[Charles Vandrepol racconta un episodio avvenuto durante il suo viaggio in bici dal Belgio all’Indonesia, nel deserto Iraniano: pericoli e scoperte in un itinerario da affrontare con cautela e consapevolezza]
Sono le 4 di mattina. Davanti a noi, 126 chilometri fino al prossimo villaggio. I primi 80 erano su asfalto, niente di particolare. Una linea dritta che tagliava un paesaggio piatto e sabbioso, senza fine: più monotonia che fatica.
Le dune avevano qualcosa di magnetico: guardandole, quell’asfalto diritto sembrava quasi un’assurdità. A un certo punto abbiamo abbandonato la strada senza troppo pensarci, attirati da una pista di sabbia che si perdeva nel deserto: sulla mappa, sembrava una scorciatoia.

All’inizio era gestibile: più lento, più faticoso, ma niente di insormontabile. Poi si è alzato il vento. La sabbia ha cominciato a invadere la pista in ondate continue, fino a cancellarla del tutto, e le ruote non giravano più: abbiamo dovuto spingere le bici a mano.
Gli ultimi 20 chilometri non finivano mai. Era mezzogiorno, circa 45 gradi, e il sole picchiava dall’alto senza scampo, nessuna ombra in nessuna direzione. Il vento non portava sollievo, portava calore. Ogni raffica era una manciata di sabbia che bruciava la pelle.
Avevamo 12 litri d’acqua a testa: sapeva di tè caldo con un retrogusto di plastica, e dopo qualche ora era già finita. A quel punto certi pensieri svaniscono da soli: la prestazione, la distanza, il senso del viaggio. Rimane solo una cosa: andare avanti.
Eravamo a pezzi. Per la prima volta dall’inizio del viaggio, ho sentito che la situazione stava diventando davvero pericolosa. Noé e io eravamo un po’ più avanti. Abbiamo spinto fino in fondo, raschiando le ultime riserve, con un solo obiettivo: raggiungere il villaggio il prima possibile. Non per noi, per gli altri.
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Quando ci siamo arrivati, tutto sembrava irreale. L’ombra. L’acqua fredda. La gente intorno. Ho bevuto quasi tre litri senza fermarmi. Non bisognava perdere tempo. Serviva un veicolo adatto alla sabbia, un fuoristrada. Noé è ripartito con un uomo del posto per andare a recuperare gli altri. Io sono rimasto con le bici, cercando di realizzare quello che era appena successo.
È lì che è arrivata la polizia: con il loro fuoristrada saltavano da una duna all’altra cercando i nostri amici, che nel frattempo si erano riparati dal sole dietro un cespuglio. A quanto pare quella pista era usata dai trafficanti e anche la polizia non era autorizzata ad andarci. Certi dettagli li abbiamo capiti solo dopo, come i bossoli di grosso calibro sparsi nella sabbia.
Da quel giorno qualcosa è cambiato. Non nel ritmo, abbiamo continuato a pedalare come prima, giorno dopo giorno. Ma dentro, qualcosa si era rotto. O forse chiarito. Capisci che il controllo è una cosa fragile. Che prepararsi ha i suoi limiti. E accettare aiuto non sminuisce il viaggio: ne diventa parte.
[Charles Vandrepol]




















Racconto davvero emozionante!
Adoro questa sezione (senza nulla togliere alle altre) e ogni volta che mi immergo in questi fantastici racconti mi sale la voglia di partire..
Grazie a tutti quelli che condividono le loro esperienze e naturalmente a bikeitalia per il loro lavoro.
buon viaggio a tutte/i qualunque sia la vostra mèta!