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Viaggio in mtb da Maddaloni al Lago Laceno

Diari • di 9 Settembre 2015

Maddaloni (Caserta) – Lago Laceno (Avellino), 29 e 30 agosto 2015

Mi è capitato altre volte di fare viaggi in bici, come mi è capitato di fare escursioni in mtb, ma questa volta è stato diverso. Per la prima volta ho capito cosa si prova a fare cicloturismo in autosufficienza. Di solito i ringraziamenti si fanno alla fine, in questo caso li devo fare all’inizio. Per questo motivo prima di iniziare il racconto vorrei ringraziare alcune persone che mi hanno permesso di arrivare al cicloturismo.
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Vorrei ringraziare Francesco Crisci per aver risvegliato in me l’amore per la bici, nel lontano 2005, supportandomi nell’acquisto della mia prima mtb di buonissimo livello, la mitica FRW WESTLAKE. Un amore che mi ha accompagnato fin da piccolo quello per la bici, nelle esperienze belle e meno belle.
Voglio poi ringraziare Antonio Merola che, nonostante oggi abbia abbandonato il mondo delle bici (spero possa ritornare presto), è stato il primo a credere in me per un viaggio in bici: Maddaloni – Gianola. Continuo ringraziando Michelle Crisci. E’ stato lui ad aver organizzato le due escursioni più dure in assoluto della mia vita, almeno fino a oggi: Cusano Mutri e il Redentore (Formia).
Vorrei ringraziare Maurizio Di Biase per averci fatto da guida nella terribile escursione a Cusano Mutri.
Infine vorrei ringraziare l’amico di sempre, l’amico dei viaggi. Eh, forse avevamo 18-19 anni quando abbiamo fatto il primo viaggio insieme, in Autobus, da Maddaloni a Viareggio, per il carnevale ovviamente. Sto parlando di Domenico Pascarella, che non è mio fratello e nemmeno mio cugino, visto il cognome, è un amico conosciuto nell’adolescenza, e non ricordo nemmeno come. Colui il quale, oltre a vivere con me l’ultima esperienza, non è mancato a nessuna delle precedenti. Nelle uscite domenicali non lo vedi quasi mai, ma negli eventi che contano c’è sempre.
Sembra non dimentico nessuno nei ringraziamenti.
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Bene! Ora parliamo del viaggio.
Siamo partiti alle 9.15 circa da Maddaloni, dal Bar del Monaco per la precisione ed abbiamo subito capito, stesso al bar, che il cicloturismo ha un sapore diverso: incuriosisce, attira, affascina. Tre ciclisti della domenica, prima del mio arrivo al Bar, gironzolavano attorno al mio compagno di avventura. Volevano capire, chiedere, conoscere. Quando sono arrivato ed hanno sentito dall’accento che non eravamo olandesi, si sono decisi a chiedere dove stessimo andando. Uno di loro, sulla cinquantina o forse più, si è trattenuto con noi qualche minuto in più a raccontarci delle sue avventure in bici, del numerosissimo gruppo al quale appartiene. Prima di salutarci per metterci in viaggio, prima che fossimo noi a chiederglielo ha esclamato: qui ci vuole una foto! Vi faccio una foto!
… Un viaggio inizia sempre con una foto.
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Poco dopo ci siamo messi in viaggio. Cancello, Polvica, Cicciano e pausa veloce per chiedere le prime info. Non avevamo un GPS, o meglio, avevamo quello del cellulare che non abbiamo usato volutamente. L’unica cosa che avevamo era un elenco dei paesi da attraversare e il totale dei km da percorrere, senza nessuna informazione in merito l’altimetria. Non utilizzare un GPS potrebbe sembrare uno svantaggio, soprattutto oggi, ma così non è stato. Il fatto di dover chiedere ci ha permesso di conoscere tantissime persone. A Cicciano, mentre chiedevamo in un negozio di bici, ovviamente, indicazioni in merito al percorso si è avvicinato un signore sulla sessantina in bici da passeggio e subito si è offerto di accompagnarci per alcuni km. Strada facendo ci ha spiegato che anche lui va in bici, da strada. E’ a quel punto abbiamo capito il ciclismo non è solo uno sport, è molto di più.
