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Pedalando verso Cusco

Diari • di 22 Marzo 2016

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Copacabana ha un gran bel nome, una bella e lunga spiaggia lungo il lago Titicaca, dove non poter far niente, ma soprattutto, 2 isle, la più famosa del sol, e l’altra della luna, che completano il suo lato turistico. Un via vai di viaggiatori io compreso, e una volta visto quel che c’è da vedere, e una volta fatto il pomeriggio in spiaggia, è giunto il momento di salutare la Bolivia e di raggiungere il confine.

Che svela la mia stupidità nel non aver insistito abbastanza a Villazon nel mettermi il timbro d’ingresso in Bolivia, cosi ora senza timbro si passa solo pagando una multa, 30 euro più o meno, rubati per onesta ingenuità.
Sicuramente un trucchetto ben utilizzato da queste parti, bravi loro, fesso io.

Tocca mettere un’altra tacca sul bastone delle brutte cose capitate in Bolivia. Vabbeh, il tutto mi dà la fortuna di conoscere il mio primo cicloturista messicano che, partito da casa, ha come obbiettivo Ushuaia, e il suo problema con la frontiera, del Perù stavolta, sono 44 giorni di permanenza in più dei 90 consentiti, che gli costano 44 dollari. Come ho fatto io deve riscendere in Perù a prelevare contanti, e cogliamo l’occasione per pranzare insieme, e imparare qualcosa di nuovo dei rispettivi destini.

La ripartenza col sole e il lago a lato è bella, ma la cosa ancor più bella è l’entusiasmo della gente che per strada ti saluta e ti anima, cosa che purtroppo nella nazione precedente avevo un po dimenticato.
Cosi, in questa maniera un po spensierata, in 2 giorni sono a Puno, e la mattina seguente, dopo la salita per uscire dalla città, lungo la discesa affianco 2 cicloturusti appena svegliati che dovevano ancora scaldarsi. Sono 2 colombiani, 2 Daniel che tornano a casa dal Brasile, dove si erano per qualche anno fatti una vita. Ci fermiamo a far colazione. Da quel punto per una decina di giorni e passa, saranno miei sodali compagni di viaggio. E anche se una volta abbandonato il lago, il paesaggio si fa meno interessante quei 2 matti colombiani lo rendono altrettanto piacevole. A Juliaca ci fermiamo qualche ora in più, e nel pomeriggio non pedaliamo tanto, perché alle 5 e mezza, una pompa di benzina, con il consenso del custode, sarà la nostra casa.

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Da lontano nella notte si sente il branco di cani selvaggi che da qualche gorno imperversa nelle campagne, come il custode diceva. Fa effetto, e anche un po’ paura se penso che possano venir qui a cercar cibo, però fortuna volle che tutto andò bene, il branco non arrivò, ma anzi si stabilì un altro cane a cui avevamo dato le ossa la sera prima. Il quarto uomo. Non si staccava più. Da quando siam partiti la mattina, di chilometri ne abbiamo fatti 15 tutti a manetta per seminare il cane, loro con le loro ultraleggere, io con la mia mtb. Ci fermiamo a fare colazione. Sono più che provato per la fuga, e neanche il tempo di dire che così non va, ecco di nuovo il cane con la lingua di fuori! Un bel cane, un pastore tedesco incrociato con qualcosa di un po’ più piccolo a pelo corto, sveglio. L’acqua se la meritava. Dopo esser ripartiti, Eche d’iniziativa ha convinto madre e figli con delle pecore a lato strada di tenere il cane per questioni di sicurezza. Se fatto prendere, l’ho legato, salutato e dato ai figli e detto addio, al mio secondo perfetto cane da viaggio.

Soli, senza un cane, ripartiamo con più calma verso Ambra la Raya, l’ultimo passo a 4.400 m, che apre la discesa verso Cusco. Non è impegnativo, la strada sale soave soave, fino a dove c’è nebbia e pioggia, solo qualche foto ricordo con Pine e poi sì, pura bacada, per 140 km, nella valle di Cusco. L’ombelico del mondo.
La notte la passiamo in una piscina spettrale semiabbandonata, quella dopo a 30km da Cusco in una sala riunioni in paese dove, quello che ce l’ha aperta l’ha resa poi, mentre dormivano, altrettanto paurosa.

