Poveri ciclisti o ciclisti poveri?

2 Ottobre 2014

bici-poverta

Eh.. lo so che te e tuo marito siete poveri, andate al lavoro in bici“.

Quello che avete appena letto è il commento fatto da una conoscente di mia moglie alle lamentele sull’arrivo della Tasi da pagare. Ora, di fronte a commenti del genere c’è chi sorride (come mia moglie), chi si arrabbia e poi ci sono io, che ci scrivo sopra un articolo. Non sono un econominista né un esperto di politiche monetarie eppure non è la prima volta che sento associare l’idea di muoversi in bici a una vaga forma di povertà economica. Vediamo di capirne di più.

Quando avere una bici era sinonimo di ricchezza.
Mio nonno Mario non ha fatto la guerra, poiché ultimo di cinque fratelli (tra l’altro nessuno sopravvissuto). Negli anni del conflitto venne assunto alla Breda di Sesto San Giovanni, cittadina a ridosso di Milano, come tornitore specializzato. Produceva proiettili. All’epoca mio nonno viveva a Seregno, qualche chilometro a nord di Monza e tutte le mattine, con la pioggia o con il sole, con il freddo o con la neve, saliva in sella alla sua Umberto Dei Imperiale con i freni a bacchetta e un singolo pignone e percorreva i venti e passa chilometri che separavano Seregno – Sesto. E poteva farlo solo perché aveva quella Dei Imperiale, perché mezzi pubblici erano inesistenti ed auto e moto erano state espropriate e mandate al fronte. Possedere una bicicletta aveva reso mio nonno un uomo ricco, poiché poteva permettersi di andare a lavorare e percepire uno stipendio con il quale mantenere la famiglia.

In quel periodo dunque possedere una bicicletta era sinonimo di ricchezza, poiché era l’unico mezzo disponibile per muoversi in fretta e su lunghe distanze. Emblematico è il film “Ladri di biciclette”, dove l’attacchino protagonista della pellicola subisce il furto della sua bici e si dispera, poiché senza mezzo meccanico non poteva lavorare. Figuratevi che nonno Mario teneva la bicicletta in casa, legata al tavolo del soggiorno, per paura che gliela rubassero.

Poi è arrivato il boom economico, il benessere generale e nei desideri degli italiani la Fiat 600 ha sostituito la bicicletta, divenuta improvvisamente un mezzo per bambini o per appassionati della domenica.
Quando muoversi in bici divenne “roba da poveri”.

Visto che questa non vuole essere un’analisi del nostro paese e della sua storia, bensì del ruolo della bici, vi parlerò di un paese che ha sempre rimandato alla mente l’immagine di milioni di ciclisti lungo le strade: la Cina. La prima volta che sono andato a Shanghai per lavoro, sono rimasto stupito dalla totale mancanza di bici in giro per la città. Chiesi quindi spiegazioni all’interprete, che sorrise e disse:
“Quella è una cosa del passato, dei tempi di Mao. Ora nessun cinese vuole girare in bici, perché è una cosa da poveri”

Esattamente com’è successo da noi, in Cina il benessere economico ha permesso ai cinesi di acquistare un’auto di proprietà, dimenticando le due ruote in cantina. Anzi, la bici ha iniziato a rappresentare il legame con un passato “da poveri”, un’epoca della quale vergognarsi. Perché, così come gli italiani, anche i cinesi sono convinti che per mostrare la propria ricchezza basti acquistare il SUV più grosso e inquinante sul mercato. Il risultato di questo benessere diffuso, molto evidente nelle città dell’estremo oriente, è una nebbia grigia che non si dirada mai. No, non è umidità: è smog, che costringe la popolazione a girare con le mascherine per non respirare le polveri sottili. Ne varrà la pena?

E ora?
Smentendo i proclami del nostro governo posso affermare, da cittadino comune, che la situazione economica italiana non sia fiorente e che tutte le famiglie cerchino di tagliare le uscite supreflue. Eppure pochissime pensano di eliminare la prima fonte di spreco di denaro: l’auto. Questo perché nell’immaginario comune l’automobile è sinonimo di benessere acquisito, un bene primario come l’aria o il cibo. Poi ci sono quelli come me e tantissimi altri italiani, che hanno deciso di tornare alla bicicletta, ripercorrendo le anonime gesta di nonno Mario e di milioni come lui. Questa scelta controcorrente è stata vista, parlo per esperienza personale, come una palese dimostrazione della mia (presunta) ristrettezza economica. Pensate che mi è stato proposto un prestito da un conoscente, così mi sarei potuto permettere un’auto per andare al lavoro dignitosamente e smetterla di muovermi con quella cosa a due ruote, che si fa pure fatica, pensa te. Avrei potuto rispondere che esistono bici che costano come auto, ma credo sia inutile combattere contro i mulini a vento.

Tralasciando l’effettivo guadagno in termine economici e di salute, che sono stati più e più volte dimostrati e raccontati, vorrei cercare di capire perché l’uso della bici venga associato alla povertà economica. La mia idea, personalissima e discutibile, sta nel fatto che non ci sia cosa più fastidiosa dell’apparire poveri agli occhi della comunità, nel dare l’idea di una persona (o di una famiglia) che non se la passa bene e l’auto serve proprio a questo: a dimostrare di non avere problemi di soldi. Più è grande, più consuma, più noi appariamo benestanti, anche se poi non riusciamo a mantenerla. Per cui chi sceglie la bici, sbattendosene altamente della morale comune, fa paura perché alla resa dei conti nessuna auto potrebbe reggere il confronto in termini di qualità della vita. Ed è per questo che continuerò a muovermi in bici, anche se dovessi sembrare un ciclista povero.

Probabilmente l’associazione tra bicicletta e povertà è solo frutto della miseria intellettuale, però vorrei lasciarvi con una frase di Pericle, lo statista ateniese dell’antichità. E’ tratta dal suo discorso tenuto all’inaugurazione del Partenone:
La povertà di per sé non è una condizione vergognosa. Vergognoso è il non darsi da fare per migliorarla”.

Buone pedalate a tutti, benestanti o no, siamo tutti sulla stessa strada.

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