Dalla padella nella brace

17 Settembre 2013

ciclovia_roma

La sensazione che attanaglia i ciclisti romani da qualche mese, quella di essere caduti dalla proverbiale padella nella brace, lungi dall’essere fugata trova nuovi motivi di conferma ad ogni uscita del Comune di Roma sulla ciclabilità. Se da un lato Alemanno aveva ignorato ostinatamente il problema, il nuovo sindaco Marino ha promesso di occuparsene. Il problema è che tutto quello che stiamo vedendo dal suo insediamento è a dir poco sconfortante. E’ peggio una cosa fatta male o niente del tutto? ogni caso fa storia a sé, seguitemi nel ragionamento e vi darete una risposta da soli.

La novità di oggi è un articolo pubblicato dal quotidiano La Repubblica in cronaca di Roma, dove si promette, con tanto di mappa stilizzata, una ciclovia in centro storico. Leggetevi l’articolo prima di tornare qui a proseguire il ragionamento.

Cosa c’è che non va? Molto, quasi tutto. Quello che all’inesperto può apparire come un progetto minimamente ragionato e ragionevole, all’occhio smaliziato del ciclista urbano appare un pateracchio senza capo né coda: vie a senso unico, aree pedonali affollatissime, “giri di peppe” interminabili per raggiungere punti fra loro vicinissimi e, nel complesso, tutto il contrario di quello che possiamo considerare una “viabilità efficiente”.

Concediamo il beneficio del dubbio che questo aborto non sia stato davvero partorito dagli uffici comunali, magari è solo un’idea abbozzata, buttata là per vedere come viene accolta. In questo caso si ravvisa un problema di scarsa chiarezza d’intenti e pragmaticità. Il punto di partenza può (e deve) essere uno solo: stabilire a cosa serva una rete ciclabile. Da questo discende tutto il resto.

A cosa serve una rete ciclabile? Nelle grandi capitali europee la funzione delle piste ciclabili è quella di far risparmiar soldi alla collettività, un risparmio che viene declinato in molti termini, dalla minor spesa delle famiglie per automobili e carburanti (che può riversarsi nel commercio locale, anziché servire a tirar su un nuovo grattacielo a Dubai), alla riduzione delle spese sanitarie prodotta dall’esercizio fisico (documentata da tutti gli studi) e dalla minor incidenza di malattie prodotte dallo smog, dallo stress e dagli incidenti stradali, alla mancata perdita di ore di lavoro a causa di ingorghi e via declinando. La ciclabilità serve a farci star meglio e a lasciarci più soldi in tasca.

Partendo da questo assunto, occorre che il maggior numero possibile di persone sia motivato a preferire la bicicletta al posto dell’automobile, e questo si realizza migliorando la sicurezza sulle sedi stradali, creando corridoi preferenziali e vie dirette per guadagnar tempo, evitando inutili saliscendi. Esattamente quello che un’opera a “vocazione turistica” come l’anello descritto nell’articolo non realizza.

Per chiarire questo punto facciamo un esempio pratico. Poniamo che mi trovi a passare da Corso Rinascimento e desideri raggiungere Piazza San Pietro, il percorso che farei è quello segnato in blu sulla mappa: ponte Umberto Primo, l’area pedonale davanti a Castel Sant’Angelo e tutta via della Conciliazione. il percorso che mi propone il Comune fa un inutile avanti e indré su Piazza Navona, passa per via dei Coronari che non è certo un’arteria trafficata, attraversa il ponte pedonale davanti a Castel Sant’Angelo che è sistematicamente affollatissimo di turisti e si fa il periplo di Castel Sant’Angelo, tanto per perdere altro tempo.

Scorciatoia

Il resto del tracciato ha problemi analoghi se non più gravi. Passa per strade strette ed a senso unico, che è difficile immaginare siano percorribili in entrambe le direzioni, affronta saliscendi evitabili (Circo Massimo), in buona sostanza, come al solito, non è una soluzione appetibile per i ciclisti quotidiani, anche se potrà accontentare qualche turista in cerca di scorci pittoreschi.

Il fatto è che i ciclista quotidiano conosce già bene i suoi percorsi, ho studiato le alternative, conosce scorciatoie, vicoli e stradine secondarie. Ma ancora di più gli è del tutto inutile una pista segnalata nelle viuzze del centro storico, basta la moderazione della velocità dei veicoli (una zona 30), con notevole ulteriore vantaggio per i residenti.

Dove servono le infrastrutture è sulle direttrici veloci, quelle che fanno risparmiare tempo ma espongono anche all’aggressività del traffico motorizzato. I vicoli sono belli, ma quelli in bici li percorriamo già, non serve che li facciano diventare piste segnalate (serve, tutt’al più, la moderazione del traffico… e non solo a noi ciclisti, ma a tutti quanti).

Quello che manca, ancora più a monte, è un’idea complessiva della potenziale fruizione di una simile infrastruttura. Le piste ciclabili, o corsie, si realizzano con in testa un target preciso in termini di trasferimento modale, con un’analisi a monte delle esigenze di mobilità dei cittadini, con l’idea che, dato un tempo “x” in cui la struttura viene metabolizzata dalla cittadinanza, alla fine si avranno un numero quantificabile di utenti quotidiani di quella struttura. Questo è alla fine l’unico parametro in grado di discriminare il successo o l’insuccesso di una realizzazione.

Proviamo a fare un parallelo: andate dal macellaio a comprare la carne per la cena, il macellaio vi chiede per quante persone ne avete bisogno, voi non lo sapete… comprate “a occhio”, poi scoprite che metà degli invitati è vegetariana. E’ un ragionamento minimo di economia domestica, dovrebbe essere facile da capire.

Invece, per quanto riguarda le infrastrutture ciclabili, i criteri sono sempre altri. Le piste si fanno “dove non danno fastidio”, o dove il rischio di proteste è minore, ad esempio rubando spazio ai marciapiedi, col risultato di scontentare sia i pedoni, che non rispettano la separazione degli spazi e l’utilizzo promiscuo, sia i ciclisti, che sono obbligati ad andare pianissimo.

Una ciclabilità moderna e degna di questo nome non si improvvisa, non si fa prendendo una cartina stradale e tirando due linee di pennarello, va progettata con criteri precisi e con in testa l’obiettivo di ridefinire l’utilizzo delle strade e le modalità di spostamento delle persone. In caso contrario si realizzano percorsi che non si sa a chi dovranno servire, né perché, malpensati, mal progettati e mal realizzati, per finire snobbati dai ciclisti come la quasi totalità della rete ciclabile romana. Dieci anni di fallimenti in questo senso sembrano non aver insegnato niente a nessuno.

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