Lavorare per l’ECF: intervista ad Alessio Punzi

14 Novembre 2013

L’ECF (European Cyclists’ Federation) è la più grande organizzazione europea di promozione della mobilità ciclistica. Ha sede a Bruxelles, ci lavorano professionisti di diverse nazionalità e, soprattutto, rappresenta la voce dei ciclisti in Europa, avendo accesso a bandi e finanziamenti dell’UE. Di seguito qualche domanda ad Alessio Punzi, unico italiano del team di ECF.

Alessio Punzi

Che ruolo svolgi all’interno dell’ECF?
Mi occupo di comunicazione. Siamo in quattro, in questo settore. Una coordinatrice francese, una ragazza canadese, un tedesco ed io. Un gruppo eterogeneo, sia come provenienza geografica che come background. Io ho studiato sport management e comunicazione, gli altri relazioni internazionali o affari europei. Cosa facciamo dalla mattina alla sera? Cerchiamo di mantenere alta l’attenzione sui temi che stanno a cuore all’ECF, creiamo contenuti per i nostri siti, lavoriamo alle pubblicazioni dell’ECF, cerchiamo di ottimizzare la comunicazione in uscita verso le associazioni nazionali affiliate, traduciamo in linguaggio corrente i documenti EU che interessano la ciclomobilità. Il mio incarico è ad interim, nel 2014 mi rimetterò sui libri – ma non sarebbe male fare dell’ECF il mio lavoro vero una volta smessi i panni dello specializzando.

Come sei stato selezionato?
In maniera ultraclassica, non avevo alcuna conoscenza diretta, all’ECF. C’era questa posizione disponibile, qualche mese fa: mi sono candidato, mi hanno preselezionato, ho fatto un colloquio, mi sono trasferito a Bruxelles. Ho barato un po’, mi sa – ho descritto un quadro così apocalittico della sicurezza per i ciclisti di Roma (vivevo lì, prima di spostarmi qui) che nella mente dei selezionatori sarò sembrato un eroe, ad usare la bici in città. Avranno pensato: uno così motivato va preso al volo. Ho subito cancellato da Facebook tutte le foto di me che guido la Golf GTI a Vallelunga, nonché quelle in cui gioco a scopone con Marchionne, Alemanno e l’emiro del Kuwait su un volo Dubai-Milano.

E’ la tua prima esperienza nel settore bici?
Se si eccettua quella volta in cui nel 1998 per un’ora ho tenuto aperta l’unica ciclo-officina del mio paese natio mentre Vito, il titolare, era impegnato in un pranzo elettorale, sì, è la prima. Però quella volta sono stato bravo. Ho tirato su di qualche centimetro la sella della mountain bike ad un ragazzino senza nemmeno farmi pagare.

Di cosa ti occupavi in Italia?
Sono stato per 5 anni Communications Officer in una società privata che organizza corse su strada ed altri eventi sportivi – Maratona di Roma su tutti. No, non corro maratone. Né ho mai fatto ciclo attivismo – mi limitavo ad applaudire con convinzione la Ciemmona quando passava sotto casa mia sulla Prenestina un attimo prima che i ciclisti imboccassero contromano la rampa della tangenziale.

Quali altre competenze ci sono all’interno dell’ECF?
Alcuni provengono dal settore privato ed hanno una mentalità manageriale. Altri nascono come lobbisti. Altri ancora hanno competenze giuridiche e servono la causa dell’ECF scandagliando i testi normativi europei alla ricerca di spazi d’azione. Ci sono diverse macroaree-policy a livello UE nelle quali il lavoro dell’ECF si inserisce per far sentire la voce dei ciclisti: sicurezza stradale, tutela dell’ambiente, economia ed occupazione, promozione dell’attività fisica, sviluppo delle aree rurali, coesione territoriale e politiche per i paesi confinanti. Ciascuna di queste aree ha uno specialista, un Policy Officer, il cui lavoro punta a sbloccare fondi e/o a sollecitare interventi normativi a favore dei ciclisti. Ah, e poi io – tra le altre cose – svuoto anche la lavastoviglie il lunedì mattina.

Come si finanzia l’ECF?
Con le quote d’iscrizione delle associazioni nazionali affiliate; organizzando eventi (uno su tutti: la Velocity Conference Series); partecipando a bandi UE; ottenendo cofinanziamenti UE per progetti specifici (come CycleLogistics); con alcuni sponsor privati del settore bici e componentistica; con le quote d’iscrizione dei network ad essa collegati (Cities for Cyclists, Scientists for Cycling).

Come giudichi il lavoro delle associazioni nazionali affiliate ad ECF, FIAB in Italia e le altre nel resto d’Europa? In cosa si può migliorare?
Mi chiedi di uscire dal mio settore specifico e non credo di avere sufficienti elementi per una valutazione globale. La mia impressione è che, con differenze fra nazione e nazione, stiamo assistendo ad un salto di qualità dell’advocacy ciclistica, guidata dall’ECF e favorita dal cambiamento generale dello stile di vita. In Italia la FIAB ha inserito un’altra marcia, questo è evidente. Grazie all’apporto di Legambiente ed al contributo di #Salvaiciclisti – che ha riverniciato alla grande l’advocacy ciclistica in Italia, dandole un’identità forte anche dal punto di vista mediatico – una revisione del codice della strada a favore dei ciclisti sarà molto probabilmente discussa in Parlamento a dicembre, e di questo va dato atto anche alla FIAB. Cosa migliorare? Piuttosto: dove insistere. Insistere sulla continua collaborazione tra i vari attori del cambiamento. E poi cercare sponde nel mondo dell’industria ciclistica. Siamo al secondo posto in Europa per la produzione di cicli, al primo per la componentistica: queste case non possono non avere interesse ad ottenere politiche che incentivino l’utilizzo della bicicletta. Parliamo di milioni di potenziali clienti in più.

Quale futuro prevedi per la mobilità ciclistica (in ambito urbano e turistico) in Italia e in Europa?
Io non lo so com’era lavorare in una organizzazione di advocacy ciclistica all’epoca delle gozzoviglie energetiche. Immagino più difficile. Adesso la strada è segnata. È il nostro momento storico. Specie in termini di mobilità urbana. Potrebbero volerci anni, a cambiare le cose. Per reticenze, interessi, incapacità. Ma un amministratore che si presenta alle elezioni senza prendere in seria considerazione l’esistenza dei ciclisti non è proprio più pensabile. Ah, e occhio all’e-bike. Quando lo sviluppo tecnologico ne avrà fatto calare i prezzi, potrebbe scattare una rivoluzione dell’accesso socio-demografico alla ciclomobilità, i cui effetti saranno potenti, specie in relazione alla logistica. Non diventeremo mai Utrecht, ma magari qualcosa cambia, ed io non vedo l’ora. Così potrò finalmente realizzare il mio sogno: una pista per gare di impennate nel parcheggio del MediaWorld, esattamente dove ora ci sono le macchine incolonnate il sabato mattina.

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