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Superato Cicciano, per strada abbiamo incrociato un nuovo ciclista, questa volta in bici da strada. Ci ha chiesto info, ci ha raccontato la strada che ci aspettava, la sua vita attuale, da pensionato, fatta di sei mesi in bici e sei dedicati al podismo. Delle sue 3-4 uscite settimanali ognuna di 60 km circa. Delle sue uscite di quando era giovane, alle 5.30 del mattino, prima di andare a lavoro, a riparare auto, fino alle 20:00. All’altezza di Baiano le nostre strade si dividono. Fino a questo punto è stata una passeggiata tranquilla. Arrivati a Mugnano del Cardinale ci siamo resi conto che era già da un poco che la nostra strada era stata in salita. Pedalavamo a una pendenza costante ed eravamo solo all’inizio. Il sole iniziava a picchiare forte. Abbiamo dovuto aspettare di arrivare a Monteforte Irpino per scollinare. Monteforte è stata la prima ricompensa, ci ha regalato una piacevole discesa fatta di tornati morbidi. Per strada alcuni ci salutavano. Credo che ci abbiamo presi per olandesi, anche loro.
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A Mercogliano la prima sosta. Una Coca-Cola, un poco di relax e siamo ripartiti. Appena ripartiti, alla rotonda a sinistra in direzione Avellino sostiamo di nuovo a un negozio di bici, altre info. Dopo qualche tentennamento abbiamo deciso di attraversare il centro di Avellino, favoloso, per poi raggiungere Atripalda dove, alla fontanella, incontriamo altri amici ciclisti che si mostrano molto interessati e affascinati dal nostro viaggio. Fino ad allora, ogni volta che dicevamo di essere diretti a Lago Laceno tutti, compresi i ciclisti, proprio tutti, esclamavano: “Lago Laceno? Ma è tosta!”. Subito dopo ci chiedevano: “Da dove venite?” e noi “Da Maddaloni” allora spalancavano gli occhi e qualcuno esclamava “Siete pazzi”? Ma che bello!”. A quel punto ci siamo chiesti: “Siamo noi dei pazzi o sono loro che fanno il giro della villetta comunale pensando di compiere imprese?”.
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Da questo punto in poi il percorso è diventato un tantino oscuro. Abbiamo chiesto più volte info ma le versioni erano spesso differenti. A confermare questa ambiguità sono arrivate le parole di un vecchio amico, Franco Maglio, di Atripalda, elettricista. Lo abbiamo incontrato alla fine del Paese, intento a sistemare gli attrezzi del mestiere nel furgone, e ci ha spiegato che potevamo fare un percorso alternativo, più leggero. Ma a questo punto l’avventura continuava, a prescindere. La sorte anche questa volta ci ha messo lo zampino. Franco è un ex ciclista da strada e forse io ad Avellino conosco lui ed altre 3-4 persone. Ma la sorte ha voluto che incontrassi lui, tra migliaia di persone proprio lui, uno che ha conosciuto la bici e la fatica che richiede. Tra di noi c’è stato un trasferimento di energia elettrica, di carica positiva, di entusiasmo. E questo grazie a quella sintonia che si crea tra amanti di un sport genuino come il ciclismo. Ci siamo salutati con la promessa di un caffè.
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San Potito Ultra, Parolise. Questi i due paesi che successivamente abbiamo attraversato. Da questo punti in poi e dopo aver chiesto agli ennesimi ciclisti, abbiamo capito poco sul percorso da fare. In verità nemmeno questi ultimi ciclisti sono stati esaurienti nelle indicazioni. Uno di loro era molto più interessato al fatto che stessimo facendo un viaggio così lungo e duro, su strada, con delle mtb full, non proprio adatte allo scopo, che a darci info. Poi abbiamo scoperto che anche lui era un aspirante cicloturista. Ci ha raccontato della sua bici, una Scott da trekking, e del suo cicloviaggio in Salento.
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D’ora in avanti, salutati questi ultimi amici, il viaggio è stato un piccolo incubo. SS7, questa il nome della statale sulla quale ci siamo ritrovati, con auto che sfrecciavano a più di 100 km/h, gallerie, a destra e sinistra nessuna forma di vita utile al nostro viaggio. La SS7 è stato un viaggio nel viaggio, interminabile come una seduta dal dentista, semideserta come le strade americane, senza uscita come un lungo tunnel. Abbiamo tentato di farci aiutare da GPS dello smartphone ma non avevamo campo. Allora abbiamo proseguito, prima o poi ci sarebbe stata un’uscita. Finalmente una indicazione, a pochi metri l’uscita per Montella. Sospiro di sollievo.
