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La Transardinia in MTB

Italia, Itinerari, News, Sardegna • di

L’acqua e la pietra. S’abba e sa Pedra, come dicono i sardi, come la spiaggia di Golfo Aranci.

La Sardegna è una terra variegata, ricca di contrasti stridenti e di morbide sfumature.

La Transardinia è una traccia che la taglia da nord a sud, da Olbia a Cagliari. 480 km e più di 12.000 metri di dsl+ per le nostre gambe e per i nostri polmoni. Partendo dal mare e tornando al mare. Attraverso le montagne, aspre e selvagge. Patendo il caldo e il freddo. Esasperando i corpi e nutrendo gli occhi e l’anima.

Quasi sempre lontani dal traffico, quasi sempre soli, il nostro viaggio si è svolto prevalentemente lungo strade sterrate o strade asfaltate secondarie con ampie parentesi in sentieri tecnici e impegnativi.

Sudati e assetati sotto un sole impietoso; cianotici e tremanti, bagnati da pioggia gelida, accarezzati dalla neve e schiaffeggiati dal vento, abbiamo pedalato incorniciati da boschi fitti e verdi, su rocce appuntite e taglienti e su spiagge incantevoli. Abbiamo dormito in città vivaci o in paesi che parevano abbandonati.

Le nostre strade, mia e di Omar, si incontrano a Monza il primo maggio.

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È la Festa dei Lavoratori. Dopo la bici spiegata e studiata, dopo i ciclisti visitati e messi in sella, ora tocca a noi pedalare. Abbiamo immaginato questo viaggio un anno fa, quando, sull’aereo, tonavamo a casa dal nostro Cammino Portoghese.

Il meccanismo è oliato. L’anno scorso era la nostra prima esperienza insieme, quest’anno ci intendiamo con uno sguardo. Uno smonta e l’altro imballa e, in poco tempo, le bici sono nei cartoni.

Imbarchiamo a Milano Malpensa e arriviamo a Cagliari che è già buio. Rimontiamo le bici, fissiamo le borse, accendiamo le luci e pedaliamo verso il B&B. Ci abbandoniamo a un sonno carico di aspettative, domande e dubbi: il tracciato è molto meno definito rispetto a quello del Santiago Portoghese, ci sono molte più incognite, molte meno possibilità di fare rifornimento d’acqua e molta più stanchezza rispetto all’anno scorso.

Tappa 1

Giovedì 2 maggio. Olbia – Buddusò. Km 65.7. Dsl+ 1642m.

LA MTB E LA SEMIFAT
A causa di un problema tecnico sulla mia bici, abbiamo bisogno di un pezzo di ricambio e ci troviamo costretti a rivolgerci ad un meccanico di Olbia che si dimostra preparato e disponibile ma paghiamo l’intoppo in termini di tempo. Riusciamo a partire solo verso le 10.00 del mattino col meccanico che ci lancia un monito: i prossimi giorni ci sarà vento.

Le nostre ruote cominciano a rotolare che il sole è già alto e ci dimostra subito e senza mezzi termini che il carico d’acqua non sarà un peso inutile.

Le nostre cavalcature sono due bici assai diverse ma entrambe molto particolari.

Omar, come l’anno scorso, conduce una splendida mtb front artigianale, realizzata, in acciaio, su misura, da Dario Colombo. Io abbandono la Salsa Marrakesh che mi ha portato a Santiago l’anno scorso e mi adagio su un mezzo bizzarro: una titanica Surly Krampus in acciaio, rigida, con delle enormi ruote 29 plus.

Entrambi carichiamo i bagagli in bikepaking: Omar è minimalista, io, come al solito, penso al peggio e mi carico con un mulo. Omar è un atleta leggero, io no. Omar monta degli pneumatici “normali”, i miei hanno sezione da tre pollici. Omar non ha ancora 34 anni, io ne ho già compiuti 45. Dopo pochi metri su asfalto, realizzo che, per assottigliare le differenze, devo portarlo, a tutti i costi, al più presto, su sterrato. Diversamente mi toccherebbe arrancare per tutto il viaggio.

