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Capo Nord in bici: “Viaggiare senza pensarci troppo”

Diari, News • di 27 Marzo 2019

Riceviamo dal nostro lettore Alberto e volentieri pubblichiamo.

SENZA PENSARCI TROPPO – “Se il tuo sogno è quello di andare a Capo Nord, non farti troppi problemi e non ti preoccupare di come organizzare il viaggio ma prendi la tua bici e parti, senza pensarci troppo” – Questo è stato forse l’ultimo dei consigli ricevuti , dopo un inverno trascorso a raccogliere quante più informazioni possibili in internet, cercando di contattare, attraverso i social, chi questo straordinario viaggio lo aveva già fatto prima di me ed è stato forse l’ultimo suggerimento di cui sono andato in cerca, in quanto racchiude in se tutta l’essenza di un esperienza , così poco razionale da poter prendere corpo solo se si raggiunge il giusto equilibrio tra razionalità e passione,quando cioè si diventa davvero liberi e tutto diventa così leggero e bello da non dover essere programmato. “senza pensarci troppo” significa solo una cosa : se hai sete di avventura agisci d’istinto, sii incosciente, osa, lasciati catturare da ciò che provi e segui “il richiamo della foresta”senza farti troppi problemi. Per questo il mio racconto non può essere di certo considerato come una relazione tecnica , poiché nulla o quasi è stato pianificato mentre quasi tutto, con un po’ di spregiudicatezza e qualche sfumatura di coraggio, è stato improvvisato ed ideato giorno per giorno, così come avevo scelto di fare, confidando sulla fortuna, tanta, che sicuramente non è mancata. Cosi sono partito all’alba di domenica 17 Giugno 2018, dopo una notte quasi insonne, con una bicicletta ed un bagaglio che i viaggiatori esperti di cicloturismo non avrebbero mai consigliato a nessuno, senza per altro un’ adeguata preparazione fisica, senza sapere se le mie gambe e le mie articolazioni avessero retto fino alla fine, con una idea fin troppo vaga di quali strade avrei percorso e in quanto tempo ci sarei eventualmente riuscito, non sapendo se avrei potuto pedalare per più di un mese di seguito senza mai fermarmi o se ci fosse stato bisogno di un recupero di qualche giorno. Solo una cosa c’era da fare : provare …“senza pensarci troppo”