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Prima dell’uscita abbiamo incrociato un distributore di carburante, peccato che il bar fosse chiuso e non c’erano fontanelle, noi eravamo già dal un bel po’ senza acqua. Il benzinaio ci ha consigliato di proseguire sulla statale fino a Montella, anche perché da lì in avanti sarebbe stata tutta in discesa. Ci rimettiamo in cammino con il vento nei capelli (questa cosa non vale per il mio compagno d’avventura), spediti a 50/60 km/h. Pochi minuti e siamo sulla rampa che ci porta a Montella. Usciti cercavamo disperatamente una fontanella, un bar, una sorgente, ma niente. Lì sul ciglio della strada quelli della croce rossa, chiediamo info per l’acqua e per il Lago Laceno. Per l’acqua non ci sanno dire molto, per il Lago la solita frase “è tosta”. In realtà mancavano solo 18 km, tutti in salita, ma ormai era fatta. Dall’altra parte della strada intravediamo un agriturismo, sotto la montagna. Decidiamo di andarci, sicuri che avessero dell’acqua.
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Ci accomodiamo all’interno di questo bellissimo posto stile rustico, pieno di verde. Ci accoglie una ragazza, molto gentile. Chiediamo dell’acqua e lei ci fa accomodare al tavolo all’interno. Eravamo solo noi, d’altronde erano le 15.30. Ci chiede cosa volessimo mangiare, le spieghiamo che non possiamo perché ci resta da fare la salita e mangiare sarebbe un suicidio. Prendiamo 1.5 litri di Coca-Cola, 1 litro d’acqua e 2 gelati alla fragola. Ci porta il telecomando della TV prima e poi la password wifi. Poi si intrattiene con noi, ci chiede info. Ci racconta che è una boyscout e pratica trekking. Poi si allontana e torna dicendoci che mancano 18 km, che siamo ad una quota di circa 500 mt e che dobbiamo salire per altri 500 mt. Non potevamo trovare di meglio. Accoglienza, ristoro, riposo, wc ed info dettagliate. Pochi minuti, riempiamo le borracce e ripartiamo. Qualche km e ci troviamo difronte all’indicazione “LAGO LACENO 5km”. Sono stati 5 km di sofferenza, strada interamente in salita con pendenza costante e insistente, tornanti da capogiro. Ma in noi vi era la consapevolezza che ormai era fatta.
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Sono stati 5Km di emozioni, le persone ci salutavano, coscienti, più loro che noi, dell’impresa che stavamo realizzando. All’ultimo km una targa in onore di colui che ha scritto alcune pagine del ciclismo mondiale, Marco Pantani. Lì sotto la targa una fontanella. Delle persone che prendevano acqua. Una di loro ci ha rassicurato dicendoci che mancavano 150 metri di salita e poi saremmo arrivati. Allora saltiamo in bici, canticchiando. Scolliniamo e lì in fondo alla strada il Lago, le strutture ricettive, gli animali, la vita.
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Adesso sui nostri visi c’era soddisfazione, serenità, pienezza. Ci siamo subito attivati per capire dove mettere tenda. Un pastore ci ha indicato una zona dove campeggiano i boyscout. Siamo andati a cercarli. Quando li abbiamo trovati siamo rimasti incantati. C’erano delle tende quà e lì. Docce all’aperto. La sorgente. Il Bosco alle spalle. Sembrava di stare in una tribù di indiani. Ci siamo avvicinati ai “capi tribù” ed abbiamo chiesto di poter alloggiare nel loro spazio. Ci hanno accolti, ovviamente, è nel loro spirito, e ci hanno anche offerto le loro docce, i loro servizi igienici. Favoloso. Non ci restava che montare la tenda. L’abbiamo fatto in fretta e furia. Poi doccia ghiacciata con acqua di sorgente. Era l’ora della ricompensa, una bella birra ghiacciata. E così è stato. Ci siamo recati al bar lì vicino, qualche stuzzichino e un paio di birre con un sfondo fantastico, il Lago.
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Verso le 20 abbiamo fatto un giro di perlustrazione per capire dove cenare. Ristorante “Lo Spiedo”, qui abbiamo parcheggiato le nostre bike. Struttura molto accogliente, tutta in legno, personale gentile. Ottimo. Ci siamo fatti consigliare, ovviamente. Antipasto della casa, patate funghi porcini e mozzarella, tagliatelle ai funghi porcini, vitello e peperoni, sorbetto per me e cheesecake per l’amico. Ci siamo alzati dalla tavola a fatica. Eravamo pieni al punto che siamo tornati in tenda a piedi, giusto per agevolare la digestione. Arrivati al campo base i boyscout erano in festa. Uno di loro festeggiava gli anni. Vabbeh, riposeremo a casa, ci siamo detti. Invece poi, stanchi morti e con la pancia piena abbiamo preso comunque sonno. Le notte è volata. Il risveglio è stato un tantino traumatico. Dormire in tenda su un materassino senza cuscino non è il massimo della comodità. Ci siamo vestiti e siamo andati a fare colazione. Cornetti con marmellata e caffè, con lo stesso sfondo della sera prima, il lago.
