Il centro commerciale che “uccide” la bici

9 Maggio 2014

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Il proliferare dei centri commerciali e l’effetto che hanno sul traffico è un tema di cui si discute da tempo, almeno dal loro boom nelle città. Anche senza il bisogno di grosse indagini a riguardo, si nota facilmente che la maggioranza di questi centri commerciali è situata in aree di periferia e collegata da strade ad alto scorrimento e che questo comporta essenzialmente una cosa: sono quasi esclusivamente raggiungibili in automobile.

Il tema è stato studiato recentemente dall’Università di Copenhagen e dalla Technical University di Danimarca dove probabilmente, viste le percentuali più alte di utilizzo della bicicletta, è stato più facile misurare con precisione gli effetti della creazione di aree commerciali sul traffico di bici. Il risultato, senza troppe sorprese, è stato abbastanza scontato: i centri commerciali uccidono il ciclismo urbano.

Come spiega Thomas Sick Nielsen, professore della Technical University di Danimarca e co-autore del rapporto, “i centri commerciali indeboliscono il piccolo commercio all’interno dei centri urbani e sono di facile accesso solo se si raggiungono in macchina”. Gli fa eco Hans Skov, ricercatore dell’Università di Copenhagen, che spiega come nonostante la capitale danese sia una delle città con il più alto tasso di uso della bici al mondo, la tendenza generale della Danimarca è inversa, e il ciclismo urbano è in diminuzione.

Come evidenzia il rapporto, i dati negativi si sono accentuati soprattutto negli ultimi 10 anni ed in particolare nelle aree urbane, mentre nelle zone rurali l’uso della bici è rimasto alto e in alcuni casi è aumentato. Il motivo, spiega il professor Nielsen, sta proprio nella cattiva pianificazione urbana che ha portato alla diffusione dei centri commerciali vicino alle autostrade o alle strade più grandi invogliando i cittadini a ricorrere più spesso all’automobile per andare a fare acquisti.

In Italia il tema della proliferazione dei centri commerciali e del cattivo effetto sulle abitudini di mobilità è stato sollevato già nel 2012 da Legambiente in un rapporto sulle ecomafie.

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