In poche decine di minuti, l’urbe lascia spazio alle stradine di campagna a scarsissimo traffico. Quasi subito le nostre magliette sono madide di sudore.

Omar va via veloce. Io sono alle prese con un’impronta a terra da trattore e, quando lo raggiungo e mi metto a ruota, il mio compagno di viaggio si gira preoccupato perché, dal rumore che fanno le gomme sull’asfalto, teme che sia una macchina a tallonarlo.

Incontriamo un paio di grosse tartarughe che attraversano la strada e quindi, finalmente, mettiamo le ruote sulla terra polverosa.

Se il fondo non è compatto o se ci sono le pietre, la Krampus dice le sua e galleggia con disinvoltura. È il contrario dell’anno scorso: nel 2018 aspettavo l’asfalto per pareggiare i conti, quest’anno cerco lo sterrato tosto.

A differenza del Cammino, non ci sono indicazioni che segnalino la Transardinia. Abbiamo setacciato internet per mesi e abbiamo trovato diverse tracce; ne abbiamo caricate due differenti, Omar sul suo gps e io sul mio telefono. Per ogni evenienza, io mi sono dotato anche di svariate cartine cartacee con buona scala di riduzione; non mi fido a pieno dei mezzi elettronici e non vorrei trovarmi perso in mezzo alla Sardegna.

Quando il sentiero si ricongiunge sull’asfalto, Omar parte deciso in salita, seguendo la sua traccia; dopo qualche minuto, capisco che non coincide con la mia ma ci metto mezz’ora a raggiungerlo e, quindi, decidiamo di seguire la sua che però è su asfalto. In un paesino che sembra disabitato, in una salita che sembra non finire più, incontriamo un bizzarro personaggio con due kalashnikov disegnati sulla maglietta che incorniciano la scritta “Sardegna Libera”. Ci offre del vino e ci da delle indicazioni piuttosto confuse. Continua a darcele anche quando ripartiamo, urlandocele a squarciagola.

Dopo un po’ di chilometri, convinco Omar a tentare una variante su sterrato che dovrebbe portarci verso la mia traccia che pare essere più fuoristradistica. Ci troviamo su un sentiero ricco di insidie: sabbia, pietre, guadi, radici….quando finalmente riguadagniamo l’asfalto o, meglio, il cemento; la salita sembra la rampa di un garage e il caldo è impietoso. Dopo un pò di chilometri, ritroviamo la mia traccia e lo sterrato ma il sentiero si perde nel nulla dopo qualche decina di minuti e, a fatica, cerchiamo e troviamo delle “mulattiere” che paiono correre nelle direzione giusta. Così facendo, ci troviamo di fronte delle salite pazzesche con profondi solchi scavati dall’acqua, assolutamente non pedalabili, e guadi che ci costringono a bagnare le gambe fino al ginocchio. Portage e pediluvi. Dopo tante ore, siamo stanchi, sudati e sporchi; i crampi compaiono sui miei vasti mediali per la prima volta; alleggerisco la pedalata e bevo e riesco a tenere sotto controllo il problema. Finalmente arriviamo a Buddusò ma è TUTTO chiuso. Non c’è nulla, non c’è nessuno. A spanne mancano una quindicina di chilometri all’agriturismo e vorremmo un caffé, un gelato, del cioccolato, qualsiasi cosa. All’uscita del paese c’è un bar aperto. Alleluja. Con una tazza di caffè stracarica di zucchero, ritroviamo il sorriso e spuntiamo gli ultimi chilometri.

Arriviamo all’agriturismo: è una struttura che probabilmente ospita matrimoni e feste del genere ma oggi ci siano solo noi e i gestori, una coppia di una certa età.

Chiediamo due birre e ci rifilano due bottiglie da 66; sembra brutto rifiutare. Ci sistemiamo nel migliore dei modi, laviamo a mano le divise, ci sdraiamo un attimo ed è già ora di cena.

