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Cosa è rimasto delle fiere della bicicletta in Italia

News, Rubriche e opinioni • di 23 Febbraio 2019

Lo scorso fine settimana 36.000 persone si sono affollate nei due padiglioni della Fiera di Verona per visionare biciclette, accessori, offerte turistiche e partecipare agli incontri e ai dibattiti del Cosmobike Show.

cosmobike

Nonostante lo slittamento di data da settembre a febbraio e la cancellazione dell’edizione 2018, la fiera è stata senza dubbio un successo in termini di avventori che hanno pagato un biglietto da 12 euro per visitarla.

Ciò che invece ha lasciato molto amareggiati è stata la dimensione stessa dell’esposizione: la fiera di Verona è passata dai 500 marchi esposti nel 2015 ai 350 del 2016 mentre a quest’ultimo giro i marchi presenti erano “solo” 180 (contro i 1400 messi in campo da Eurobike).
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Nonostante il supporto organizzativo offerto da RCS come partner di comunicazione, molte aziende hanno declinato l’invito a partecipare e il risultato finale è stata una fiera in cui è mancato completamente, tra gli altri, il mondo delle selle e dell’abbigliamento, delle scarpe, degli pneumatici, delle borse.

Ciò che emerge, quindi, in maniera inconfutabile ed evidente è la parcellizzazione del mondo dei produttori di biciclette, componenti e accessori che non riescono a prendere una posizione comune su quale sia il modo migliore per presentarsi al mercato italiano e che, invece di presentarsi compatti per infondere credibilità ai propri clienti e consumatori finali, preferisce azioni individuali e disgiunte.

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Nel corso degli ultimi anni sono nati in questo modo una miriade di fenomeni espositivi tra loro anche molto differenti che hanno saputo approfittare di questa parcellizzazione: fierette, test show e festival, tutte operazioni con una dignità propria ma che non hanno la forza per indirizzare il “movimento ciclistico” italiano.

Ma questa parcellizzazione del mercato non è un male per tutti: c’è infatti chi ne beneficia ampiamente.

A beneficiare della  crisi delle fiere sono soprattutto quei marchi che non hanno bisogno delle fiere perché sono già sotto gli occhi di tutti e riempiono i fotogrammi delle grandi corse: Specialized, Trek, Giant, Cannondale hanno budget di marketing sufficientemente grande per gestire la propria promozione senza mischiarsi agli altri e senza lasciare spazio ai “succhiaruote”.

A soffrirne sono invece i piccoli marchi che, con poche migliaia di euro e con una struttura ridotta all’osso, non possono di certo organizzare roadshow in autonomia per raccontarsi al proprio pubblico.
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E il grosso problema sta tutto qua: solo una minima parte dei grandi marchi che non hanno bisogno di supporto per la propria promozione è italiana. Perché la nostra realtà produttiva è fatta quasi integralmente di piccole aziende che con qualche decina di persone deve portare avanti tutti i comparti dalla progettazione fino alla distribuzione e che ha le armi spuntate rispetto ai colossi che riescono a firmare contratti con Peter Sagan, Vincenzo Nibali o Nino Schurter e uscire su tutti i TG e su tutti i giornali.

Attribuire questa frammentazione all’italianità sarebbe però scorretto: gli altri settori merceologici nel nostro paese sono spesso compatti e producono esposizioni coerenti. Forse perché dietro l’organizzazione si cela un’associazione di categoria che attivamente ne promuove gli interessi e la coesione.

Anche il mondo della bicicletta può contare su un’associazione di categoria che, però, si ritrova a condividere con i produttori di motociclette: l’Associazione Nazionale Cicli, Motocicli e Accessori (ANCMA). Inutile dire quanto sia asimmetrico il rapporto tra i due comparti delle due ruote: il settore del ciclo in Italia fattura ogni anno 1,272 miliardi di euro, un po’ meno di quanto non faccia da sola la Piaggio (1,295 miliardi). Stando così gli equilibri di potere interni all’associazione di categoria risulta evidente quali siano gli interessi perseguiti.

Leggi anche: Codice della Strada, le proposte di ANCMA alla Commissione Trasporti: manca la bici

E il segmento moto, contrariamente a quello del ciclo, conta infatti su una fiera monolitica, l’EICMA (organizzata da ANCMA e che lo scorso anno ha registrato 744 mila visitatori), che da oltre un secolo impone tendenze a tutto il mondo sul tema della moto e in cui la bicicletta è da sempre ospite gradita, ma senza troppa convinzione.

