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“Grazie alla bici ho sconfitto la paura: il mio primo (indimenticabile) cicloviaggio”

“Grazie alla bici ho sconfitto la paura: il mio primo (indimenticabile) cicloviaggio”

La mia avventura con la bicicletta inizia nel 2021, quando ritorno per il Covid nelle mie zone natie, la provincia di Varese, mio padre mi regala la sua bicicletta e la titubanza iniziale, dato da una brutta esperienza con la bici, diventa amore. Da allora inizio a fare giri in bicicletta sia per sport sia per scoprire le mie zone che in 27 anni ho esplorato davvero poco.

Nel corso del tempo, però, sento la necessità di passare al livello successivo: trasformare le mie uscite in bici in un autentico viaggio e dimostrare a me stesso che sono una persona coraggiosa. 

La scelta della destinazione

Per il mio primo viaggio ho bisogno di una meta che sia adatta anche ad un principiante ma che allo stesso tempo sia sfidante, abbia un valore culturale (dato dal mio percorso di studi in ambito storico-artistico) e che mi permetta di stare in mezzo alla natura. La risposta ce l’ho davanti ai miei occhi: il Monte Rosa.

Sono nato e cresciuto nell’Alto Varesotto, la montagna fa parte del mio paesaggio interiore, e dalla sponda lombarda, tra le montagne che si ergono all’orizzonte c’è proprio il Monte Rosa. La Valle Anzasca è la mèta perfetta.

La preparazione del viaggio non mi è semplice: l’ansia è sempre una compagnia non particolarmente piacevole, soprattutto quando ti ricorda che non hai conoscenze di ciclomeccanica, che non hai mai usato delle borse da bici in vita tua e amplifica qualsiasi altro imprevisto. Ma allo stesso tempo sono comunque molto emozionato: sto per fare la mia prima autentica avventura.

Finalmente la partenza

La mattina del 10 giugno parto da casa mia, Laveno Mombello per prendere il traghetto. La paura è forte e mi assilla con: “Ti voglio vedere, imbranato come sei, ad aggiustare la tua bici se succedesse qualcosa”, “E se non ce la fai?”, “E se ti fai male?” ma io mi sono comunque deciso a lanciarmi lo stesso; nella vita non puoi programmare tutto al 100%, e pedalo. All’imbarco dei traghetti, la mia ansia resta sorpresa: la bici regge così come il peso delle borse. La tensione si alleggerisce un attimo.

Il traghetto mi accompagna verso la sponda opposta del Lago Maggiore, ma stavolta non per una semplice giro ma per un piccolo-grande viaggio. Da Intra fino a Mergozzo, le cose non sono semplici, e devo affrontare uno dei nemici principali del ciclista: il traffico italiano. Ma tutto procede liscio e arrivo a Mergozzo, paesino che non ho mai visitato per bene, ma a cui, stavolta, decido di dedicargli un po’ di spazio.

La bicicletta è anche questo: poter fermarsi tranquillamente in un posto, senza preoccuparsi di trovare parcheggio, e visitarlo senza creare problemi ai suoi abitanti. Le viuzze in pietra, la fugascina, la chiesa parrocchiale e l’olmo secolare mi colpiscono del borgo, e non da meno è anche Candoglia, la frazione, in cui mi fermo davanti alle officine della Veneranda Fabbrica del Duomo, dove estraggono il marmo del Duomo di Milano.

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La bici: un esercizio meditativo

La Val d’Ossola scorre tranquillamente, immerso tra le montagne che con la loro imponenza mi fanno sentire protetto. Vogogna è l’ultimo paese che esploro per bene della Val d’Ossola. Il semplice gesto di fermarsi per riempire le borracce può diventare l’occasione di esplorazione di un paesino la cui struttura medievale e il suo castello si mantengono intatti fino ai giorni nostri. Le pedalate si ripetono e il caldo si fa sempre più sentire, e arrivo a Piedimulera, l’inizio della Valle Anzasca, da qui inizia la vera sfida.

L’ansia continua a ripetere: “Stai viaggiando con uno zaino zavorrato di 10 kg, ce la farai ad arrivare fino a Macugnaga?” “Il caldo lo reggerai?” “E se ti viene il tuo solito attacco di emicrania mentre sei in viaggio?”, ma io continuo a pedalare; la bici è anche un esercizio meditativo, respirare e pedalare ti aiutano a gestire i pensieri. La meraviglia che ho davanti agli occhi mi aiuta a gestire sia la fatica fisica sia la fatica mentale: la Valle Anzasca è un trionfo di verde, e il silenzio la fa da padrona, regalandomi la sensazione di un’escursione nei boschi di montagna, anche se sto percorrendo l’asfalto a cavallo di una bici. 

La bici è quel mezzo che risulta essere più veloce di una persona che cammina ma più lento di un mezzo a motore. Un pensiero che ho maturato negli anni ma che ho capito davvero durante l’andata; mi muovo velocemente, chilometro dopo chilometro, ma non mi perdo nessun elemento dell’ambiente circostante. Vedo il fiume Anza sotto di me, gli alberi con il loro verde brillante, le chiese affrescate, le case Walser (popolazioni germaniche che nel XIII secolo sono emigrate in diverse località dell’arco alpino italiano) e il Monte Rosa che è costantemente davanti ai miei occhi, una guida oltre che una mèta.