I 2 colombiani e l’italiano raggiungono Plaza de arma di Cusco dopo 500 km e 5 notti assieme. Tanta felicità e gioia perché Cusco è enorme, e fuori dal centro è pendente e frenetica, ma soprattutto perché giorno dopo giorno imparavamo sempre qualcosa di più glorioso sull’impero Inca.
L’hostal estrellita, che si spaccia come casa del ciclista, sarà la nostra base in Città. Che offre, oltre al celeberrimo Machu Pichu, una serie infinita di attrattive, in città e nel “Valle Sagrado”.

Dopo un lungo briefing, decidiamo di raggiungere Machu Pichu in bicicletta e cosi 3gg dopo il nostro arrivo, stiamo rifacendo la borsa, stavolta più leggera e con lo stretto necessario per 4 giorni, perché sono circa 130 e più, i chilometri da fare per raggiungere Machu Pichu, una piccola odissea soprattutto per uno come me che pensava che Machu Pichu si trovava a mezz’ora da Cusco.

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Partiamo nel primo pomeriggio, il tempo di fare la prima salita, e con la discesa arriviamo alla prima rovina, dove, grazie alla municipalità troviamo riparo per la notte sotto il tetto del mercato.
La mattina, mentre rifacciamo le biciclette, tra i 2 Daniel, un bel diverbio di cui non ci ho capito molto, però ero in mezzo e l’idea di andare a visitare le rovine a gratis è piaciuta ad entrambi. Le terrazze, il verde ed Il clima ancestrale ha riequilibrato gli animi.

La discesa è godibile, attraverso comunità montane e piccoli accrocchi di case fino al bivio con Moray. Qui ho dovuto mettere tutta la mia abilità di convincimento -in spagnolo – per lasciare la banale strada principale e prenderne una piccola sterrata di campagna, per raggiungere uno delle rovine più belle e famose di tutte, e poi chissà!
E così è stato, uno dei pomeriggi più ricchi e proficui, prima vedendo Moray di nascosto fischiettando, dopodiché, una discesa leggendaria verso ollantaytambo, dove finalmente la mia mtb ha dato la paga alle ultraleggere.
Stavolta ci prendiamo una stanza in paese, i poveri colombiani senza volerlo gli bruceranno una poltrona e spaccheranno un lavandino.

Qui i 2 amici si dividono, Eche, che a Machu ci è già stato,torna verso Cusco attraverso la Valle Sagrado ed altre rovine Inca. Io e Pine continuiamo, però non più in bici, ma in bus, e così dopo i 45 km di salita non scendiamo, e facciamo anche i restanti 60 in discesa,in pullman, più o o meno comodamente, ma di sicuro pentiti. A Santa Maria dobbiamo scendere ed ora da fare ci sono 25km sterrati in salita fino a Santa Teresa, e visto che non abbiamo fatto la discesa non vedo perché fare la salita di questo viaggio extra. A Santa Teresa ci arriviamo alle 6, giusto in tempo per scaricare le borse e stavolta in si in bici andare alle terme, che per 2 euro, offre, ai viaggiatori verso e da Machu Pichu offre grandi piscine a 37 gradi dove poter riposarsi dalle fatiche di giornata. Infatti.
Il giorno dopo è il giorno!

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Alle 5 la sveglia. Mezz’ora dopo siamo su un taxi per un’ora verso la famosa Idroelettrica. Qui si cammina per 2 ore e mezza seguendo i binari del treno lungo un fiume in piena, nel mezzo della foresta,mentre albeggiava.
Arrivati ad Aguas Caliente, prima il biglietto, poi le colazione al mercato e poi iniziamo la salita, un’ora e mezza verso Machu Pichu, e finalmente alle 10.30 si vede la cittadella. Non smetto di salire, e dopo un’altra ora sono dal lato piu esterno e più alto, cosi da poter ammirare tutta la valle e tutta la sua segretezza. Per la categoria, forse non tutti sanno che, gli spagnoli sapevamo di Machu Pichu solo attraverso le carte e ne riscuotevano sì le tasse, ma fin lassù a buttare giù tutto e a erigere una bella chiesa, come han fatto nel resto dei posti, non sono venuti.

