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Giro del lago di Lugano in bicicletta

Diari • di 28 febbraio 2017

Sabato 18 febbraio 2017 guardo le previsioni del tempo: “per domenica 19 alta probabilità di nebbia sull’intera pianura Padana”.
Che mi importa, mi dico, abito nel basso varesotto qui la nebbia non c’è quasi mai quindi mi programmo un giretto domenicale sulle salite della zona (Il Piccolo Stelvio su tutte) però sospettoso ma anche “arguto come una faina” preparo il -piano B- (monto la sveglia alle 8,00 così se ci fosse la nebbia prendo l’auto, ci carico la bici, e mi reco più a nord).

Previsioni azzeccate, nebbia pesante e umidità in proporzione, metto in atto il -piano B-. La nebbia non accenna a diminuire nemmeno salendo verso la Svizzera, solo dopo Varese si dirada ed esce il sole, non manca molto al lago di Lugano dove circa 30 anni or sono avevo una casetta di campagna nelle vicinanze. Mi sorge la voglia di ripercorrere quelle strade.

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Parcheggio a Porto Ceresio e inforco la bici, direzione Ponte Tresa. Sono circa le 10 del mattino e il sole non riesce a scaldare ancora, ho freddo devo ancora carburare.
Mi fermo un attimo per una foto che mi “chiama”:

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Alla dogana di Ponte Tresa le guardie svizzere sembrano “incavolate” di brutto, mi guardano severe e corrucciate, penso: “adesso mi fermano”, invece…forse recitano una parte; quando indossi una divisa diventi un’altra persona.
Non c’è fila per entrare in territorio elvetico invece c’è per venire in Italia, si è invertito il flusso che negli anni passati ha arricchito i negozianti svizzeri di confine. Anche rifornirsi di carburante non è poi così vantaggioso, il gasolio è assolutamente più caro in Svizzera, per la benzina c’è ancora qualche margine di guadagno solo se si abita vicino alla Confederazione e non bisogna consumare troppo carburante nell’andare e tornare.

Sono in Svizzera, traffico ordinato, rispetto per pedoni e ciclisti, limiti di velocità osservati, tutto è rimasto come ricordavo.
Il tratto che dalla dogana di Ponte Tresa porta ad Agno non è un granché; superata la conca di Agno inizia la parte più bella e le variazioni di panorama e di saliscendi rendono gradevole l’andare.
Il lago con la sua tranquillità sembra suggerire di non forzare sui pedali, mi piego volentieri alla raccomandazione del bacino ticinese.

Arrivo a Morcote, piccolo paesino a livello del lago meta di turismo locale per la tranquillità che vi regna, nel 2016 ha vinto un premio come il più bel villaggio della Svizzera. Nei secoli passati era un grande porto e piazza di commercio con la Milano ducale. È rinomata per le case a portici che si specchiano sul lago.

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Circa 2,5 km dopo Morcote giro a sinistra per Carona/Vico Morcote. Lascio il livello del lago e inizio a salire.
Con l’aumentare del dislivello riesco a vedere che sull’acqua c’è una leggera foschia che smussa gli angoli delle barche a vela che lentamente solcano il lago e rende meno leggibile il panorama della riva opposta.

Durante tutta la salita si vedono ville di forma e dimensioni diverse che si affacciano sul lago, sono esposte al sole e godono di una notevole vista.
Quando arrivo alla chiesa di Vico Morcote (San Simone e Fedele) mi fermo per un’altra foto che testimonia la mitezza del clima, crescono anche le palme.

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Appena dopo la chiesa la salita sembra finire, ho percorso poco più di due chilometri che tra alti e bassi danno una media di circa l’8% di pendenza.
Poi, dopo il finto termine della salita, si ricomincia con pendenze più sostenute, si tocca anche il 13/14 %, mediamente si assesta sul 9/10%, tutto ciò per quasi 3,5 km.

Credevo che in Svizzera la sicurezza stradale fosse anni luce avanti a noi ma questi pochi paracarri che dividono la carreggiata dallo strapiombo non mi sembrano il massimo della sicurezza; tra l’altro sono grigi e si confondono.

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Trova quindi conferma l’antico adagio che recita: “ogni pulito ha il suo sporco, ogni sporco ha il suo pulito” (andrebbe detto in dialetto milanese).
Al termine della salita faccio una piccola sosta per rifocillarmi e fotografo il lago avvolto dalla foschia.

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Mentre scendo alla volta di Lugano noto questo strano modo di fare gallerie.

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Adesso solo discesa fino al lungolago di Lugano con la sua fontana.

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Tutta la strada da Morcote a Lugano è stata senza auto, una vera gioia.
Adesso via per Melide-Bissone-Maroggia e Capolago.
Il traffico c’è ma è sopportabile e una volta superato il lungo ponte sul lago diminuisce sensibilmente (si può anche usare la pista ciclabile che parte dal parco tematico di Swissminiatur).

Da Capolago alla dogana sono circa 7 chilometri tra i più sfortunati del lago, praticamente il sole non c’è, tutto in ombra, la strada è addirittura bagnata per la pesante umidità eppure ci sono casette da villeggiatura.
A Porto Ceresio ritrovo il disco dorato che ricomincia a scaldarmi le ossicine.

Durante il giro ho notato, contrariamente che da noi, un buon numero di donne cicliste, perlopiù giovani; mi sembra positivo che il nostro sport trovi adepti anche nel così detto “sesso debole” ma che di debole non ha nulla, infatti mi superavano allegramente, chiacchierando tra loro e con la manina mi facevano -ciao-.

Ho finito, sono stati poco più di 65 chilometri, niente di esagerato ma mi sono divertito e ho rispolverato ricordi assopiti.

La Signora Nebbia ha avuto proprio una bella idea: avvolgere tutta la pianura Padana nel suo manto. Quella che iniziava come una brutta giornata si è rivelata essere una splendida occasione per far riaffiorare ricordi e sensazioni dimenticate.

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