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Bikepacking nel Biellese: 200 km tra salite iconiche e natura selvaggia

Bikepacking nel Biellese: 200 km tra salite iconiche e natura selvaggia

Esistono luoghi remoti, lungo lo Stivale, che solo se ci vivi puoi conoscere. Sono zone, per fortuna o purtroppo, poco frequentate dal turismo di massa e proprio per questo motivo ancora autentiche.

Da appassionato ciclista e camminatore quale sono, fa strano sapere che durante i miei girovagare non abbia mai preso in considerazione alcuni di questi luoghi ad un’oretta di macchina da Milano, città in cui vivo. Il territorio in questione è quello della provincia di Biella.

L’anno scorso, complice l’aver conosciuto casualmente un “local”, Luca, ho avuto la possibilità di esplorare questa vasta area scoprendo, attraversandola, non avere nulla da invidiare a più blasonate località inflazionate dal turismo di massa.

Il Biellese offre infatti tantissime opportunità per chi ama fare sport a contatto con la natura. Nella fattispecie il ciclismo, sport che pratico assiduamente, ha davvero terreno fertile da queste parti. Per gli amanti della pianura ci sono chilometri e chilometri di strade piatte che lambiscono le risaie, al contrario, per gli amanti della montagna c’è l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda salite, dalle più morbide alle più impervie, dalle più lunghe alle più brevi.

Ad amalgamare il tutto, in un quadro d’insieme perfettamente proporzionato, è la varietà del paesaggio che fa da scenario. Come scritto poc’anzi, dalla pianura gravida di risaie si giunge alle spesso innevate vette delle montagne, le Alpi Biellesi, che superano di gran lunga i 2000 metri. Nel mezzo, colline, vigneti e antichi borghi costituiscono il perfetto trait d’union.

Il tour perfetto

L’occasione perfetta per assaporare queste bellezze è un bikepacking di due giorni di circa 200 km organizzato da Luca con un percorso studiato alla perfezione in grado di mixare salite asfaltate e strade sterrate secondarie meno conosciute. Agganciate le borse sulla bici lasciamo il cortile di casa sua, un paese nei pressi di Biella, e nel giro di poco ci troviamo ad affrontare una delle ascese iconiche che prende il nome da una nota azienda di tessuti, la Panoramica Zegna.

Non è raro incontrare su queste rampe alcuni corridori professionisti che allenano il dislivello arrivando fino a Bielmonte, rinomata località sciistica situata a 1500 metri dalla quale la vista sulla pianura sottostante è davvero unica. Con tempistiche decisamente diverse raggiungiamo anche noi lo scollinamento e nonostante sia primavera inoltrata, siamo a metà maggio, a bordo strada tracce di neve indicano la ruvidezza del territorio. Qualche chilometro più in basso, nei pressi di Bocchetto Sessera, una deviazione su strada sterrata ci conduce all’ Alpe Artignaga, un villaggio alpino incastonato in un ambiente decisamente poco antropizzato.

È ora di fare una sosta per sistemare lo stomaco brontolante e un panino con salumi locali e toma d’alpeggio è ciò che di più autentico e soddisfacente ci possa essere, seduti all’aperto e godendo del tepore del sole sotto lo sguardo vigile di alcune vacche al pascolo. Rientrati sulla strada principale, dopo questa deviazione “wild”, una lunga discesa ci porta nella sempre fredda Valle Cervo, precisamente nel paese di Rosazza che merita sicuramente una visita per il suo passato misterioso ricco di simboli legati alla massoneria, come le croci uncinate raffigurate sulla facciata di un palazzo.

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L’ultimo sforzo: la Rosazza

Una visita tra le viuzze è la rampa di lancio verso un’altra ascesa conosciuta come “La Rosazza”, che conduce all’omonima galleria situata a 1500 metri di quota senza lasciare scampo alle gambe meno allenate. Misura una lunghezza di quasi 8 chilometri così come la pendenza media.