A lato, più alto, Waina Pichu, per alcuni più bello, e infatti occorre una riserva di qualche gg per entrare necessariamente prima delle 10. Lì, ancor più inaccessibile, l’oro degli Inca.
Dopo il mirador, scendo a fare un giro in cittadella, origliando dalle altre guide, ma per lo più facendo ipotesi e supposizioni. Anche il Pine ne e rimasto folgorato. Ma non era ancora tutto, perché alle 5 iniziava il ritorno, prima ad Aguas Caliente e poi 2 ore fino a L’idroelettrica, seguendo i binari del treno a ritroso. Qui quando c’era ancora luce abbiamo incrociato un numero impressionante di turisti, che a piedi, stavano facendo il nostro stesso viaggio e che dopo, inesorabilmente sarebbero tornati a Cusco. Noi però abbiamo fatto andata e ritorno in un giorno, e quando son le sei e mezza inizia a piovere a dirotto. A fatica s’intravedono appena i legni dei binari su cui camminare. Manca ancora una mezz’ora all’idroelettrica e a questo punto non si vede davvero più niente, e la pioggia continua forte. Continuiamo camminando più lenti, col Pine che crede che siamo sbucati da un sentiero che porta al fiume in piena. Fortuna vuole che a lato binari, dopo un po’ delle luci. Dentro, un giovane guardaparchi e una coppia nella nostra situazione, ma molto più preoccupata.

Con le sue luci, le nostre e qualche taglio giusto, in 10 minuti siamo alla famosa idroelettrica, deserta. Il tempo di far 2 chiacchiere con la guardia e fortuna vuole che sotto la pioggia arriva un taxi che porta 2 matti turisti che viaggian in notturna. Saliamo tutti e quattro, e una piacevole ora dopo sono davanti alla mia camera, alle 20.30, casa dolce casa.

Giornata allucinante, nel vero senso della parola, una delle più ricche che abbia mai fatto.
Giorno dopo niente terme ma ritorno, prima in discesa verso Santa Maria e poi in pulmino, veloce verso Cusco. Lì altri 4 giorni con base Estrellita, ma almeno altri 10 ci sarei potuto restare.
Dopo essersi scambiati alcuni vestiti e oggetti utili, saluto i 2 Daniel, Eche e Pine, 2 bei compagni di viaggio, 2 veri colombiani appassionati di bicicletta e ottimi amici e viaggiatori, invidiabili su certi punti di vista, che proseguono per le Ande, come dovevo fare io, ma che però non posso, ho chiaramente fatto male i calcoli, e così la mattina mi dirigo alla terminal dei bus, 22 ore dopo sono a Lima e qualche ora dopo ne sono su un altro, per 15 ore fino a Cajamarca, nel Nord del Perù.

Arrivo lì alle 6 di mattina, colazione e poi in ostello a dormire. Il pomeriggio è proficuo e Cajamarca mi sembra bella, ma riparto il giorno dopo rinfrancato e gasato, ora son tornato io solo. E si sale! Per circa 40 km, con una piccola discesa nel mezzo. Una mazzata che psicologicamente non mi aspettavo, perche ero stato illuso di una semplice salita. Fortuna che le gambe, riposate da questa pausa cusquegna, giravano che un piacere.

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Iniziata la discesa, è anche un bell’orario trovar dove dormire, un venti minuti dopo la quevrada honda mi darà a lato restaurant, una casetta / deposito attrezzi indipendente, in fango e paglia, dove dormire e riposare all’asciutto. Il servizio restaurant, anche se un po’ scadente, soddisfa ogni mia necessità. Sia la cena che la colazione. Al via la discesa, sotto le nubi, vallate verdi a perdita d’occhio. Poi un bivio. Do retta alla mappa (sbagliando) e alla mia voglia di intraprendere strade meno trafficate e perciò sterrate. Così vado in discesa verso Santa Cruz, attraverso le strade più rurali e selvagge che abbia mai fatto dall’intero viaggio, per circa 60 km e un mare d’acqua. Ci arrivo alle 7 senza freni e senza veder niente, meravigliato di avercela davvero fatta. Mi han detto, e ho constatato, che solo le moto fanno la strada che ho fatto. Quel giorno anche un italiano in bicicletta. A veder le facce, cosa abbastanza rara.