In una sala da ricevimento, ci viene assegnato il tavolo centrale e due stufette elettriche. L’ambiente è freddo e il sole preso e la stanchezza fanno il resto; sulla stufetta mi ci siederei. La signora ha male ai piedi, alle ginocchia, alle anche…; Omar mi presenta e tesse le mie lodi sicchè l’elenco si allunga e si completa di anamnesi prossima e remota, descrizione dettagliata delle terapie e abbondantissimi piatti: pasta fatta in casa, cinghiale cacciato del genero, funghi trovati dal marito… Il pasto è luculliano. Barcolliamo satolli fino alla stanca e ci addormentiamo di gusto.

Tappa 2

Venerdì 3 maggio. Buddusò – Nuoro. Km 69.1. Dsl+ 2022m.

IL FILO SPINATO
Ci svegliamo di buon ora. Colazione abbondante, bici cariche e partenza. Partiamo cauti su asfalto e, entrambi, valutiamo in silenzio quante tracce ha lasciato sul nostro fisico la prima tappa. Tutto sembra funzionare per il meglio. Raggiungiamo un paesello e troviamo un negozio dove la signora ci prepara 2 panini formidabili. Li cacciamo a forza negli zaini e ripartiamo col sorriso, andando a caccia dell’off-road.

Troviamo un bel sentiero e, seguendo la mia traccia ci troviamo a percorrere una discesa a tratti tecnica e molto lunga. È tutto bellissimo. Incrociamo delle greggi; i cani fanno il loro lavoro: si mettono tra noi e le pecore, le lasciano sfilare e noi passiamo tranquillamente. Di pastori, neanche l’ombra; tutto gestito magistralmente dai cani. Continua la nostra discesa che richiede anche un po’ di fuori sella. Chilometri di sassi e rampe, svariate centinaia di metri di dislivello perso e Omar esclama: fortuna che non abbiamo dovuto farcelo in salita ‘sto sentiero! Non finisce di dirlo che troviamo un bel filo spinato che ci sbarra la strada. Non c’è modo di passare. Dobbiamo tornare indietro. Vedo due stercorari che contemplano al loro montagna marrone e penso che siamo nelle loro stesse condizioni ma un po’ meno felici. La risalita, tutta a spinta, ci impegna per circa 1 ora e mezza. Riprendiamo la strada che è ancora bella lunga. L’arrivo a Nuoro è in salita. Tutti i cartelli stradali sono crivellati di colpi e ci sono pubblicità di armaioli ovunque. Il B&B ci sorprende per la cura dei dettagli e la simpatia dei gestori.

Chiudiamo la giornata con una mangiata imperiale e una colossale dormita.

Tappa 3

Nuoro – Orgosolo, Km 65.7. Dsl+ 2256m

AUTOLESIONISMO
La tappa di oggi dovrebbe essere corta ma troviamo il modo di porre rimedio. Lasciamo Nuoro e ci complichiamo subito la vita affrontando una bella salita ai colli che circondano la città per poi tentare un single track che un biker di zona non trova parole per descrivere se non definendoci pazzi. Noi andiamo per la nostra strada e ci becchiamo una discesa impossibile; ergo, lunghi tratti con bici a mano anche in discesa e qualche bel tratto tecnico in sella con panorami mozzafiato.

L’entusiasmo non ci abbandona e facciamo una lunga deviazione per andare a vedere gole e canyon che arricchiscono quelle aree. Il tempo comincia a gustarsi. L’arrivo a Orgosolo è preceduto da una lunga e impietosa salita. Arriviamo a destinazione con i k-way. Orgosolo ci accoglie con una temperatura frizzante e con splendidi murales che sembrano coprire ogni singolo spazio del paese.

La sera usciamo per cena e il meteo ci da un assaggio di quello che accadrà il giorno dopo. La temperatura è gelida. Mi metto addosso ogni pezzo che ho nelle borse e mi ringrazio da solo di essere stato così previdente.

Tappa 4

Orgosolo – Lanusei, Km 75. Dsl+ 2537m

LA NEVE
Omar esce dalla stanza e rientra con lo sguardo vitreo affermando che fa freddo. Gli chiedo in che senso. Mi risponde “mettiti tutto quello che hai”.