LA BICI IL BAGAGLIO LE STRADE. Come già detto questo viaggio è nato all’insegna dell’improvvisazione venendo meno alle più elementari regole di pianificazione e senza tener conto dei requisiti tecnici relativi all’equipaggiamento e al mezzo di trasporto che avrebbero suggerito il buon senso e gli esperti in materia. Prima di tutto la bici, una Quota in fibra di carbonio dal peso complessivo di 7 chili, leggerissima che sicuramente non si troverà mai nell’elenco delle bici da cicloturismo le quali, rispetto ad una bici da corsa, prediligono soprattutto il confort . Poi il bagaglio, per il quale di solito si impiegano i più disparati modelli, comunque dedicati allo scopo ma che invece nel mio caso era ridotto ad uno zaino, da 40litri circa, dentro il quale ho messo due ricambi estivi due di mezza stagione ed uno invernale per un totale di circa 15 kg . Gli unici altri accessori erano una borsa da manubrio , una da telaio e naturalmente un porta pacchi che nel mio caso era posteriore del tipo a sbalzo. Per quanto riguarda la bici, pur non avendo il confort di una cicloturismo appositamente studiata per chi pedala per circa dieci ore al giorno, non mi ha mai dato problemi , quali mal di schiena o altri dolori legati all’assetto o alla sella ma indubbiamente sarebbe stato migliore puntare su una bici da cicloturismo o una mtb o forse ancora meglio su una gravel visto che , inaspettatamente, ho dovuto fare i conti con dei fondi stradali non molto ortodossi che mi hanno costretto a scendere dalla sella e farmela a piedi per chilometri e chilometri , sia nella ex Germania dell’est che nel nord della Svezia. Con il bagaglio invece ho avuto problemi di bilanciamento in quanto lo zaino non rimaneva perfettamente al centro di un portapacchi troppo stretto e tendeva a scivolare da un lato , quindi ,decisamente migliori le borse laterali piuttosto che assicurare lo zaino al portabagagli mediante cinture intrecciate come la tela dell’uomo ragno . Chi pratica cicloturismo in Italia su lunghi percorsi che attraversano la penisola, sa benissimo che le piste ciclabili sono per lo più isole a se stanti, quasi sempre cioè scollegate fra di loro, mancando una vera e propria rete nazionale. Le nostre strade inoltre , sono disseminate di fiori e di altarini a ricordo di incidenti che, ovviamente, non hanno coinvolto solo ciclisti, ma che sono comunque un monito costante sulla loro pericolosità. Per gli spostamenti mi sono affidato a Google-map che si è rivelato uno strumento utilissimo ma non sempre del tutto affidabile in quanto, a volte, propone delle strade che sarebbe meglio evitare per ovvie ragioni di sicurezza. Spesso , quindi, mi sono ritrovato a dover cercare da solo un percorso alternativo per bypassare gallerie , tratti di strada troppo transitati o non asfaltati o semplicemente per spostarmi lungo strade più panoramiche, cosa che in termini di percorrenza si è tradotta con un surplus medio di 10 chilometri al giorno che, a fine viaggio, sono diventati circa 300 oltre il necessario . Le prime piste ciclabili extraurbane le ho iniziate a trovare poco prima di Padova , poi da Bassano del Grappa fino al Mar Baltico è praticamente un’unica ciclovia. Le più belle in assoluto tra quelle che ho percorso negli oltre 4000 km di strada , sono sicuramente quelle del nostro Trentino alto Adige dove si incontrano continuamente squadre di operai che ,al passaggio dei ciclisti, interrompono il loro lavoro di manutenzione fatto con una cura che può sembrare eccessiva ma che, in realtà, palesa come la rete di ciclabili, qui sia percepita non solo come un bene per tutta la comunità ma evidentemente come un’ importantissima risorsa economica. Oltre confine le ciclovie sono per lo più ben curate ma non sempre asfaltate soprattutto nella ex Germania dell’est dove spesso si è costretti a percorrere chilometri di antico selciato, levigato dai secoli, a cui si alternano strade di cemento,anche esse lunghissime, lungo le quali si susseguono dei fastidiosi rompi tratta, a pochi metri l’uno dall’altro, per tutta la lunghezza del percorso. Sicuramente è vero che in Germania c’è una rete di piste ciclabili,che si è sviluppata moltissimo negli ultimi decenni, ma c’è da dire tuttavia che in questa vi sono comunque integrate anche tantissime strade bianche di campagna preesistenti e che vengono censite come ciclovie. Questo ci dovrebbe far riflettere poiché anche in Italia abbiamo una rete, distribuita su tutto il territorio nazionale, di strade bianche , spesso demaniali , che attraverso una minuziosa mappatura, potrebbero essere censite come ciclabili mentre si aspetta che se ne realizzino di nuove , prospettiva questa , che sembra ancora essere piuttosto lontana, specie in alcune aree della penisola. In ogni caso, da noi, sarà pure difficile fare cicloturismo ma quando finalmente saremo riusciti a trasformare l’Italia in un paese ciclabile, potremo offrire una risorsa che gli altri non hanno di sicuro, ovvero quel patrimonio inestimabile di fontanelle di acqua potabile che solo da noi si trova. Forse non ce ne rendiamo conto perché qui le troviamo un po’ ovunque ma non è affatto scontato trovare acqua fresca e gratuita lungo le strade europee, le ultime fontanelle le ho incontrate in Germania ma solo all’interno dei parchi pubblici mentre sono inesistenti negli altri paesi del Nord Europa dove la borraccia la potevo riempire solo in albergo prima della partenza oppure comprando bottiglie al Bar o al supermercato. Ah!… a proposito! Occhio all’etichetta perché , come nei paesi anglosassoni l’acqua se non è liscia è supergasata , una vera e propria bomba, e ne esistono di diversi tipi che all’apparenza sembrano normali ma in realtà sono al sapore di fragola o altri frutti dolcissimi che sembra ci abbiano lavato una gomma da masticare. Per quanto riguarda la Svezia,oltre alla sviluppatissima rete di ciclabili di cui sono dotate le principali città, anche qui , si possono trovare ciclovie extraurbane ma anche qui, come in Germania, possono essere sterrate, anzi anche le altre strade principali possono esserlo, forse per via del fatto che il gelo, dei mesi invernali, rovina l’asfalto rendendo particolarmente onerosa la manutenzione stradale. Fino Harmanger la situazione è stata abbastanza sostenibile mentre è peggiorata decisamente in prossimità di Harnosand . Da qui infatti oltre alla E4 è possibile percorrere una strada parallela che, se si escludono i tratti in prossimità dei centri abitati, non solo non è asfaltata ma è anche molto transita, oltre che dalle auto, anche dai mezzi pesanti come camion e autobus i quali, al loro passaggio, sollevano una tale quantità di polvere da rendere il percorso decisamente disagiato. Dalla statale parallela alla A4, comunque si diramano altre strade secondarie che si addentrano nella taiga attraverso un’infinità di laghi sulla cui superficie si riflette il paesaggio pressoché incontaminato del grande Nord, una ricompensa di gran pregio per l’eventuale surplus di kilometri che tali deviazioni richiedono.