Spesa e colazione al mercato e via, anche da Santa Cruz, non mi ci vorrei affezionare. La ripartenza è stanca, e la discesa è per il momento finita, la strada che sulla cartina è la principale, in realtà è ancora una strada di campagna più o meno dissestata che sale e scende fino a un paese dal nome impronunciabile. Lì vengo deviato e fatto tornare indietro di poco verso una strada un po’ più lunga ma pavimentata e sicura. Niente bagno termale insomma. Così inizio a salire verso Montan Mayo dopo un brevissimo e frugale pranzo. Ormai mi sembra di capire come funziona da queste parti, mattino coperto nuvoloso, e da metà pomeriggio inizia a piovere più o meno intensamente, e così anche stavolta, tant’è che son state numerose le pause per aspettare che il monsone passasse e che i fiumi che attraversavano le strade, un po’ scemassero.

22 i km di salita, che ho completato solo col traino di una ragazzo in moto, che la guidava solo da poco tempo, e infatti forse, mi ha più danneggiato che aiutato. Dopo una giornata frenetica, l’aver percorso solo e male 35 km, mi rende insoddisfatto ed irrequieto, voglio solo cercare un posto dove dormire e dimenticare la giornata. Fortuna vuole che sulla mia strada ce la famiglia Delgado. Vidal in particolare, che vedendomi tutto bagnato ed infreddolito, mi costringe a fermarmi lì.

Io non manco di rispetto, non faccio resistenza e porto le cose in stanza. Da loro, un letto caldo, una cena e una colazione tipica in famiglia, tanto affetto e una bottiglietta di miele da loro prodotto, che per il mio palato è ambrosia. Lo raziono come fosse la cosa più importante che ho. Salutata la famiglia Delgado, solo 5 dei 14 totali, completo l’ultimo chilometro in salita fino alla vetta, e poi tutta in discesa per Chochabamba, circa 26 km, prima in picchiata e poi più dolcemente. Alle 10 e 30 sono arrivato. Qui spendo un’ora e passa, prima per cambiare la ruota posteriore, che si è aperta lungo una spalla, e poi per mangiare, perché da lì in poi solo a Cutervo ci si può fermare. E infatti lungo la stessa strada bassa e sterrata da cui ero venuto, riparto e ci arrivo comodamente alle 5, dopo 20 km di salita attraverso vallate, colli e poggi che se fossero ricorperti di vite, ricorderebbero la Toscana. Unico neo i cani, che da quando sono qui nel Nord del Perù, sono più cattivi e pericolosi. Oggi mi hanno inseguito 2, coi denti di fuori, probabilmente fratelli, neri e grandi uguali. Volevano qualcosa da me.

Da Cutervo, dove terminava il gran premio della montagna, parte una lunga discesa di 120 km fino a Jean dove termina l’ennesima sessione. Il paesaggio è oscurato dalla nebbia, la strada è sterrata ma sempre più fangosa con parecchie frane che consentono il passaggio solo di bici e moto. Io perennemente sporco e selvaggio pedalo solo, lungo la montagna. Realizzo di aver esaurito la mia voglia di offroad per il momento, voglio scendere e trovare un clima e un ambiente piu adatto al mio.

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E dopo 40 km che andava tutto, fango a parte, bene, lo stop. “La montagna bacò” mi dicevano, “no hai pase ” mi ripetevano. Ed effettivamente un’ora e mezza prima che io arrivassi, la montagna è scesa davvero, e con se a centinaia di metri lungo il fiume più in basso, si è portata un escavatore, e 5 persone che stavano lavorando. Prima che la strada venga liberata può passare un giorno ma anche 3, dicevano voci. Sono fisicamente bloccato ma non privo di alternative. O, ritornare a Cutervo a non far niente, ad aspettare e sperare che la montagna non frani da un’altra parte, O piantare la tenda e sperare che con l’indomani si possa passare a piedi e quindi in bicicletta. O, mossa più intraprendente, staccare tutte le borse dalla bici, farne 2 sacchi, affidarle a 2 sconosciuti, che dalla disgrazia ne han tratto un lavoro, e aggirare la frana risalendo la montagna e discendendo dall’altra parte, io con la bicicletta e loro con le borse.

