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Girodiruota, un libro sull’Italia oltre il Giro d’Italia

News • di 1 Luglio 2014

2014-06-16 19.49.39

Lunedì 16 giugno, nel quartiere romano del Pigneto, un pomeriggio isterico e molto variabile ha visto incontrarsi un bel po’ di cose belle, il ciclismo sportivo storico, quello urbano, la parola scritta e quella cantata, tutte unite da quel gusto di raccontare, di trasmettere, che si va perdendo nelle trame delle nuove generazioni.
Già, perché Girodiruota (ed. Stampa Alternativa) è un libro che parla di bicicletta, ma da un punto di vista piuttosto inedito: una sorta di rincorsa autonoma e gregaria del Giro d’Italia, un viaggio in bici da Napoli a Brescia nel microcosmo dei bar sport della sterminata Provincia italiana, alla (ri)scoperta degli amanti del ciclismo sportivo e dei loro aneddoti farciti di dettagli.

Accompagnato da un eccellente Pino Marino alla tastiera, nonché all’ironia e alla lettura di qualche passo del libro, Giovanni Battistuzzi apre con una celebre citazione da Albert Einstein: “La vita è come andare in bicicletta, se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”.

Poi nasconde il filo di imbarazzo di trovarsi al centro dell’attenzione partendo dall’immediato: “Oggi ero piuttosto teso, così uscito dal lavoro prima di venire qui mi sono fatto un giro in bicicletta, anche se il tempo non era dei migliori: e girare in bicicletta ti cambia una giornata brutta, di pioggia, in una giornata bellissima […] Se vai in bici non puoi non amarla, quando fatichi e sudi, e magari anche un po’ puzzi”
Di colpo la tensione si scioglie come una catena ben oliata, e l’asta del(l’unico) microfono passa a Pino Marino, per la sua splendida “L’uomo a pedali“, che canta di scuse alle ruote, di dubbi lasciati indietro correndo e di scelte sul punto del mondo più adatto per scendere.

Girodiruota nasce per raccontare com’è l’Italia al di fuori dal Giro d’Italia, oltre la festa e la parata delle bici da gara. Al giorno d’oggi, dice Giovanni, la bici è ancora molto amata, ma al di là del contesto del Giro: anzi, quell’attenzione e quel gusto per l’epica competizione che era un tempo sono diventati diletto per pochi. Da qui l’indagine pedalante nei bar dello sport, dove questa dimensione fatta di racconti, grappini e bestemmie è rimasta. Il Barsport dove è cresciuto, nel provincia del trevigiano, era alla fine di una curva che segnava il suo ritorno a casa, e dove l’unica costante era il caffè pessimo: caffè pessimo, perché ci si andava solamente per bere prosecco, o per gli innumerevoli racconti.

Man mano che le parole si fanno suono dalle righe del libro, ci si ritrova senza preavviso in una dimensione atopica e acronica, quasi leggendaria, eppure di riferimenti, date e nomi ce ne sono in abbondanza. E intanto la ruota posteriore della bici di Pino, capovolta sul manubrio, continua a ruotare priva d’attrito. Centratura perfetta.

La bici diventa quasi pretesto, un mezzo (pur mantenendo il suo ludico e catartico ruolo di fine) per raccontare lo Stivale e la frammentazione del nostro Paese.
Partendo dal 1914, quando si correva per fame e si andava là al Giro senza soldi per farne, fino alle vicende del Pirata Pantani, vengono snocciolati con leggerezza aneddoti e tappe storiche del Giro, tra suggestioni quasi mitologiche che ricordano i racconti nostalgici e scintillanti di Marc Augé e i tempi in cui davvero l’acciaio cigolava sullo Zoncolan o sui Pirenei.

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Ma qui si avverte nostalgia di epoche mai vissute, una sorta di riscoperta postuma di un patrimonio umano, culturale e sportivo immerso in una generosa salsa di ironia veneta.
Una microstoria del ciclismo dal delizioso gusto affabulatorio, unito all’amore (peraltro da me condiviso, sono di parte) per la geografia. All’interno della carrellata di campioni vecchi e nuovi si susseguono i racconti di beffe, glorie epiche e vizi conviviali, si parla di gregari, “proletariato del ciclismo”, e di tante altre cose ancora che solo a fatica sottraggo al demone dello Spoiler.

Solo una citazione va immolata a questo articolo: “Scegliere come muoversi è scegliere come vivere”.

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