Fuori dal B&B ci accoglie una pioggia gelida e un vento che porta via. La partenza è in salita e dopo qualche centinaio di metri di dislivello positivo, la pioggia gira a neve. Fa un freddo pazzesco. Ho le mani congelate ma il peggio deve ancora arrivare. E arriva con la prima discesa quando, smettendo di pedalare per salire, la temperatura corporea cala. Ho il corpo scosso da tremori mentre cerco di rimanere concentrato. Violente sferzate di vento ci complicano la vita. Finita la discesa ci troviamo di fronte a bel dilemma. Prendere la strada ad alta percorrenza che corre dritta e carica di traffico verso sud o tenere le stradine secondarie che ci “regalerebbero” altri chilometri di tortura. Non c’è tempo per pensare perchè il freddo è insopportabile, allora ci buttiamo nelle stradine senza indugiare oltre. Cerchiamo disperatamente un bar, un paese, una chiesa, una grotta, qualsiasi cosa ci possa dare riparo ma non c’è nulla. Troviamo un pastore che ci indica un paese che io non trovo sul mio telefono ma comunque ci avventuriamo nella direzione indicataci anche perchè è l’unica che ci permette di non prendere il solito stradone che abbiamo già scelto di evitare. La strada comincia a salire e Omar parte e si allontana. Io tengo un ritmo più morbido e intanto cerca il paese nel gps: è completamente fuori rotta. Cerco di chiamare o raggiungere Omar ma non ci riesco; sta combattendo la sua battaglia contro la fatica, il gelo e il vento e non mi sente. Dopo parecchio tempo di inseguimento inutile, l’ho quasi raggiunto quando un un incrocio, vedo che sceglie la strada indicata da un cartello che va verso il paese indicatoci dal pastore. Mi urla la sua decisione in mezzo alla tormenta e parte in discesa senza aspettarmi. Do fondo alla mie energie e lo raggiungo dopo qualche lunghissimo e gelido minuto di discesa. Gli faccio presente che siamo completamente fuori rotta ma che, tornando all’incrocio, possiamo prendere la strada che sale che poi, più avanti, incrocia lo stradone trafficato che ora ci appare come un miraggio. Ricominciamo a salire. Non finisce mai e non possiamo fermarci perchè, sennò, congeliamo. Quando arriviamo a quello che, sulla cartina, è il punto di congiunzione con lo stradone, mi rendo conto che è una congiunzione virtuale. Noi siamo a 1250 metri slm e lo stradone circa 700 metri più in basso, dentro un tunnel. Siamo sopra la galleria. Troviamo un rudere abbandonato e entriamo alla ricerca di riparo: è pieno di sterco e animali morti ma preferiamo il tanfo al freddo e mangiamo lì dentro.

Spunta il sole e la discesa verso il fondo valle sarebbe da godere se non ci fosse il freddo a rovinare la festa. Al fondo valle ritroviamo lo stradone ma cerchiamo e troviamo strade sterrate che ci tengono lontani dalle auto. Arriviamo a Lanusei stremati ma non è ancora finita.

Il nostro ricovero per la notte richiede ulteriore salita e ulteriori chilometri. Oggi è stata davvero dura. Ricoveriamo le bici con noi in stanza, mangiamo come se fosse la nostra ultima cena e ci abbandoniamo a un sonno profondo.

Tappa 5

Lanusei – San Vito, Km 90. Dsl+ 1884m
IL SINGLE TRACK

La mattina ci accoglie con un bel sole ma la temperatura è ancora gelida. Studiamo una variante rispetto al tracciato e questa volta ci va di lusso. Un percorso fuoristradistico di prim’ordine per caratteristiche tecniche e paesaggi ci porta in giro per l’entroterra sardo per decine di chilometri.

Ci avviciniamo al mare e ne cominciamo a sentire il profumo.

Arriviamo a San Vito col cuore insieme allegro e triste: domani sarà l’ultimo giorno.

