Londra: 180 aziende chiedono meno auto e più bici

5 Febbraio 2018

180 aziende, che danno lavoro a centinaia di migliaia di persone, si sono unite a Londra per sostenere i piani di espansione della mobilità ciclabile.

cyclingworks londra

Immaginate che a Milano si riuniscano i responsabili di 180 aziende, grandi e piccole. Immaginate che abbiano uno scopo ben preciso: aumentare la produttività e i profitti delle loro aziende. E immaginate che sappiano bene come farlo: facendo pressione sul Comune per favorire l’uso della bici in città.
Ebbene, una cosa molto simile è successa e sta succedendo negli ultimi anni a Londra.
Facciamo un passo indietro: 2014, il sindaco è Boris Johnson, e si comincia a parlare di Cycle Superhighways, delle “super piste ciclabili” completamente separate dal traffico automobilistico, che corrono lungo le principali arterie stradali della città. Si parla anche – già da qualche tempo – di “zone 20” (l’equivalente in miglia delle nostre zone 30) e di altre soluzioni volte a ridurre il traffico automobilistico in città.
In questo clima l’Evening Standard pubblica un articolo in cui un anonimo rappresentante di un’anonima azienda protesta contro queste misure: “questi progetti causeranno enormi ingorghi”.
Ecco la parte interessante: immediatamente iniziano a mobilitarsi presidenti e direttori di altre aziende, che invece chiedono a gran forza di procedere con i progetti di diffusione della ciclabilità; fin dall’inizio vengono coinvolte circa 50 aziende, poi sempre di più, fino ad arrivare alle attuali 180 riunite nell’iniziativa CyclingWorks. Sono aziende attive in molti settori economici: finanza, tecnologia, istruzione, sanità. Qualche nome? Il Financial Times, la Penguin, l’ospedale del King’s College, Unilever, Coca-Cola, Microsoft
Attenzione, si tratta di aziende che direttamente si impegnano nel sostenere le politiche pro-bici; non di gruppi di impiegati “attivisti”.
Ma perché i datori di lavoro dovrebbero preoccuparsi delle politiche pro-bici? Un’azienda è in fin dei conti interessata a massimizzare fatturato e profitti. La bici per queste aziende è lo strumento ideale.
Lo si spiega bene nel sito dell’iniziativa:
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  • Salute dei lavoratori: i londinesi lavorano molto, e hanno poco tempo libero. È importante che facciano dell’esercizio fisico durante la giornata, per essere più sani e più produttivi.
  • L’ambiente: una cattiva qualità dell’aria e l’inquinamento acustico creano problemi anche all’aziende, non solo ai residenti.
  • Meno traffico: perdere tempo in automobile (o in un autobus incolonnato) si traduce in minore fatturato per le aziende e meno PIL per la città
  • Attirare talenti dall’estero: una città come Londra ha un bisogno costante di forze fresche, persone dinamiche e produttive. Non sempre ce ne rendiamo conto, ma nelle ecoomie avanzate c’è una vera e propria competizione per il talento (talento che noi spesso in Italia formiamo e poi buttiamo via). E al giorno d’oggi le persone, nello scegliere dove vivere, tengono conto anche della qualità della vita e della mobilità
  • Aiutare il commercio: come diversi studi hanno notato, ciclisti e pedoni spendono di più nei negozi rispetto a chi si muove in automobile. Usare la bici aiuta le strade della città a rimanere calde e accoglienti

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Insomma, c’è poco di idealistico e molto di concreto. Pedalare sarà anche bello, ma quello che conta qui è la possibilità di avere i migliori lavoratori nelle migliori condizioni possibili per fare più soldi possibile.
È la bikenomics, l’economia della bici.
CyclingWorks ha funzionato: le Cycling Superhighways sono state realizzate e sono ancora in fase di espansione. L’uso della bici a Londra sta per diventare più diffuso di quello dell’automobile. E gli enormi ingorghi paventati non si sono verificati.
Ora questa bellissima storia è stata raccontata in un breve videodocumentario.

E le aziende italiane? Che posizione prendono su questi temi? Sono contente di avere lavoratori stressati, avvelenati dal traffico, sovrappeso? Sembra di sì, visto che non si notano iniziative simili da noi.

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