Il fondo stradale , sebbene polveroso per la mancanza di asfalto, è comunque di pietrisco raffinato, senza buche e ben curato tanto che per lunghi tratti può essere percorso tranquillamente anche con i tubolari da strada senza particolari problemi. Per gli ultimi 200 chilometri ho comunque scelto il treno con il quale ho raggiunto il confine con la Finlandia. Per l’acquisto del biglietto e la scelta dell’operatore ferroviario mi sono affidato alle ricerche in internet e all’aiuto della receptionist dell’albergo. Chi volesse viaggiare in treno con la bici tenga conto che, oltre alle ferrovie dello stato ci sono molti operatori privati che non sempre però la prendono a bordo , mentre alcuni la accettano solo se pieghevole, inoltre i treni possono portare ritardo e generalmente , se si ha una coincidenza , questa non aspetta il treno in arrivo. Io ho scelto di viaggiare in un treno della compagnia Norrbotten, veloce, confortevole e pulito che su una tratta di circa 200 chilometri ha accumulato un ritardo inferiore a 10 minuti . In alternativa ci si può comunque spostare usando una servizio di autolinee extraurbane molto efficiente e senza problemi per il trasposto di bici e bagagli ingombranti al seguito. Anche dopo il confine con la Finlandia le strade secondarie spesso sono sterrate, ma le principali arterie della Lapponia, non sono delle vere e proprie autostrade a 4 corsie ma modeste vie di comunicazione provviste comunque di una carreggiata larghissima che si estende ben oltre le due corsie di transito veicolare e che possono quindi essere percorse tranquillamente in bici , senza pericolo se non quello di incontrare di tanto in tanto delle renne che, a volte, non ne vogliono sapere di spostarsi per lasciarti passare

ALTIMETRIA. Forse perché ero ancora all’inizio, ma per me il passaggio più impegnativo è stato quello attraverso gli Appennini che ho superato passando per i 522 m.s.l.m di Gubbio fino ad un’ altezza massima di 727 metri sulla statale della Contessa. Aggirate le gallerie utilizzando stradine di campagna, è iniziata la discesa fino a quota 104 e poi ancora salite verso Urbino e Repubblica di san Marino fino a scendere verso il mare di Rimini da dove finalmente è iniziata una due giorni di pianura fino a Bassano del Grappa. Da qui è iniziata la risalita della Val Brenta e della Val Sugana fino ad una quota massima di circa 500 metri per scendere poi verso i vigneti che sovrastano Trento, dopodiché ancora pianura fino a Bolzano. le Alpi, superate passando per il Brennero a 1372 metri, sono state più facili di quanto mi aspettassi, forse per via del fatto che lo spettacolo dei paesaggi mi ha catturato fino a farmi dimenticare la fatica e lo stesso è stato per i monti del Tirolo, 1200 metri il passaggio più alto. Poi di nuovo in pianura attraverso tutta la Germania , se si escludono le modeste alture della Turingia dove sono salito fino a quota 600 metri, la Svezia, escluso qualche piccolo rilievo nella parte meridionale del paese, e la Finlandia fino ad Inari da cui , lasciata la E75, ho voltato a sinistra imboccando la “kantatie” 92 affrontando una serie di saliscendi fino al confine con la Norvegia. Da qui, infine, oltre la valle del Karasjohka, di nuovo un modesto dislivello da superare prima di scendere verso Lakselv sul Mare di Barents. Una volta raggiunta la costa settentrionale della Scandinavia si prosegue su una litoranea lungo la quale si incontra una prima galleria di circa una paio di chilometri alla quale non ci sono alternative e che fa da preludio al Nordkapptunnelen , galleria sicuramente più impegnativa che passando sotto il mar glaciale artico da l’accesso alla sponda meridionale dell’isola di Mageroya, da cui sono infine risalito oltre quota 300 per poi scendere nuovamente verso il mare fino ad arrivare finalmente a Capo Nord.