Tappa 6

San Vito – Cagliari, Km 113. Dsl+ 1869m

L’ILLUSIONE
Abbia inizio l’ultima tappa. Decidiamo, di comune accordo, di cambiare percorso e portarci sul mare, abbandonando le montagne che ci hanno accompagnato per 5 giorni. Sulla carta il percorso sembra fattibile. In una manciata di chilometri siamo nei pressi del mare e, con una piccola deviazione, arriviamo sulla spiaggia. Ci facciamo cullare dal rumore delle onde così diverso da quello, violento, dell’Oceano Atlantico dell’anno scorso in Portogallo. Seguiamo la costa. È un mondo completamente diverso rispetto a quello visto nell’entroterra i giorni scorsi. Pedaliamo spediti su terreno prevalentemente pianeggiante ma poi, inevitabilmente, ricominciano le salite e, in cima ad un promontorio, troviamo un chioschetto dove, con una vista mare impagabile, consumiamo un orrido pasto di panini farciti che farebbero rabbrividire dietologi e dietisti.

Inevitabile arriva l’errore di valutazione dell’ultimo giorno. Abbiamo percorso circa 50 chilometri e crediamo d’essere a 2/3 del percorso ma, con una verifica su maps, realizziamo che non siamo nemmeno alla metà. La strada si arrampica su e giù per la costa, di sentieri non ce ne sono più e il traffico, avvicinandosi a Cagliari, aumenta progressivamente e si fa pericoloso.

Arriviamo in città provati. Facciamo un giro nella città vecchia, in alto. Ci stringiamo in un abbraccio: quando si viaggia in bici in due, si vive un’esperienza unica e difficile. La stanchezza, il freddo, il dolore, la fame. È necessario avere un profondo rispetto per il proprio compagno di viaggio. Quando si viaggia in bici, è tutto, al contempo, semplice e difficile: devi far fatica se vuoi andare avanti perchè sai che arriverai alla fine, devi sopportare il freddo perchè poi arriverà il caldo, devi ignorare la pioggia e la neve perchè poi ti asciugherai, devi farti amiche le salite perchè poi ci saranno le discese. Grazie Sardegna, grazie Bicicletta, grazie Omar.

Cosa portare

Ci aspettavamo di patire il caldo e così è stato. Ma abbiamo patito anche il freddo, abbiamo trovato la pioggia, le neve, il vento.
La composizione del bagaglio deve prendere in considerazione questi aspetti pur con una variabilità molto ampia legata alle scelte individuali. Io preferisco essere un po’ più pesante ma poter avere una maglia in più e una calzamaglia in caso di freddo e scarpe.
A seguire, la composizione del mio bagaglio.

  • 1 catenaccio con chiavi
  • Zaino
  • Casco
  • Sacca con multitools con smagliacatene, olio catena, pezze e mastice, pompa e fascette
  • 2 camere aria
  • cartografia
  • luci bici ant e post, ricaricabili
  • mollette per stendere + filo
  • telefono con mappe scaricate e caricabatteria
  • 2 batterie ausiliarie telefono
  • 2 fondelli corti
  • 1 pantalone lungo da running da usarsi in associazione al fondello in caso di freddo
  • 3 magliette bici
  • 2 magliette intime tecniche maniche corte
  • micropile leggero maniche lunghe
  • 1 giacchetta tecnica da bici windstopper
  • 2 cuffiette in tessuto tecnico
  • 1 paio di guanti
  • 2 scaldacollo
  • 2 calzini da bici, 1 estivo e 1 invernale
  • 1 kway
  • 1 scarpe da bici
  • 1 occhiale da vista di riserva (sono miope)
  • 1 paio di ciabatte
  • 2 paia di mutande
  • 1 coltellino svizzero
  • Farmaci (antiifiammatori, antibiotici, antidiarroici)
  • spazzolino e dentifricio
  • sapone
  • crema idratante
  • crema zinco
  • crema solare
  • barrette energetiche
  • 1 pantaloncino ibrido
  • 1 Tshirt
  • 1 cannottiera di cotone per dormire

Le bici

L’approccio al viaggio, per quel che concerne la bici e le caratteristiche del bagaglio, è stato molto diverso tra me e Omar.

