Gli Italiani al Tour de France, il libro

25 Giugno 2018

Manca poco più di una settimana all’inizio del Tour de France e i bookmakers danno i numeri su chi sarà il campione destinato ad arrivare con la maglia gialla all’appuntamento sugli Champs Élysèes: 3,25 per Froome, 4,75 per Porte, 7,50 per Nibali e Quintana.

Ma la Grande Boucle è molto più di una corsa in bicicletta: è l’ambientazione perfetta per un poema epico fatto di eroi e antieroi, mostri e sfortune che verrà messa in scena quest’anno per la centocinquesima volta. Negli anni sono cambiate le tecnologie, le regole e i protagonisti lasciando la storia di fondo che è sempre uguale a sé stessa: uomini, semplicissimi uomini che sfidano le montagne, con il solo ausilio della propria determinazione, delle proprie gambe e della propria squadra.

E se sono gli uomini che fanno la corsa, noi li abbiamo seguiti con fascinazione nelle loro rocambolesche avventure: come quel 27 luglio del 1998, quando Marco Pantani, sulla salita del Galibier, manda in frantumi le gambe di Jan Ulrich e arriva tutto solo al traguardo de Les Duex Alpes con quasi 9 minuti di vantaggio sulla maglia gialla.

Rivedere quelle immagini a distanza di 20 anni è ancora da pelle d’oca, ma lo sarebbe ancora di più se provassimo a vedere la corsa dagli occhi del protagonista, in fuorisella con le mani che impugnano il manubrio nella parte bassa per spingere ancora più forte.
Italiani al TOur de France Giacomo Pellizzari

Dopo essere scattato, mi sono voltato a controllare una sola volta, ho visto che nessuno mi seguiva. Io solo sui pedali, loro in gruppo seduti in poltrona. Il rubizzo tedesco sempre più in difficoltà, le guance gli si facevano, se possibile, ancora più paonazze, i suoi copertoncini alzavano schizzi di fango che finivano sulla sua schiena, lordandogli la maglia gialla così bella. Già si capive che stava per perderla.
In cima al Galibier, Jan era arrivato stremato, nessuno, giura, lo aveva mai visto così conciato: due minuti e cinquanta il suo ritardo.
Nel frattempo, io ero già un missile in discesa. Scendere dal Galibier è un po’ come scendere all’inferno Ci vuole pelo sullo stomaco, sangue freddo, occhi vigili: la scarpata chiama, tu non devi rispondere.”

Queste sono le parole che pronuncerebbe Marco Pantani per raccontare quella giornata in una serata tra amici che gli chiedono di raccontare ancora una volta di quella giornata da eroe, parole immaginate con sapiente bravura da Giacomo Pellizzari e riportate all’interno del suo ultimo libro, “Gli Italiani al Tour de France“.

Ma oltre a Pantani ci sono anche Nibali, Bugno, Chiappucci e Casartelli, Gimondi, Nencini, Magni, Bartali, Coppi e Bottecchia che apre il libro con parole semplici e taglienti: “Non venite a parlarmi di fatica. Non a me che ho fatto il soldato. Cosa volete che sia per me questa polvere qui delle strade, in confronti a quella dei mucchi di terra e dei muretti delle trincee? Al puzzo di sangue rappreso? All’odore del fuoco di fila delle mitragliatrici Maschinengewehr 08 che sparano 500 colpi al minuto?“. Ed ecco che una delle gare più dure del mondo diventa quasi una passeggiata di salute per chi ha visto la morte ogni giorno al fronte della prima guerra mondiale.

Ed ecco che in questa ricorrente odissea, Pellizzari si ritaglia un ruolo da moderno aedo, chiamato a raccontare e inventare le storie dei grandi italiani che tra gloria e miseria hanno solcato le strade di Francia alla rincorsa delle maglia gialla. Le pagine scorrono sospese tra ciò che è vero e verosimile e noi lettori ci ritroviamo catapultati dietro al manubrio o dietro al telefono, come quando De Gasperi chiamò Bartali impegnato al Tour del 1948 per chiedergli di vincere la corsa: “E poi, se mi permette l’arroganza, la Grande Boucle io l’ho già vinta: che ci metto a fare il bis?“.

In questa storia di romanzo storico-sportivo, i ciclisti in corsa diventano sempre più simili ai cavalieri della tavola rotonda che corrono in tempi e luoghi diversi alla conquista di un sacro Graal dalla maglia gialla che, anche quando raggiunto, diventa inafferrabile ed etereo.

Cavalieri, sì, ma colmi di un’umanità e una fragilità che ostentano senz vergogna. Nelle 224 pagine di racconto, Pellizzari riporta storie che conosciamo alla perfezione, ma per la prima volta con un cambio di prospettiva, portandoci a vivere da dentro le miserie e le gioie di chi non ce la fa più, ma non molla mai. Di chi non potrà mai vincere ma non molla mai. Di chi è destinato alla vittoria, alla sconfitta e alla miseria ma mai e poi mai all’oblio.

 

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