Con i suoi quasi 7 chilometri di lunghezza, quella del tunnel è stata una delle prove più impegnative che ho dovuto superare e che comunque è arrivata quasi alla fine dell’impresa, quando cioè, l’adrenalina che avevo accumulato durante gli ultimi giorni di viaggio mi è tornata veramente utile per non farmi prendere completamente dallo sconforto . Preso da un senso di inquietudine mi sono fermato all’imbocco del tunnel respirando a pieni polmoni l’ultima razione di aria fresca prima di scendere ad oltre 200 metri sotto il livello del mare e mentre ero assorto nei miei pensieri cercando di farmi coraggio è arrivato , come un angelo , un ciclista belga che preoccupato più di me cercava chi lo rassicurasse. Fingendo di essere tranquillo ho spronato il mio provvidenziale quanto inaspettato compagno di viaggio e , insieme, ci siamo avventurati dentro il tunnel lungo una strada che scende fino al punto più profondo con una pendenza del 9% camminando a piedi al di la del guardrail. Molti dei ciclisti che lo hanno attraversato sono saliti in bici pedalando sulla carreggiata, io personalmente sconsiglierei di fare una cosa del genere a meno che non ci si muova in gruppo con segnalazioni luminose ben visibili, poiché la strada è a due corsie ma abbastanza larghe perché le vetture vi corrano piuttosto velocemente ed è anche scarsamente illuminata. Bisogna dire, comunque , che da quelle parti c’è un grande rispetto per i ciclisti e le auto ti sorpassano solo se ci sono le condizioni di sicurezza per farlo, altrimenti si mettono in coda, dietro di te, senza per questo iniziare a strombazzare come si usa fare dopo la vittoria della nazionale ai mondiali di calcio. Dolo circa 40 minuti si sono spente le due luci ricaricabili che portavo con me e sono rimasto con i soli led del casco che avevo in testa – ho indossato anche le strisce ad alta visibilità che mi avevano dato a bordo del traghetto con cui sono arrivato a Malmo- mentre quelle del mio compagno di avventura sono durate fin quasi ai tre quarti del tunnel. La traversata è durata circa un’ora e mezza e abbiamo camminato senza quasi scambiarci una parola , cosa del resto, praticamente impossibile a meno che non si voglia urlare per superare il frastuono assordante dei veicoli , in particolare delle moto, e soprattutto dei ventilatori dell’impianto di aspirazione. Finalmente dopo una traversata al gelo si è ricominciato a sentire il tepore della superficie che annunciava l’imminente uscita dal tunnel e la fine della prova, quando erano ormai le prime ore del pomeriggio e la meta sembrava essere già a portata di mano. Una volta fuori ci siamo di nuovo messi a nostro agio in un abbigliamento decisamente più leggero ed adeguato alle alte temperature di un’estate anomala che ha messo a dura prova tutto il nord Europa e, rimontati in bici, ci siamo diretti verso la costa settentrionale dell’isola distante non più di trenta chilometri , gli ultimi prima del traguardo che stavo finalmente per raggiungere dopo 31 giorni di viaggio. Entusiasmo alle stelle , adrenalina al posto del sangue, già mi vedevo ai piedi del planisfero mentre alzavo la mia bici come fosse un trofeo e pregustavo la coppa di spumante che mi sarei offerto come premio per la riuscita di un impresa sognata e promessa a me stesso circa un anno prima, quando inaspettata è arrivata una sorpresa che mi ha fatto scendere dal podio immaginario su cui ero salito. Dopo aver salutato il mio amico belga, che con mia sorpresa aveva deciso di fermarsi presso una baia per montare lì la sua tenda , rimandando così all’indomani la conquista del traguardo, ho continuato per la mia strada fin che una visione inaspettata mi ha fatto fermare il cuore. Un altro maledetto tunnel mi aspettava minaccioso come fosse la bocca spalancata di un tirannosauro di Jurassic Park e più mi avvicinavo più distinguevo i numeri impressi sul segnale di ingresso, il numero 5 che seguito da altre tre cifre significava solo una cosa : un’altra traversata di quasi sei chilometri nelle viscere gelate del grande Nord. Preso dallo sconforto, ho iniziato a controllare su google map se oltre l’uscita ci fossero altri tunnel da superare e verificato che quello doveva essere davvero l’ultimo mi sono fatto coraggio, così, rimessi gli abiti pesanti , sono partito di nuovo a piedi. Il secondo tunnel , che poi si è rivelato leggermente meno sinistro del precedente, dovrebbe essere di costruzione piuttosto recente tanto da indurmi a pensare che magari ci potrebbe essere stata ancora la vecchia strada da utilizzare come bypass, ma chieste informazioni a dei pescatori che stavano nelle vicinanze , questi non mi hanno saputo dare una risposta, sostenendo che non erano del posto,quindi, senza dilungarmi nelle indagini sono partito senza ulteriori verifiche. Di nuovo fuori, quando erano ormai quasi le 5 del pomeriggio, orario accettabile, soprattutto se si tiene conto del fatto che a Luglio a quelle latitudini non fa mai notte, ho fatto una sosta prima di rimettermi in sella e , controllando l’ubicazione dell’albergo dove mi sarei dovuto fermare mi sono accorto che non si trovava esattamente a Capo Nord ma ad Honningsvag, un piccolo villaggio di pescatori nel sud dell’isola, un particolare che mi era sfuggito quando la sera prima avevo effettuato la prenotazione. Sembrava quasi che dopo un viaggio durante il quale era andato tutto liscio, gli imprevisti si stessero concentrando tutti nell’ultimo giorno. Per un attimo ho pensato di disdire la prenotazione e di prendere un albergo più vicino alla meta ma vista la mancanza di disponibilità , a meno che non avessi accettato una camera per 218 euro, ho pensato di fermarmi ad Honnonsvag e rimandare tutto al mattino seguente.La decisione di rimandare l’arrivo a Capo Nord si è rivelata, all’indomani, molto saggia. Quello che mi separava da Capo Nord, infatti, non era solo una spazio di circa 30 chilometri ma anche un discreto dislivello – sempre meglio di un altro tunnel, ci mancherebbe – ma l’ultimo tratto di strada si è svelato piuttosto impegnativo poiché si passa dal livello del mare fino ad oltre 300 metri di altezza superando molti sali scendi, attraversando comunque un paesaggio bellissimo dagli orizzonti immensi che trasmettono sensazioni di libertà assoluta.

