L’aria pulita del mattino che entra dal balcone aperto. La radio accesa come sottofondo. E poi ancora il caffè che borbotta allegro nella moca inebriando la cucina con il suo aroma e la colazione da preparare. C’è un senso di dolcezza straordinario nel breve tempo che precede un’uscita in bici: difficile da spiegare a chi non l’abbia mai sperimentato in prima persona.
Per questo giorno di fine maggio, assieme ad un amico, abbiamo in programma più che un’uscita, un viaggetto meraviglioso sul nostro Altopiano Silano di 107 chilometri circa: ovvero, l’Anello del lago Cecita. Partiamo da Acri, la nostra città, che sono appena le nove del mattino.
Dopo esserci lasciati alle spalle il centro e la Basilica di Sant’Angelo, inerpicandosi tra smeraldini boschi di castagno, la Strada Statale 660 sinuosa ci guida fino al cuore più autentico della Sila Greca. È primavera inoltrata, da poco è fiorita la ginestra dei carbonai. Con i suoi fiorellini gialli regala un contrasto meraviglioso di colori tra cielo e terra. La giornata è tersa e dalle curve che salgono verso i mille metri d’altezza, il mare del Mito, ossia quel mar Ionio tanto caro ad Ulisse, nel golfo di Corigliano appare nitido e placido come una cartolina.
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Lo scenario del Cecita e l’atmosfera Western
Giunti in località Varrise si fa il pieno d’acqua fresca alla fontana. Il bosco sussurra alla brezza fresca che soffia lenta da ovest. Dopo la località Cava di Melis, grazioso villaggio facente parte del comune di Longobucco – dove il torrente Cerreto fa da confine naturale tra Sila Greca e Sila Grande – , si svolta a destra. Subito, la discesa è pronta a tradire il ciclista con il suo attraente fascino. Tuttavia finisce subito come la più pura delle illusioni. Un ponte, una leggera pianura e poi di nuovo a salire per una di quelle salite corte ma amare fatte per gente allenata.
Alla fine di essa, dopo un suggestivo ed imperscrutabile bosco di abeti che cinge la strada come a volerla abbracciare, il lago inizia a svelarsi. Eccoci sulla sponda nord del lago Cecita, ovvero un evocativo scenario Old Wild West tutto Silano.
Tra mucche al pascolo, agriturismi, trattori che arano quella terra brulla che dà vita alla patata della Sila e grossi pick-up, con un po’ d’immaginazione, sembra che si possa vedere spuntare tra le colline addirittura Clint Eastwood a cavallo nei panni di Joe, il protagonista di “Per un pugno di dollari”. Il sole ormai è alto ma la solita brezza diluisce il caldo.


Il ritmo del viaggio e lo spettacolo delle vette
È uno spettacolo pedalare tra questi scenari. Passiamo per località facenti parte del comune di Celico dai nomi molto evocativi: Colamauci, Macchia Cosentino, Scalzati-Purgatorio, Salerni e Lagarò – Lupinacci: quest’ultimo sicuramente il centro maggiore. Ad un bivio, un cartello indica la strada che porta al castagno di San Francesco. Leggenda vuole che questo mastodontico castagno di quattrocento anni, sia stato piantato da San Francesco di Paola in persona.
Innumerevoli curve si susseguono in falsopiano, lambendo campi a perdita d’occhio e, sparsi qui e lì, suggestivi casini antichi in pietra misti a villette. Un grosso cane bianco ci abbaia. Per fortuna è confinato in un recinto a guardia di un gregge.
Intanto per compagnia ho messo un po’ di musica al mio mp3. La voce e la chitarra rassicurante di John Denver in “Country road, Take me home” mi cullano dolcemente. Oggi non si guardano né velocità media, né tempo o altre cose simili. Dopotutto, l’imperativo che ci siamo dati è viaggiare e divertirci con i nostri cavalli di carbonio, tanto per rimanere in tema Western. Il bello della bici in fondo è che puoi farlo anche a due passi da casa, senza scegliere a forza mete esotiche.
Giunti al rettilineo finale che ci conduce nel folto bosco di pini larici di Moccone, il lago Cecita, vero occhio azzurro dell’Altopiano, si apre alle nostre spalle nella valle. Cinto da monti e colli, sembra il diamante che impreziosisce una corona. Avanti invece abbiamo le tre vette Silane più alte: Monte Scuro, Monte Curcio e sua maestà Monte Botte Donato (1930 metri).


Pausa a Camigliatello e il ritorno attraverso la poesia
A Camigliatello Silano una breve pausa. È tranquilla stamattina quella che è l’indiscussa capitale del turismo calabrese di montagna. In fondo è già ora di pranzo. Facciamo un leggero spuntino con un panino fatto in una delle tante gastronomie del corso principale. Sulla strada del ritorno, riappare dopo Campo San Lorenzo ancora il lago. Questa volta dalla sponda sud. Il tempo di una foto su una delle tante “terrazze” e di nuovo in sella. Un falco vola placido, delle orchidee selvatiche miste a soffioni tinteggiano i campi. C’è un’armonia che oltre a vedersi, si respira.
A Cava di Melis l’Anello del lago Cecita si può dire praticamente chiuso. Gli ultimi trenta chilometri saranno sulla Statale 660, già percorsa all’andata, in un tuffo tra il profumo dolciastro delle ginestre e quello resinoso dei pini – e il naufragar mi è dolce in questo mare.
Pedalando, a proposito di poesie, mi vengono in mente questi versi: “Tra l’azzurro di questo cielo / e i posti che ti hanno visto sempre felice / Nei tuoi occhi schegge d’infinito”. Li lego stretti alla mente ed una volta a casa li metterò su carta. In fondo oltre che per la bicicletta, ho un’altra grande passione: la scrittura. Una scrittura umile e semplice che ha come unico scopo arrivare diretta. Senza troppi giri di parole.
Eh già! Se penso ai posti che mi hanno visto sempre felice, di conseguenza penso alla Sila, alle mie montagne e alla gente che le abita. Anche oggi questi luoghi nel mio cuore si sono fatti sentimenti e hanno saputo riempirmi di stupore come ogni volta.
[Manuel Francesco Arena]

















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