Aumentano le bici, ma solo per merito di chi le usa

25 Novembre 2013

26novembre13
Ricapitolo brevemente e forse rozzamente gli ultimi 10 anni di risorgimento ciclistico italiano.

Tutto inizia con una critica forte e radicale al sistema socioeconomico. Nel ’92 iniziano le Critical Mass a San Francisco, nel 2002 in Italia (prima Milano poi Roma, un tentativo prima di Milano fu fatto a Pisa ma non ebbe la necessaria eco).
In molte decine ci ritroviamo a conoscerci: nascono amicizie forti, unite dal senso palese di una urgenza di cambiamento in strada.

Critical mass, la moda della ruota fissa che ha ridato appeal al “vecchio” mezzo bici, le ciclofficine, la presa di coscienza dell’oscenità (e della loro facilissima evitabilità) delle morti in strada, la formazione di gruppi di pressione locali, fino all’esplosione della campagna #salvaiciclisti, e alla conseguente crescita esponenziale del dibattito pubblico sulla “nuova tendenza”, quella di usare la bici per spostarsi in città: anche nelle città italiane, sottolineerei.

Parallelamente, è cresciuto (ma solo per loro merito) il numero di ciclisti quotidiani. E’ stato calcolato, con il massimo dell’accuratezza possibile, che nella sola Roma si è passati dallo 0,4 al 4% della intera quota di spostamenti. Si calcola che in Italia usino abitualmente la bici in 5 milioni.
In tutto questo risuona altissima l’assenza totale di una sponda istituzionale. L’aumento dei ciclisti è dovuto esclusivamente a loro stessi, e ai ragionamenti che hanno svolto da soli o in società, al passaparola, alle campagne che ricordavo sopra.

Sì, alcuni comuni hanno reagito bene: Reggio Emilia ci ha ospitato per gli Stati generali della bicicletta, ed è in prima linea nei miglioramenti normativi (si pensi al senso unico eccetto bici); Napoli ha liberato il lungomare e fatto entrare le bici in metro e negli ascensori pubblici. Altre città hanno fornito qualche altra concessione.

Ovviamente niente di tutto ciò è a sistema, e anzi da più parti si alzano -direi sguaiate- voci di chi accusa i neociclisti urbani di nefandezze al pari degli altri utenti della strada, sorvolando naturalmente sul fatto che non uno dei morti per strada sia mai stato provocato da un ciclista.

Da qualche giorno però c’è una novità, sempre timida in pieno stile italiano per carità, ma apparentemente un punto di svolta: l’Anci, l’associazione dei comuni italiani, ha preparato una serie di modifiche al codice della strada in senso ciclistico, le ha sottoposte al governo, il quale -sembra- abbia accolto la massima parte delle proposte. Soprattutto, l’Anci ribalta completamente l’ottica con cui finora si è visto la circolazione stradale in città (e di fatto incentivato la barbarie sotto gli occhi di tutti). Questo il preambolo:

La bicicletta è un mezzo di trasporto che gioca il suo ruolo nel sistema della mobilità delle persone con pari dignità e con straordinari vantaggi ambientali ed economici. La bicicletta deve pertanto poter circolare con piena sicurezza ed efficienza su tutte le strade sulle quali a norma di codice è ammessa; ne va promossa la diffusione anche perché più bici circolano per via e maggiore è la loro percezione e sicurezza.

Occorre procedere ad una revisione organica del Codice e delle norme tecniche per favorire la mobilità ciclistica e pedonale in città.
Il Codice deve ispirarsi esplicitamente ai principi di mobilità sostenibile. Va ribadito sempre il principio di rispetto delle regole al fine di salvaguardare salute e sicurezza di tutti gli utenti della strada. In caso di incidente l’utenza debole va tutelata attribuendo l’onere della prova al soggetto meno vulnerabile.

Di questo, e anche di altro, parleremo domani 26 novembre, indovinate dove? Nel palazzo dell’Automobile club d’Italia, a Roma. Secondo me ne vedremo delle belle.
Dalle 9,30 in po, via Marsala 8.

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