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Siamo ritornati alla tenda per organizzare il viaggio di ritorno. Abbiamo recuperato le nostre cose, sistemato la tenda, le bici. Abbiamo salutato la tribù e si siamo messi in cammino. Prima però siamo andati sulla riva del lago sulla sponda opposta. Ci siamo trattenuti qualche minuto a goderci la pace, il sole, la natura, il lago. Qualche foto ricordo e via giù per la montagna. Questa volta leggeri, morbidi nelle curve, veloci nei rettilinei. Spediti fino a Montella. Qui qualche tentennamento sul percorso, un caffè e dopo aver percorso tutto la fiera settimanale abbiamo imboccato la strada giusta. Direzione Cassano Irpino, poi Ponteromito, a seguire Castelvetere sul calore. Eravamo sulla vecchia strada che collega Avellino a Lioni, la ss400, quella che dovevamo fare all’andata in pratica.
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È stato un piacere percorrerla. Abbiamo potuto godere di panorami mozzafiato, vitigni, fontanelle. Abbiamo fatto rifornimento con uva e more. Poi siamo arrivati a Chiusano San Domenico, località famosa per la produzione di vino. E ancora Parolise, San Potito Ultra, Atripalda. Era fatta anche al ritorno. Bene o male questa zona la conoscevo. Quindi direzione Avellino e sosta alla fontanella dell’andata. Arrivati ad Avellino si affianca un signore in bici da trekking e ci dice: “State rientrando?”. Siamo rimasti un attimo interdetti e lui ci ha fatto notare che era uno dei ciclisti del giorno prima al quale avevamo chiesto indicazioni. Quello con la Scott da trekking. Ci ha fatto compagnia lungo tutto il corso di Avellino. Abbiamo parlato del nostro viaggio, è stato piacevole. Che coincidenza.
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Ci restava da fare l’ultimo tratto in salita fino a Monteforte Irpino. Siamo nel primissimo pomeriggio ed il sole picchiava forte. Decidiamo di fare una sosta a Mercogliano. Ci fermiamo al bar, una Coca-Cola, toilette, quattro chiacchiere con il proprietario del Bar il quale ci ha suggerito di fermarci alla sorgente poco prima di scollinare. Raccogliamo le nostre cose e ripartiamo. Altro ciclista. Questa volta molta in là con l’età. Un settantenne forse. Lo superiamo in salita agevolmente, salutiamo, ed all’improvviso ce lo ritroviamo alle spalle nei pressi di una rotonda. Ci saluta euforico, era arrivato al suo giro di boa, e ci aveva raggiunti, penso per lui sia stata una piccola soddisfazione. Forte.
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Ecco, sulla destra la sorgente, ci fermiamo a sorseggiare un po’ d’acqua fresca. Una foto agli amici del gruppo su whatsapp e di nuovo in sella. Finalmente si scollina, a tutta verso Mugnano del Cardinale. Dai ristoranti sulla strada potevamo assaporare l’odore di carne alla brace, una tortura vista l’ora e la fame. Sono le 15.30 quando decidiamo di fermarci in un ristorante. Ci sistemiamo all’esterno, sotto una curatissima copertura fatta con canna di bambù. Ordiniamo un paio di bistecche e dell’insalata. Il proprietario ci propone un controfiletto al sangue. Accettiamo e poco dopo la nostra scelta si rivela azzeccatissima. Zero grassi, cotta al punto giusto, si scioglieva in bocca. Chiediamo il conto. 54 euro. La cassiera ci fa uno sconto. 50 euro. Arriva il proprietario che ci fa un ulteriore sconto: 40 euro. Ovviamente gli avevamo raccontato il nostro viaggio, e non solo a lui anche ad una sua cliente. Una soddisfazione, un riconoscimento. Gratificante. Non tanto per i soldi risparmiati ma per il fatto che le persone restano affascinate da queste imprese ed in qualche modo vogliono rendersi partecipi.
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Ora restavano da fare gli ultimi 20 km. Ci siamo goduti le strade senza traffico, il silenzio, la pace. Alle 17.30 siamo arrivati a Maddaloni.
Il nostro viaggio finiva qui.

All’inizio vi ho detto una bugia. Che avevo ringraziato tutti. In verità manca un ringraziamento ad Angela, mia moglie, ed ai miei figli, Roberta e Jacopo. Che nonostante tutto, nonostante le partenze, le assenze, sento che mi sono vicini e sono soddisfatti di quello che faccio. Grazie.

Antonio Pascarella

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