ITINERARIO, LOCATIONS ED ALTRO.- Durante l’inverno precedente la partenza, avevo iniziato a pensare ad una bozza di itinerario da seguire e secondo google il più breve, era quello che, superata la Germania, si snoda attraverso la Svezia e poi parallelamente al confine con la Finlandia risale la Lapponia fino alla Norvegia . Un percorso di circa 4350 chilometri partendo dal Centro Remiero di Piediluco in provincia di Terni , per il quale avevo stimato un tempo di percorrenza di oltre 40 giorni. Data la scarsa disponibilità di ferie non potevo che scegliere questa soluzione, altrimenti in alternativa ci sarebbe stata la possibilità di risalire la Scandinavia percorrendo la frastagliata costa norvegese. Il percorso sarebbe stato probabilmente più ricco di saliscendi e quindi più impegnativo, senza considerare il fatto che le insistenti piogge della stagione estiva e le basse temperature avrebbero rallentato la mia marcia. Di contro le difficoltà, sarebbero sicuramente state ricompensate dalla bellezza di un paesaggio unico al mondo con le spettacolari prospettive che si aprono dall’alto dei fiordi … sarà per un’altra volta! Altra opzione, sarebbe stata quella di attraversare la Polonia e raggiungere le repubbliche baltiche per poi imbarcarsi a Tallinn fino ad Helsinki oppure passare per San Pietroburgo e da qui fino al confine finlandese. Passare per la Svezia, invece, significa incontrare un clima che, nel periodo estivo è decisamente più secco e caldo rispetto alla Norvegia, con temperature che nel mese di Luglio possono tranquillamente superare i 30 gradi ma che , anche qui , viste le latitudini, può drasticamente cambiare da un giorno all’altro .Naturalmente, prima di arrivare in Scandinavia, ho dovuto superare diversi passaggi, attraverso l’ITALIA innanzi tutto, dove ho superato gli Appennini e raggiunto l’Adriatico ho risalito la costa fino alle valli di Comacchio e poi verso l’entroterra fino ad Adria, per raggiungere la quale ci sono un infinità di strade secondarie da utilizzare in alternativa alla Romea e poi ancora pianura fino a Bassano del Grappa da cui , attraverso la vecchia strada parallela alla SS47, ho iniziato a risalire la Val Brenta fino a Valstagna per la quarta e rigenerante tappa del mio tour. Continuando lungo la vecchia strada sopra il fiume, ho raggiunto i boschi prosperosi della Valsugana in mezzo ad una natura incontaminata ricca di corsi d’acqua , di laghetti , di prati e di storia, fino ad affacciarmi sui i vigneti che sovrastano Trento da cui , sceso di nuovo a fondovalle e ho imboccato la ciclabile fino a Raggiungere Bolzano nel caldo afoso di giovedì pomeriggio. Venerdì sono partito al mattino risalendo la valle dell’Isarco che con il fragore delle sue rapide e delle sue cascate mi ha tenuto compagnia per tutto un percorso che si snoda tra centrali idroelettriche ponti di legno e antichi castelli posti a guardia , dall’alto, di tutta la vallata sottostante. Superata Bressanone , dopo la pausa pranzo ho continuato a salire fino a Vipiteno e da qui fino a Colle Isarco per l’ultimo pernottamento in Italia. Il sabato successivo, salire verso il passo del Brennero, è proprio il caso di dire che è stata una passeggiata, lungo la statale 12 che affianca l’autostrada passando attraverso i luoghi della grande guerra, fino al confine con l’AUSTRIA, superato il quale ho iniziato la discesa fino ad Innsbruck lungo la 182 alternando boccate di fresca aria delle Alpi, a tirate di scarichi delle auto incolonnate ai numerosi semafori da cantiere disseminati lungo un tratto di circa circa 30 km. La risalita in direzione del Tirolo verso il confine tedesco è quasi immediata ,tanto è stretta la valle dell’Inn, neanche il tempo di rigenerarsi dopo il passaggio delle Alpi che subito ricomincia l’arrampicata e , ameno che non mi siano sfuggite, non ho trovato ciclabili alternative alla strada 177 che dopo il confine con la GERMANIA diventa E533. In serata sono arrivato, attraverso le ciclabili piene di escursionisti del fine settimana, a Garmisch-Partenkirchen le due città in una che insieme formano un’importante stazione sciistica della Baviera, da cui è possibile raggiungere, con gli impianti di risalita, lo Zugspitze, la più alta montagna della Germania. All’indomani è iniziata la traversata della Baviera lungo il percorso che si snoda attraverso Augusta, Norimberga ed altre impronunciabili località, fino a raggiungere il mar Baltico passando per le foreste della Turingia e il vento della Sassonia.Dopo l’ultimo pernottamento in Baviera ho dovuto ripensare il sistema di prenotazioni che fin lì avevo adottato ( fermavo le camere dei vari alberghi o B&B solo poche ore prima dell’arrivo), poiché ho rischiato seriamente di trascorrere una notte all’aperto in una località , per altro piuttosto sperduta a ridosso della vecchia cortina di ferro. Lungo la strada infatti si trovano molte Gasthof dove si potrebbe dormire non fosse per il fatto che sono inspiegabilmente chiuse. Solo in alcuni casi si può trovare sulla porta un recapito telefonico da chiamare per avere una stanza ma, per il resto, sembrano tutti edifici fantasma, come lo sono del resto molti centri abitati – abitati si fa per dire – che in certe fasce orarie offrono un atmosfera a dir poco spettrale. Passando attraverso quelle strade deserte, ho avuto la sensazione di essere spiato da dietro i vetri delle finestre delle abitazioni, il che è del tutto contrastante con l’ospitalità e la cortesia che invece è tipica di questi luoghi. Proprio la titolare di una di queste locande immaginarie, mi ha infatti aiutato,dopo un giro di telefonate, a trovare una sistemazione per la notte, presso un affittacamere dove, pur avendo saltato la cena , ho potuto perlomeno fare una doccia e trascorrere la notte sotto un tetto. Generalmente i tedeschi sono molto ospitali e , soprattutto nella ex Germania dell’est anche molto cordiali rispetto ai più formali bavaresi e li ho trovati anche piuttosto curiosi tanto da lasciarsi andare a delle vere e proprie interviste che mi facevano per sapere precisamente da quale parte dell’Italia venivo, quanti chilometri avevo già percorso , in quanto tempo , dove ero diretto e perche non portavo con me tenda e sacco a pelo e così via fino ad augurarmi, sempre sorridenti una buona continuazione del viaggio. Per altro ogni volta che , in prossimità di un incrocio mi fermavo a controllare la mappa di googl gli automobilisti mi affiancavano e dopo aver tirato giù il finestrino, mi chiedevano se avevo bisogno d’aiuto. I primi tedeschi li ho conosciuti appena dopo il confine ed erano una coppia di ciclisti con i quali, durante una sosta, ci siamo fatti una birra offerta da loro e poi ho continuato a ricevere testimonianza di ospitalità in tutta la Germania come quella di un anziano signore a cui, chiesto se mi facesse riempire la borraccia dal tubo con il quale stava innaffiando il suo giardino, mi ha regalato una bottiglia di acqua minerale o dell’ambulante che, a Travemunde, prima dell’imbarco per la Scandinavia, mi ha regalato uno spremi agrumi, dopo aver improvvisato uno show sul marciapiede affollato di turisti.