La bici di Omar è una front realizzata su misura per lui: una MTB con geometrie comode e adatte al turismo.
La mia bici è un mezzo molto particolare, la mia abituale compagna nei miei percorsi a casa mia, in alta Val Susa: è comoda e sicura ma è pesante, ha delle inerzie e degli attriti importanti che cambi sgonfiando o gonfiando gli pneumatici. I gommoni ti fanno dimenticare si essere su una rigida e assorbono quasi tutto.

La differrenza di peso, in ordine di marcia, per bici e bagaglio, è di circa 5 chili, ai quali si aggiungono i chili di differenza tra noi due.

In conclusione, abbiamo tenuto ritmi accetabilmente simili: in linea di massima, Omar più veloce su strada, io più sicuro sui passaggi tecnici nelle discese più impegnative. Giudizio positivo per entrambi i nostri carri armati.

Come organizzare il viaggio

L’acquisto del biglietto aereo con largo anticipo, comprensivo di traporto bici (bagaglio sportivo) ci è costato circa 150 euro con andata Milano Malpensa – Olbia e ritorno Cagliari – Milano Malpensa.

La bici deve essere in ordine. Opportuno un buon check up prima della partenza a verificare ingrassaggio movimento centrale e serie sterzo, impianto frenante, trasmissione e stato pneumatici.

Dal punto di vista fisico, è opportuno aver tanti kilometri nelle gambe. In un viaggio senza mezzi di assistenza, bisogna avere delle risorse da spendere nel caso in cui dei problemi rallentino e ostacolino il cammino: le bici sono cariche e pesanti e l’entroterra sardo non è facile. La pioggia, il fango, una gomma bucata, un problema meccanico, una perdita del tracciato o un filo spinato possono allungare ulteriormente tappe che magari sono già al limite delle nostre capacità. Insomma, bisogna averne sempre ancora un po’ da tirar fuori.

Per queste ragioni sarebbe opportuno prevedere, in preparazione, anche delle uscite lunghe in modo da verificare e studiare la propria tenuta fisica dopo tante ore di bici.

È consigliabile organizzare il bagaglio con largo anticipo in modo da avere il tempo di procurarsi quello che dovesse mancare.

Per quel che concerne il vero e proprio viaggio in bici, consiglio vivamente di partire con molta calma, misurando e gestendo le risorse. In viaggio si paga tutto. La salita che hai tirato il primo giorno, lo scatto che hai fatto per metterti a ruota di chi ti ha sorpassato vorresti non averli fatti quando, nell’ultimo giorno, non ne hai più e non sai a che santo votarti per arrivare alla fine. Pochi di noi hanno l’opportunità di stare tutti i giorni in bici durante la vita ordinaria e pochissimi lo possono fare per tante ore: un viaggio lungo solleciterà il nostro fisico, i nostri muscoli, tendini e legamenti, la nostra pelle, le nostre articolazioni e anche la nostra mente in una misura per la quale difficilmente siamo pronti.

Idratatevi e mangiate bene mentre pedalate, ed evitate abbuffate serali che poi compromettono il sonno.
Partite presto la mattina. Avere tante ore di luce davanti da sicurezza.

Cosa Mangiare

Bere tanto e frequentemente. Controllate il colore delle urine: un aspetto chiaro e limpido è sinonimo di buona idratazione e una buona idratazione è fondamentale per un corpo sottoposto ad uno sforzo importante e prolungato.

Pedalando si consuma. Bisogna mangiare. Mangiate frequentemente e consumate pasti non eccessivi e facilmente digeribili. Moderatevi la sera.

Noi abbiamo consumato quantità notevoli di cibo: carboidrati, proteine, fibre, grassi…

Portatevi delle barrette per gestire le emergenze e le crisi di fame…o comprate dei pezzi di formaggio e del pane, come abbiamo fatto noi.





2 Risposte a La Transardinia in MTB

  1. Giovanni ha detto:

    Grazie per aver condiviso il racconto questo viaggio….anche il solo fatto di leggerlo fa bene allo spirito e aumenta l’impazienza di salire sulla bici e pedalare…anche fosse solo per il bike to work…

  2. Andrea ha detto:

    Grazie a te, Giovanni.
    Mi fa molto piacere leggere le tue parole.
    Andrea Paradiso

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