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In solitaria verso Nord

Diari • di 21 Ottobre 2015

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Sempre… non sempre, spesso.
Spesso l’aria mattutina, il sole nascente, il cielo terso e la leggera brezza, mentre pedalo verso il primo appuntamento del giorno, involano il mio pensiero nell’immaginazione. Colto dal piacere di apprezzare, la mente m’accompagna, mi induce al desiderio di un viaggio: bagaglio a presso, via sulle due ruote, spinte dall’alternativo moto delle gambe, alla conquista di una nuova meta.
Cerco la destinazione selezionando varie ipotesi e con entusiasmo ascolto il richiamo del luogo.
La fantasia mi permette di andare ovunque, mi guida in imprese che rimangono nella testa accantonate. Qualcuna di tanto in tanto riemerge, chiede spazio tra i pensieri e si concretizza nella sua realizzazione.

Giorno uno

Verso il giorno, verso una località remota. Un impegno fisico estremo, estremo per una persona normale o quasi.
Ore 5 10. Parto con il buio, in cielo la luna e le stelle, nell’aria il fresco profumo della notte che delizia il mio andare carico di energia. Albeggia, all’orizzonte, con il suo cupo colore roseo violaceo, si prospetta l’inizio del giorno.
Alle 6 00 Treviso dorme ancora, tranne i mercanti che si apprestano ad allestire i loro negozi itineranti.

Esco da porta San Tommaso per imboccare il viale della Pontebbana. A Spresiano mi tolgo il giubbino anti proiettile, spengo i fanalini. I primi raggi di sole filtrano tra la vegetazione, tingono di rosa il velo nebbioso oltre al quale si delinea il profilo montuoso.
A Conegliano non seguo le indicazioni stradali, vado a naso e mi ritrovo ad affrontare la via collinare tra i vigneti. Immagine suggestiva esaltata dalla luce di quest’ora, allineati perfettamente, i filari seguono le dolci ondulazioni del terreno, tingendo tutto di verde. M’innalzo, domino il panorama, un campanile mi viene incontro: sono a Carpesica dopo aver oltrepassato il colmo ad Ogliano.
Il bar con i tavoli fuori mi invita alla sosta: macchiatone, pastina e bisognino tutto nei dieci minuti che mi concedo.

Riprendo la marcia caricato dalla caffeina che mi rinfranca nello spirito, regalandomi sintomi di piacere, piccola gioia interiore.
Attraversato Vittorio Veneto, alle 8 40 a San Floriano, inizio a salire verso il Fadalto.
In molti sulle due ruote mi salutano e vanno lasciandomi a combattere con la forza di gravità, mi difendo, le gambe tengono, piano piano procedo. Respiro a Nove dove la strada spiana, addirittura scende costeggiando il lago Morto per risalire nei pressi di Fadalto Basso. Continua il combattimento per la conquista di Sella Fadalto, dopo cinquanta minuti. Nel frattempo altri mi hanno salutato procedendo come campioni in sella alle loro superleggere ed io qui con la mia MTB carica del bagaglio.
Alle 9 40 sosto a Santa Croce Del Lago per alimentarmi con il pane e salame, osservo il motociclista in sosta che fotografa il lago, la comitiva diretta al bar per il caffè ed il traffico tranquillo, per lo più motociclette.

Con 96 chilometri sono a Ponte Nelle Alpi alle 10 20. La discesa dal lago riporta la media oraria a 20 km/h (dai 23 della pianura era scesa a 19). Il mio pensiero volge al ritorno quando la pendenza di questo tratto non sarà a favore. Inizio a sentire il peso dei chilometri e soprattutto della salita: vado in crisi, medito di abbandonare l’impresa, mi interrogo sulle motivazioni di quel che sto facendo. Sono assalito dal desiderio di essere a casa attratto da una condizione di rilassamento, si insinua un sentimento di sconforto, soffro la solitudine, suona il telefono è Gianni! Due parole con lui mi rianimano e spazzo via l’ostacolo psicologico, riprendo la via con entusiasmo.