TRAVEMUNDE

Qui , sul mar Baltico, ho trascorso il primo giorno di riposo assoluto da quando ero partito, rigenerandomi nel bellissimo resort balneare sulla foce del fiume Trave che, dividendo in due la città priva di ponti, ho attraversato con un battello per raggiungere la sponda dove si trovano gli alberghi ed i tanti locali di questa vivace località. A Travemunde c’è inoltre, una bella spiaggia estesa e ben curata dove al posto dei nostri ombrelloni i tedeschi hanno allineato delle caratteristiche poltroncine con parasole. Domenica sera sono salito a bordo di un traghetto della Direct Ferries Limit , costo del biglietto 150 euro, e ho lasciato la Germania alla volta di Malmo. In SVEZIA si cambia la divisa e si passa alla corona, anzi alle corone, ce ne vogliono 10 per fare un euro, il che all’inizio fa sembrare i prezzi sbalorditivamente più alti di quelli che sono ma poi ci si abitua. Da Malmo sono risalito verso la capitale attraverso le contee della Scania, di Kronoberg, di Jonkoping e Ostergotlands , quest’ultime due bagnate dalle coste orientali del lago Vättern , il secondo della Svezia e grande quasi 4 volte il lago di Garda. Ho attraversato ancora, la contea di Soderrmanland fino ad arrivare alla contea di Stoccolma giungendo nella capitale sabato 7 Luglio, dove sono concesso un giorno di riposo.

STOCCOLMA
Ho girato per la città mentre tutti gli svedesi stavano soffrendo davanti ai maxischermi dei bar per la partita dei quarti di finale contro l’Inghilterra, che li ha mandati fuori dai mondiali – non importa, gli svedesi hanno festeggiato lo stesso – e in breve tempo le strade della capitale sono tornate a riempirsi di gente e di traffico. Le regioni del sud della Svezia, sono caratterizzate da un paesaggio segnato da campi coltivati e lievi pendii che sono spesso ricoperti da latifoglie, soprattutto betulle e aceri ma anche frassini e faggi che qui si trovano a quote collinari. Più a nord inizia il regno della taiga , la sconfinata foresta boreale disseminata di laghetti e corsi d’acqua che scendono dalle Alpi scandinave verso il golfo di Botnia lungo le cui coste sono risalito fino al confine con la Finlandia.