Considerando che i primi 3 chilometri, fino al Santuario di San Giovanni d’ Andorno, sono abbastanza pedalabili, lascio immaginare il resto. Gli ultimi 5 chilometri sono davvero tosti, anche se veramente, veramente belli. Un susseguirsi di tornanti stretti che si arrampicano oltre i mille metri con panorami mozzafiato sulle montagne circostanti fino a raggiungere la galleria, esempio di ingegneria pionieristica, inaugurata nel 1897 e scavata a mano nella dura roccia per oltre 4 anni. Attraverso questo tunnel buio e freddo, anche in piena estate, si ha la sensazione di lasciare un mondo per immergersi in un altro. 

La strada è inibita infatti al traffico di veicoli in quella che è a tutti gli effetti una ciclabile d’altura. Uscendo dall’ altro lato, spesso nella nebbia, i tornanti si gettano in picchiata lasciando intravedere tra la vegetazione la cupola del Santuario di Oropa situato qualche centinaio di metri più in basso. Da qui la celebre frase di Luca: “Ad Oropa non si sale, si scende” a rimarcare il fatto che l’unica “vera” via di accesso per sia da questa salita davvero tosta che sbuca per l’appunto ad un’altitudine maggiore rispetto al santuario. 

La notte e la ripartenza

Lungo la strada del tracciolino raggiungiamo quella che è la meta di giornata e dove trascorriamo la notte, la Trappa di Sordevolo, un antico monastero trasformato oggi in struttura ricettiva che offre per lo più asilo ai camminatori che intraprendono il cammino di Oropa, un itinerario a tappe che dal fondovalle conduce fino al santuario. Noi non siamo pellegrini ma usufruiamo comunque dell’ospitalità dei gestori coi quali ci intratteniamo durante la cena con racconti di viaggi e avventure davanti ad un grosso camino e a portate di cibo decisamente interessanti che esaltano la genuinità dei prodotti locali e l’autenticità dei luoghi. Il freddo delle stanze, senza riscaldamento, non ci impedisce comunque di prendere sonno. 

Il mattino arriva sempre troppo presto. Saltare fuori dalle coperte di lana e dal tepore che a fatica si è creato durante la notte non è semplice, ma quando si viaggia, si sa, non ci si può adagiare troppo. Al piano inferiore la caffettiera già sbuffa e un piacevole aroma di caffè si propaga nell’aria. Qualche fetta di pane con burro e marmellata è il giusto carburante per partire col piglio giusto.

Il ritorno a Biella

Riallacciate le borse usciamo dalla vecchia stalla che ha funto da ricovero per le bici e ci dirigiamo verso il sentiero che ci riporta sulla strada del tracciolino, non prima di aver intrapreso una singolare conversazione con un folkloristico pastore della zona che con fare circospetto si è avvicinato alle nostre bici e in un dialetto poco comprensibile ci sta chiedendo da dove arriviamo e dove siamo diretti. La direzione è verso il santuario di Graglia e da lì la serra morenica di Ivrea, un vero e proprio luna park per gli amanti dei single track. Il Lago di Viverone spunta in lontananza, circondato da canneti e dalle inconfondibili palafitte di Azeglio retaggio di civiltà Neolitiche.

Una breve sosta ristoratrice prima di attraversare quella che viene definita la “Savana Biellese”, La Baraggia, un altopiano erboso che ad attraversarlo sembra di compiere un safari in piena regola. Biella si avvicina e siamo ormai prossimi al termine del giro non prima di affrontare le ripide rampe che conducono al “Piazzo”, la parte antica della città risalente all’epoca medievale che ha nella Piazza della Cisterna il suo fulcro. Ci addentriamo nei vicoli acciottolati divincolandoci tra antiche dimore e palazzi d’epoca prima di ridiscendere e raggiungere casa di Luca a pochi chilometri.

Che dire! Sono stati due giorni molto intensi ma molto produttivi in termini di conoscenza e scoperta di luoghi molto poco frequentati. L’auspicio è quello di ritornarci sperando che nel frattempo questa zona si “apra” verso un turismo consapevole e sostenibile che sia in grado di svelare le bellezze che rendono unico questo territorio, rispettandolo e tutelandone l’autenticità.

[Alberto Resmini]

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