Le donne rifugiate e la bici: uno strumento di libertà

31 Gennaio 2018
berlino

foto di Marta Bausells per il Guardian

Non sempre ci pensiamo, ma la mobilità è un ingrediente fondamentale dell’essere parte di una società. Anche in questa società, in cui internet e le comunicazioni online sono così pervasive. Uscire di casa e anche solamente accorgersi della presenza di altre persone è un bisogno primario dell’essere umano, nonché il primo passo per farsi degli amici, trovare un lavoro, integrarsi.
Al giorno d’oggi vivere in una condizione di svantaggio può anche voler dire non essere in grado di spostarsi dove, come e quando si vuole. E la bici gioca un ruolo fondamentale in questo.
Ma anche qui non dobbiamo dare nulla per scontato. Spesso si usa l’esempio del pedalare per indicare un’azione facile e alla portata di tutti. Ma pedalare è facile solo se lo si è appreso da bambini, e non tutti hanno avuto questa possibilità.
Le città europee stanno accogliendo in questi anni un numero crescente di persone provenienti da società in cui quasi niente di ciò che diamo per scontato è presente, dal punto di vista materiale come da quello culturale. Neanche imparare ad andare in bici. Persone che, per necessità, arrivano da paesi lontani e si trovano, anche qui in Europa, in condizione di svantaggio. Soprattutto se sono donne. E ancora di più se non hanno la possibilità di muoversi liberamente, magari perché non hanno i soldi per il trasporto pubblico, o lavorano secondo zone ed orari non serviti. E non sanno andare in bici.
E allora servono volontari che insegnino ad andare in bici a queste donne rifugiate che non hanno avuto la possibilità di imparare a farlo da bambine. Il Guardian ha recentemente presentato sulle sue pagine il lavoro di Bikeygees, una NGO di Berlino che nel 2015 ha iniziato ad offrire corsi sull’uso della bici alle donne rifugiate della città. La domanda di corsi è andata molto al di là delle loro aspettative.
In questi due anni Bikeygees ha insegnato a pedalare a più di 500 donne fra i 14 e i 64 anni.
Ad ogni corso partecipano circa 30 donne, che imparano a pedalare in uno spiazzo all’aperto su cui sono state installate delle repliche dei cartelli stradali tedeschi.
Grazie ad alcune donazioni, spesso i volontari sono in grado anche di fornire a queste donne bici, caschi, attrezzi per la riparazione e antifurto.
Le frasi di alcune donne intervistate dal Guardian fanno capire benissimo l’importanza dell’iniziativa, senza bisogno di ulteriori commenti da parte nostra:
Emily, 21 anni, dal Afghanistan: ‘il corso mi ha fatto sentire libera e autosufficiente. Sentirsi in controllo della bici e concentrarsi solo sulle due ruote è stata un’esperienza bellissima. Mi sono sentita come un uccello nel cielo.’
Morvarid, 20 anni, dell’Afghanistan: “alcuni uomini nel campo per rifugiati continuano a dire che le donne dovrebbero cucinare e pulire. È stato bellissimo vedere questa organizzazione tutta al femminile riuscire a creare un senso di fiducia, così che anche quegli uomini hanno cominciato a permettere alle loro mogli e figlie di venire. [queste donne] hanno grandi idee, vogliono uscire, lavorare fuori di casa, affermare le loro idee, non le idee dei loro mariti, fratelli o padri. Anche io vengo da una famiglia afgana, so quanto è difficile. Ogni volta che vedo una donna che pedala ringrazio Dio”.
Rahima, 22 anni: “Nella mia esperienza, nei campi per rifugiati, ho visto tanti uomini che si compravano cose belle, che uscivano tutto il giorno, e poi non permettevano alle donne di uscire. Mio padre e mia madre, quando eravamo in Iran e in Afghanistan, non mi permettevano di andare in bici, ma qui ho questa opportunità e voglio coglierla”.

Se siete a conoscenza di iniziative simili sul territorio italiano segnalatele nei commenti o scrivendoci.

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