Un ambiente naturale incontaminato, o quasi – qui l’industria del legname è molto florida e gli alberi vengono continuamente tagliati e reimpiantati – che si estende per centinaia di chilometri in tutte le direzioni con scorci molto suggestivi ma così piatto da diventare a tratti monotono, specie se si tiene conto del fatto che per attraversare la Svezia da sud a nord occorrono circa due settimane, un tempo molto lungo , durante il quale lo scenario è sempre lo stesso. Le condizioni meteo sono state molto buone durante tutto il viaggio e dopo la calura delle pianure tedesche e dell’entroterra svedese- soprattutto intorno alle 17 fa veramente caldo- ho iniziato a godermi un clima quasi settembrino una volta superata Stoccolma, ma solo per alcuni giorni, dopo di ché la temperatura è di nuovo iniziata a salire oltre i 30 gradi fino a raggiungere i 34 gradi della costa settentrionale della Scandinavia. Gli svedesi , come i tedeschi, sono cordiali e sorridenti ma a volte un po’ carenti nella fase di accoglienza. Forse per il fatto che ho scelto location piuttosto economiche , ma mi è capitato spesso di arrivare e non trovare nessuno ad aspettarmi e dover trascorrere così lunghe attese con il dubbio che forse avevo sbagliato qualcosa nella prenotazione, poi una volta arrivati i titolari dei vari alberghi o B&B che fossero, mi hanno sempre salutato come se fossi da sempre il loro miglior amico. Sulle strade svedesi, molte delle quali non sono asfaltate, le macchine spesso sfrecciano a velocità sostenuta e oltre a ricoprirti di polvere sono anch’esse, quasi sempre,ricoperte di uno strato di terra che rende le loro targhe praticamente illeggibili. Da qui, forse, deriva il fatto che gli svedesi oltre a disporre di un parco macchine piuttosto stagionato, sembra non abbiano particolare cura delle loro auto dietro le quali spesso agganciano dei carrelli sui cui trasportano di tutto oppure roulotte, ne ho viste tante, come si usava da noi negli anni ’70 con le quali si spostano da un lago all’altro per le loro vacanze. A proposito di macchine , chiunque sia stato Svezia , avrà notato che girano tantissime auto americane degli anni ’50, ’60, ’70, alcune delle quali rimesse a nuovo e ben curate che vengono usate solo in particolari circostanza, mentre altre sono invece, delle vere e proprie lamiere che vengono usate quotidianamente.

Per quanto riguarda le case, invece, sono più leggere e sobrie di quelle dei tedeschi e molte sono tenute con cura e dotate di uno spazio esterno ben accudito ma molto spesso si trovano delle situazioni di incuria parecchio simpatiche, dei veri e propri parchi rottami dove si possono trovare oltre a vecchie auto, che qui sembra non vengano mai rottamate, anche bidoni dell’olio vuoti, vasche da bagno, tank da 1000 litri , insomma un po’ come si vede dalle mie parti tanto che spesso mi sono sentito veramente a casa. Una volta entrato in FINLANDIA ho attraversato la Lapponia percorrendo la E8 dal confine fino alla E75, la strada europea che unisce il nord della Norvegia con l’isola di Creta, attraverso cui ho raggiunto Rovaniemi , la città di Santa Claus sul circolo polare artico (66° 32’ 35”).


CIRCOLO POLARE ARTICO
Qui il paesaggio è più selvaggio e continuano ad estendersi ancora pianure sconfinate ricoperte dalla foresta boreale con specchi d’acqua ovunque e non solo laghi o fiumi, ma anche acquitrini formati dal permafrost che nei mesi estivi si scongela creando un habitat infestato dalle zanzare – tante e voracissime – che soprattutto dopo i temporali, diventano un serio problema per chiunque sia sprovvisto di repellente. Oltre alle zanzare ci sono una sorta di mosche pressoché insaziabili che tuttavia si tengono lontane fin tanto che si pedala ma ti assalgono come vampiri assetati di sangue non appena ti fermi. Mai fermarsi per rispondere al telefono, in Lapponia si deve pedalare, le soste conviene farle piuttosto presso le aree attrezzate dove gli insetti delle paludi sono meno insistenti. In Finlandia si torna all’euro ma si cambia orario, un ora in più rispetto a noi, anche qui i cittadini sono cordiali ed abbondano le XL, ma più sono extra calibrati e più sono simpatici ed ospitali, mentre per quanto riguarda i prezzi sono più o meno ai livelli della Svezia, cioè un pochino più alti che da noi. Qui , si può mangiare la carne di renna che non è buona a parte il fatto che , essendo affumicata, non si distingue bene il sapore oltre ad altri impronunciabili piatti tipici che sono niente male e ancora yogurt, burro e tanti frutti di bosco. In Lapponia, presso Inari, ho potuto contemplare il primo “sole di mezzanotte” che abbia mai visto in vita mia, uno spettacolo straordinario da osservare possibilmente in silenzio perdendosi nei pensieri senza limiti – io ho fatto così.

