aria, ripassa il nastro sul cerchione facendoci una lezione su come si fa e via. In 6 minuti stiamo di nuovo pedalando.

Dopo poco lasciamo l’ultimo centro abitato e piano piano inizia la salita. Il Rifugio ci appare come un piccolo miraggio nel buio. Sono le 23.40 e siamo perfettamente nella tabella di marcia.

Siamo dunque a Pontechianale, più precisamente nella frazione di Castello. Perché qui? Perché la prima salita al Monviso avvenne proprio da Castello. Quindi per me non poteva avvenire da altri posti, il passato ha sempre un suo fascino. 

Il Rifugio Alevé ci ha dunque lasciato a disposizione la legnaia, in quanto chiuso. Ma quando arriviamo c’è una finestra aperta. Quella del bagno. E noi abbiamo mangiato tanto e preso molto freddo allo stomaco nella salita. La temperatura è di circa 7 gradi. Dopo una breve discussione sull’etica di intrufolarsi dalla finestra per usufruire dei servizi decidiamo che, seppur molto comoda, non è il caso. Concimeremo qualche pianta, d’altronde come suggeriva un nostro compaesano De André “..dai diamanti non nesce niente, dal letame nascono i fiori..”.

L’ascesa al Re di Pietra

Dopo un cambio in assetto alpinistico c.d. Fast and Light alle 01.00 di notte partiamo. La Val Varaita non regala nulla. I sentieri partono subito molto ripidi e i tratti corribili sono pochi. 

Il canale passa molto veloce, in un paio d’ore e qualche guado nel canale siamo al Bivacco Boarelli. Come da accordi io, Stefano e Davide proveremo a salire in cima. Simone ci aspetterà nel bellissimo bivacco

La prima parte della traccia dopo il bivacco è piuttosto confusionaria, specie di notte fonda, perdiamo più tempo del dovuto. Tra sentieri di sfasciumi ed analisi sul percorso migliore arriviamo ai piedi del Bivacco Andreotti. Qui tra la roccia ed un nevaio vediamo un ermellino. Simpaticissimo animale molto raro da avvistare.

Da qua inizia una parte di divertente arrampicata fino alla vetta. L’unico problema è il sottile strato di neve e ghiaccio su alcune rocce che comporta l’avere una grossa attenzione ogni passo. Non siamo legati e ad ognuno è affidata la sua sicurezza secondo il proprio scrupolo e giudizio. Io in alcune parti mi preoccupo più per la discesa che per la salita, è sempre più facile valutare una roccia davanti a te per poi salire. Meno quando devi metterci un piede guardandola dall’alto. Il turning point è stato un salto un po’ più difficile dove lo strato era più consistente. Li è andato avanti Stefano è si è dovuto decidere insieme se avesse senso proseguire o meno. Alla fine il giudizio è stato positivo e, oggettivamente, mi fido molto di lui. Proseguiamo.

La conquista della vetta

Ad un certo punto, mezzora prima della vetta, l’alba compare in modo inaspettato e prepotente. Appare la Pianura Padana e tutte le vette dal lato sud del Monviso. Quello che ci era stato celato fino ad ora dall’oscurità è diventato un dipinto. Concordiamo tutti e tre che questo ritardo dovuto al ghiaccio avrà si dilatato i tempi, ma ci ha regalato una delle cartoline che ci porteremo sempre dentro.

La progressione ora si fa più rapida, il veloce rialzo termico ci aiuta sciogliendo il ghiaccio e in poco siamo in vetta.

Vetta che ci accoglie intorno alle 6 con la sua maestosa croce ed issata a sé una bandiera palestinese. Nulla come la montagna unisce e non divide. Non c’è posto più adatto per questo messaggio di pace. Il panorama è stupendo e nessuno di noi ha fretta di scendere. Perché il fascino delle vette è questo. Il piacere effimero della salita che può avere come epilogo solo la discesa. Nessun’altra velleità. Solo la pace con sé stessi e con gli altri. Davide tira un urlo di felicità. È tutto stupendo.

Quando arrivo in cima ad un qualsiasi monte, per rimanere concentrato, penso sempre ad un ritornello che mi disse una maestra alle elementari come risposta ad una mia polemica per un accento dimenticato in un compito.

“Ricorda Enrico. Fu per un accento che un tale che credeva di essere giunto alla meta e, in realtà, era solo a metà.”

Come fanno giustamente notare Davide e Stefano, però, non siamo neanche a metà. Manca ancora il ritorno in bici a casa.

Il lungo ritorno a casa

Il ritardo accumulato ormai è di quasi due ore. Ci preoccupiamo di quanto si stia preoccupando Simone. Acceleriamo il passo. Arriviamo al Boarelli, spalanchiamo di colpo la porta ed eccolo lì. Appena alzato. Ad accoglierci sorridente, forse un filo preoccupato. Dopo una breve sosta tecnica al bivacco ripartiamo.Acceleriamo nel canalino e nei tratti corribili. Alle 11 siamo al Rifugio Alevé. Le bici per fortuna sono ancora li. Mangiamo e beviamo qualcosa, una turista viene a chiederci se il Rifugio sia aperto e ci trova lì. Come quattro disperati mezzi nudi e sporchi in parte vestiti da bici ed in parte da corsa. Non finisce la domanda e se ne va.

Il tragitto ora prevede un rapido percorso fino a Fossano e poi 140 km con 1.400D+.

Partiamo dicendo di non tirarci il collo, siamo stanchi e bisogna arrivare in fondo. C’è un solo problema. Nessuno di noi sa tirarsi indietro. Capire quando è il momento di rallentare. Arriviamo a Fossano con una media di 41,3km/h. Considerando che abbiamo delle bici gravel non banale. Facciamo così una sosta in un bar dove le ordinazioni non hanno nessuna logica. Prima gelati, poi panini, poi ghiaccioli. Un cliente ci chiede da dove veniamo. Simone prova ancora a spiegare. L’interlocutore è perplesso. Ripartiamo.

In qualche ora arriviamo a Dogliani. Zona Langhe. Paesaggi stupendi e ricchi, vista la stagione, di uva. In lontananza si vede timido il Monviso coperto da alcune nuvole.

Continuiamo per Millesimo fino al Colle di Cadibona. Se la discesa da Pontechianale è stata approcciata da criminali la discesa da questo Colle fino a Savona è stata come un lancio in paracadute. 50-60km/h di media. Arriviamo giù eccitatissimi. Breve pausa snack a Savona e si riparte. Arrivati ad Arenzano Stefano, che abitando a Sori era il più lontano e probabilmente non ne poteva più, decide di mantenere un ritmo insostenibile. Considerando che sono le 9 di sera e siamo in giro da 28 ore. Inizia a tenere i 35-40km/h e noi tre attaccati in scia per non morire. Pazzo.

Arriviamo così in Piazza De Ferrari, chiediamo una foto. Anche loro chiedono da dove veniamo. Questa volta liquidiamo la domanda con un “è complicato”. Ridiamo.

La degna conclusione di questo viaggio è la pizzeria Manitoba in centro a Genova. Quello che ci voleva. Sono passate 29 ore da quando abbiamo preso il treno a Genova. Sembra passata una settimana. Eppure nonostante i dolori e la stanchezza non si può che essere felici.

Grazie ragazzi.

[Enrico Scatuzzi]

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