Il risultato finale di tutta questa situazione è che mai come oggi il settore della bicicletta italiana si ritrova senza una bussola e senza una mappa, abbandonato a se stesso a lottare contro i mulini a vento nonostante sia ancora il più grande produttore europeo. E tanti auguri a noi che pedaliamo che davvero non abbiamo santi in paradiso.

Alla luce di questi elementi, si può ritenere il Cosmobike Show 2019 un vero successo che conferma la professionalità e competenza della squadra organizzatrice a cui vanno i nostri complimenti.







5 Risposte a Cosa è rimasto delle fiere della bicicletta in Italia

  1. Roberto Riolfi ha detto:

    Alla gente appassionata di ciclismo è evidente che piace ancora andare in Fiera e vedere e toccare con mano bici, componenti, abbigliamento ecc.,alla faccia di internet!!! Se non si vuole che l’anno prossimo ci sia il funerale di Cosmobike bisogna riportare la Fiera ad Ottobre e obbligare l’Ente Fiera di Verona(ed in questo anche il Comune può fare la sua parte essendo l’Ente Fiera gestito dalla politica) ad abbassare in maniera drastica i costi di partecipazione x gli espositori, italiani o stranieri che siano!!!!! E bisogna coinvolgere di più anche la città, ad esempio come era stato fatto in una edizione della fiera in qui i test venivano fatti partendo dalla fiera e tramite un percorso stabilito e sicuro, si andava sulle Torricelle sia in mountain che con le bici sa strada!!! Altrimenti non penso che l’anno prossimo ci sarà ancora tanta gente che arriverà a Verona x il Cosminobike!!!

    • giorgio ha detto:

      Bravisimo. Hai pienamente ragione. Mi dicono che i costi di esposizone sono esorbitanti, ma l’ Ente deve “incassare/faturare”. Solo se nessuno andrà alla prox. fiera, forse capiranno che necessita cambiare strategia di marketing.

  2. Severino ha detto:

    leggendo il consuntivo della Fiera e abbinandoci altre realtà e situazioni di difficoltà nei vari settori produttivi mi torna alla mente una vecchia barzelletta che mi pare inquadri almeno uno dei problemi:
    “un tale si sveglia alla mattina e spegne la sveglia TEDESCA, poi si lava usando solo sapone FRANCESE, poi accende la televisione GIAPPONESE, si veste usando solo capi con tessuti INGLESI, esce di casa e sale su un’auto SVEDESE.
    Incontra un amico che gli chiede dove stia andando così tutto “figo” e “marchiato”, il tale gli risponde che va a cercare LAVORO ma già sapendo che in ITALIA è molto difficile trovarlo.”
    ciao.

  3. Fabio ha detto:

    Premetto che non ho ancora capito i motivi dello spostamento, qualche anno fa, della fiera da Padova a Verona, ma penso che i motivi del declino vadano cercati anche in quella direzione: di anno in anno gli espositori sono stati sempre meno.
    Comprendo le difficoltà organizzative descritte nell’articolo, ma non condivido per niente le conclusioni: da visitatore – oltretutto poco interessato al comparto e-bike – non vedo nessun successo. Inoltre,, spillare 12 euro per un’esposizione di un padiglione e mezzo, venduta come il più grosso evento ciclistico grazie a un battage pubblicitario senza precedenti, mi è sembrato poco onesto.
    I grandi negozi sportivi offrono show room più forniti, e non richiedono 3 ore di viaggio.
    Mancava perfino la birreria all’ingresso!!!

  4. roberto ha detto:

    Mi ero preparato un bel portafoglio pieno pensando di trovare molte cose x cicloturismo da comperare son tornato a casa sempre con il mio bel portafoglio pieno senza spendere un euro io sono ancora di vecchio stampo mi piace vedere e toccare con mano i prodotti purtroppo mi dovrò adattare ad acquisti in rete, per il settore che mi riguarda devo dire che la fiera è sta una delusione.Ci sono stati diversi incontri e dibattiti molto interessanti ringrazzio soprattutto quelle persone che danno l’anima per il mondo delle due ruote, che dire, continuate così.

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