SOLE DI MEZZA NOTTE
Pian piano la Taiga comincia a far posto al regno della Tundra e muschi e licheni prendono il posto degli alberi scoprendo gli orizzonti del grande Nord. Il passaggio attraverso la NORVEGIA è stato breve con solo due pernottamenti in hotel ed uno nella sala di attesa dell’aeroporto di Oslo, l’unica notte che non ho pagato per dormire. In Norvegia si torna alla Corona, una me la sono anche bevuta a Lakselv prima di andare a letto, e per quanto riguarda i prezzi posso solo dire di aver speso 150 euro per due pernottamenti e circa 90 per i pasti di due giorni , tenendo conto che , ormai a fine viaggio, non badando più a spese mi sono voluto trattare bene. Sono arrivato a Capo Nord alle 8,30 del mattino di giovedì 19 Luglio, incontrando lungo la strada numerosi pullman di turisti che tornavano indietro, dopo essersi goduti il sole di mezzanotte e, superato il casello in ingresso , gratis per i ciclisti, mi sono recato verso il terrazzo del planisfero. Preso dall’emozione, sono passato con la bici all’interno del bar senza accorgermi che c’era un passaggio laterale all’esterno dell’edificio e raggiunto il mappamondo, dopo la foto di rito mi sono lasciato andare al rilassamento più assoluto gustandomi una sensazione di vittoria di quelle che si assaporano nei passaggi più importanti della vita.

Ho trascorso cosi , il resto della mattinata a fare foto ai nuovi arrivati imparando a mie spese che quando si sale in piedi sopra la panchina antistante il mappamondo, come fan tutti, per inquadrare meglio il soggetto da fotografare, questa si capovolge , per la gioia dei turisti che assistono alla scena. Rientrato dentro il blockhaus, l’edificio che al mio arrivo avevo attraversato in bici, ho incontrato alcuni connazionali , un milanese, anche lui cicloturista e una coppia di simpatici camperisti della provincia di Modena con i quali ci siamo scambiati i racconti dei nostri viaggi. Il blockhaus è di fatto, un centro commerciale con bar, ristorante, cinema e gallerie con varie esposizioni da vedere, ma niente di così eccezionale, tutto a confermare che, come quasi sempre accade, anche in questo caso il viaggio è stato più bello della meta e, per quanto mi riguarda, indimenticabile. I prezzi sono piuttosto alti ma Il salasso più esuberante è stato comunque quello a cui mi sono dovuto sottoporre per il biglietto aereo, acquistato solo il giorno prima della mia ripartenza , ben 739 euro da Honninsvag a Roma con scali a Tromso e ad Oslo. Il volo è partito dal Piccolo aeroporto di Honningsvag che ho trovato aperto già nel pomeriggio , appena tornato da Capo Nord, ma praticamente deserto. Il fatto di essere stato per oltre un’ora l’unica persona all’interno dello scalo aveva sollevato in me più di un dubbio che cercavo di sciogliere attraverso un’affannosa ricerca in rete per cercare conferme sulla data del volo finché il rassicurante sorriso delle Hostess che scendevano dalla macchina appena parcheggiata per raggiungere il posto di lavoro, mi ha fatto passare tutte le ansie. Una volta stampato il biglietto , di cui avevo solo la prenotazione e fatto il check in, le gentili hostess mi hanno aiutato ad incartare la bici dopo aver sgonfiato le ruote. Per il personale dell’aeroporto è sufficiente incartare solo la parte della catena , io suggerirei di estendere l’imballaggio a tutta la bici – nel mio caso essendo rimasta scoperta tutta la parte anteriore , una volta recuperata la mia bici , ho trovato il nastro del manubrio strappato. Alle sette di sera l’aereo è decollato dalla pista ed è iniziato il viaggio di ritorno verso la città eterna – tempo di riflessioni mentre dall’alto davo un ultimo sguardo ai mari dell’Artico e alle Alpi della Scandinavia.

CONCLUSIONE , “senza pensarci troppo” ho affrontato questo viaggio in solitaria – ed è ciò che lo ha reso unico e memorabile – al limite della ragionevolezza – ma in molti possono capire – con un piccolo bagaglio, senza un piano ben definito, attraverso sei nazioni, dal cuore del Mediterraneo fino all’ ultimo mare del Nord, percorrendo qualche chilometro più del necessario, circa 4650 di cui 300 con il traghetto e 200 con il treno, impiegando 32 giorni compresi 2 di riposo assoluto, spendendo all’incirca 3.315 euro di cui 1691 per dormire 735 per mangiare , 739 per l’aereo e 150 per il traghetto e per quanto mi riguarda spesi davvero bene.






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