Ci ho messo 2 ore sotto la pioggia per decidere, ma soprattutto per capire che son io solo, e che stavolta dovevo fidarmi. Faccio un cenno ai miei uomini, che in realtà son ragazzi, facciamo le borse e iniziamo la salita, banale per i primi 20 metri, poi per me, con la bicicletta e le scarpe un tutt’uno con il fango, è impossibile non continuare a scivolare e a perdere terreno con i miei portantini, che salgono molto più veloce di me. Ad un certo punto col fiatone aggrappato alla montagna, con la mia bicicletta non vedo piu i miei ragazzi e neppure la strada che sale e che scende. Faccio ancora 2 passi, ma con la bicicletta e le gomme lisce ne scivolo 1. Non doveva andare cosi, e per un attimo il pensiero di esser stato stupidamente derubato, mi attraversa, ma non fa in tempo a concretizzarsi, perché tra la selva rivedo le teste dei miei 2 uomini tornati ad aiutarmi. Raggiungiamo il punto piu alto, e poi lungo la cresta, camminiamo a pochi cm dalla frana.

Io qui in alto con una bicicletta a fare il turista spericolato, e 50 metri più in basso un mare di terra e fango, e sotto ancora delle vita spezzate. Effetto strano. La discesa è meno difficile, resa solo un po più complicata, dall elevato numero di persone e portantini che non potendo aspettare che la strada venga liberata fanno quella pericolosa strada. Ma la polizia lo permette. Sono dall’altra parte! Sono felicissimo, abbraccio e pago i miei uomini, gasati anche loro. Sono psicologicamente stanco ma pieno di adrenalina. Capilla è qui a un chilometro in discesa, mi fermo per la notte a riposare.

La pioggia ogni notte è forte e insistente. Alle sei sono sveglio insieme ai guidatori di combi e minivan, a far la gara per il bagno nel più brutto posto per dormire, finora incontrato. Alle sette sto già pedalando e dopo venti minuti mi sento già dire “no hai pase “, la cosa non mi sorprende più di tanto, e quando arrivo in effetti per venti metri lungo la strada, 30 cm di fango e detriti. Davanti a me una moto sta arrivando, e se passa lei passo anch’io, e infatti con nel finale l’aiuto di un passante, sono di nuovo in pista a superare frane più o meno recenti, con un occhio alla discesa e l’altro alla montagna.

Quando arrivo a Chiple la strada torna pavimentata e come diceva la famiglia Delgado ritrovo sole e caldo. Torno ad asciugarmi. Mi fermo il tempo di mangiare, voglio ripartire continuare a scendere e raggiungere Jean, come da piani stabiliti. E la raggiungo alle 4 e 30, salendo nel finale per altri bei 15 km e poi scendendo ancora per bei 6, attraverso lunghe e belle risaie. Qui Caldo, tanto caldo. Frutti tropicali, caffè, cioccolato, gelato e tanto succo di mais. Solo un giorno però, investito in una pulizia praticamente completa della bicicletta. Doveroso dopo tutto questo sporco.

Ora vi scrivo da San Ignacio, a 120 km da Jean e a 30km il confine con l’Ecuador arrivato qui in 4 ore con la bici sul combi, è che o vado in bicicletta o scrivo a Bikeitalia. È ora preferisco scrivere.
Ci sentiamo dalla Colombia, credo.
Ciao a tutti.
Marco Polo







2 Risposte a Pedalando verso Cusco

  1. Angela C. ha detto:

    Ma quanti scampati pericoli!!
    Dai che sei quasi arrivato alla fine del viaggio.
    In bocca al lupo per le ultime fatiche.
    Angela C.

  2. Corny ha detto:

    Più che Marco Polo direi Indiana Jones, anzi, Indiana Borg :-) ciao, avanti così!

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