L’arrivo a Macugnaga

Una settimana più afosa del solito, e unita alla fatica fisica, la mia psiche ne è provata, ma non mi arrendo. Nel tardo pomeriggio arrivo a Macugnaga, all’arrivo nella sua piazza centrale provo diverse sensazioni contemporaneamente: gioia per il risultato e la bellezza del paesaggio, tensione che si è scaricata tutta in quel momento e fastidio dato dal caldo afoso. Non sempre le emozioni corrispondono a quello che ci aspettiamo.

Mi rimetto in sella e mi dirigo all’albergo nella frazione di Pecetto dove la lascio, ma la mia avventura non è ancora finita: metto su gli scarponi che mi sono portato da casa e con lo zaino in spalla vado a fare una piccola escursione dei dintorni. Il fresco dei boschi, il silenzio, l’odore delle piante alpine e il fiume rinfrescano il mio spirito dopo questo lungo viaggio.

Al termine dell’escursione visito Macugnaga: la cultura per me è centrale quanto l’essere arrivato in cima ad una salita impegnativa. A Macugnaga si respira l’aria da paese di montagna: la pietra dei tetti delle case, il legno delle abitazioni Walser e delle decorazioni interne della chiesa di Staffa. La visita del Tiglio secolare è l’ultima cosa che faccio prima di ritornare all’albergo, mangio e poi vado a dormire per essere pronto al giorno successivo.

Il viaggio di ritorno

La mattina dell’11 giugno mi preparo per il viaggio di ritorno, in cui mi sono prefissato due obiettivi: visitare il Lago delle Fate e vedere tutti i paesini della Valle Anzasca. Il viaggio non è solo la mèta ma anche il percorso, e in questo ci sono anche tutti i paesini spesso ignorati ma che hanno anche loro una dignità. L’ansia, per ora, mi dà tregua e mi lancio in discesa per il parcheggio della frazione di Isella da dove inizia il sentiero per il Lago delle Fate.

Quel giorno fa caldo come quello precedente, e lo si sente già al mattino; ma la passeggiata in mezzo al bosco mi rinfresca. La bicicletta e la camminata sono due forme di esplorazione che non si contrappongono ma che risultano sinergiche. La vista del Lago delle Fate completa l’esperienza ciclistica, con i suoi colori cristallini e la sua posizione immersa nel cuore della montagna.

Terminata l’escursione, riprendo la bici e scendo con calma e inizio l’esplorazione dei vari paesini come Ceppo Morelli, Mondelli, che mi regala una sfida con i suoi tornanti e le sue salite ripide, il vicino Campioli, dove c’è l’imboccatura, ormai chiusa, dell’antica miniera aurifera che mi dona un po’ di fresco in una giornata così calda.

Croppo è la dimostrazione di quanto la bicicletta permette di valorizzare le piccole realtà: in macchina nessuno si potrebbe fermare per la chiesetta sulla strada statale, ma con la bici lo puoi fare, scoprendo che sotto la chiesa c’è un piccolo museo etnografico, con la cripta, che racconta della vita e degli antichi mestieri della Valle Anzasca, o nella stradina che conduce al torrente Anza, quel fiume indomabile e presenza costante durante il viaggio, che scorgo.

Con la bicicletta parcheggiata a lato faccio un piccolo bagno, ghiacciato, nel torrente. In questi attimi capisci che quello che stai facendo è proprio un autentico viaggio, anche se non è molto lontano da casa.

Il viaggio prosegue ma il caldo si fa sentire e, forse con anche la stanchezza di ieri, rende difficile completare il mio obiettivo. Gli ultimi paesi che riesco a vedere sono Bannio e Anzino. Anche se non riesco a raggiungere il mio obiettivo, mi sento soddisfatto alla fine ho vissuto al massimo delle mie forze la Valle Anzasca, e sicuramente in futuro recupererò i paesi mancanti.

L’ultimo sforzo

Il sole mi sta cuocendo ma devo tornare a casa e mi manca da affrontare la sfida più ostica: la rotonda di Fondotoce. Questo è uno snodo fondamentale per spostarsi con i mezzi nel Verbano e farla nel tardo pomeriggio di un periodo infrasettimanale significa che il pericolo di essere investiti è alto.

Le pedalate si susseguono lungo la Val d’Ossola e il caldo unito al vento contrario rendono il ritorno psicologicamente estenuante, però non voglio di certo arrendermi; devo dimostrare a me stesso che posso farcela. Sulla strada statale appena posso faccio pause per mettere la crema solare, idratarmi e bagnare i vestiti, quest’ultima è una tecnica molto utile per affrontare il caldo durante i giri in bici.

Procedo con determinazione fino a Fondotoce ed arrivo alla mia preoccupazione più grossa della giornata, l’ansia continua a focalizzarsi sugli scenari peggiori, ma io continuo imperterrito. Quel giorno c’è traffico e io riesco a destreggiarmi tra le macchine ed esco da quella dannata rotonda. La mia sorpresa è grande perché sono uscito illeso: mi chiedo se è fortuna o abilità? E continuo a pedalare sotto il caldo cocente finché non arrivo all’imbarco dei traghetti di Intra. Ormai il mio viaggio si può dire concluso; perché dall’imbarco dei traghetti a casa sono pochi chilometri. 

Un’esperienza davvero provante ma soddisfacente. È stato un viaggio che mi ha messo di fronte alle mie paure più grandi, paure che ho affrontato al meglio delle mie capacità, e che mi ha arricchito profondamente.

[Federico Maffioli]

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