Prima di Longarone imbocco la strada per Soverzene, titubante percorro alcune centinaia di metri, il ricordo dei saliscendi mi fa desistere. Ritorno sulla statale assorbito dal fastidioso traffico.
Individuo al livello sottostante la strada della zona artigianale, bella, piana, priva di traffico, percorsa unicamente da un ciclista che invidio. A Castello Lavazzo incrocio la suddetta strada indicata da due cartelli: Codissago e Lunga via delle Dolomiti, nella direzione opposta (nord) viene indicato il centro e ancora la lunga via delle Dolomiti, non resisto mi addentro in paese seguo la direzione, ma in breve mi trovo in vicolo campestre.

“Buongiorno, mi scusi si esce di qua?” chiedo al fungaiolo incrociato.
“No, deve tornare in paese, anzi se la vede il proprietario del terreno la sgrida”.
“Grazie e buon proseguimento”.
“Buona pedalata a lei”.
Dopo un paio di chilometri, a Termine di Cadore, la recente galleria sostituisce un altro tratto di statale inghiottendo tutto il traffico e lasciando sgombra la precedente sede. Un paradiso nemmeno un auto, la strada e solo mia e di Riccardo.
“Ehi! Venessian!”.
Esclama Riccardo affiancandomi.
“Ciao!” rispondo al suo richiamo.
“Da dove vieni?”
“Da Marghera, vado a Dobbiaco, e tu?”
“Vado a Campolongo, ho una casa, mi incontro con delle persone per un escursione a piedi. Mi sono unito a degli amici diretti al Col Visentin, ho pedalato in loro compagnia fino a Vittorio Veneto. Sono un ex ferroviere ed abito a Chirignago”.

Alcune chiacchiere e poi lo lascio andare con il suo passo da superleggera.
La strada sale dolcemente mi godo le mie pedalate nella solitaria via con una lieve preoccupazione per la salita che mi attende.
Alle 12 10 a Perarolo con 126 km media 20 km/h, spendo cinque minuti per una foto e mi appresto ad affrontare la mitica Cavallera. Un tratto del tracciato storico della ss 51 di Alemagna sostituito nel 1986 dalla nuova strada Anas 309 ed attualmente interdetto al traffico motorizzato. Quaranta minuti per percorrere i quattro chilometri e giungere al ponte di Cadore. Alle 13 05 a Tai inizia la ricerca della ciclabile. La fantasia mi suggerisce di cercarla a monte, mi arrampico tre volte su ripide rampe, sprecando energia, per intercettarla a valle, percorrendo otto chilometri di cui la metà inutili. Mi accomodo su una panchina al sole per alimentarmi con il secondo panino. Le gambe dolenti aprono la porta alla crisi fisica, temo di non farcela, con l’aiuto dell’uvetta mi difendo, riprendendo con nuova energia. Ottima l’uvetta.

Mangio, bevo, bevo, mangio e alle 16 00 conquisto Cortina D’Ampezzo: 168 km
Una bella fontana mi rifornisce del magico liquido, fresca e pura ingoio l’acqua avidamente apprezzandone l’effetto.
L’obiettivo ora è raggiungere Cimabanche 1530 mt. Slm, il picco estremo del grafico altimetrico, da questo punto raggiungere Dobbiaco è un gioco, la crisi è superata!
Superato il centro del paese la ciclabile diventa sterrata. Incrocio molti biker, scendono veloci salutando con entusiasmo chi, come me, sta salendo verso il passo.
Ecco ci sono il ristoro mi attende, eh! Si una bella birra ci vuole festeggio da solo la conquista. Il sole caldo illumina il pianoro che ammiro seduto ad un tavolino sorseggiando la birra più buona del mondo, la prima della giornata. Sosto alle 17 10 riparto alle 17 25 tonificato dalla deliziosa bibita.
18 10 Dobbiaco! Senza esitazione dirigo verso il mio alloggio in via Kurze Wand, una laterale del viale principale dove il passeggio è costituito prevalentemente dagli ultimi vacanzieri della stagione estiva, che mi hanno reso difficile trovare sistemazione.

La signora del garni, in costume tirolese, mi riceve:
“Buonasera lei è il singolo?”
“Si sono io”.
Mi accompagna a sistemare la bici in locale lavanderia e mi consegna la camera.
A loro dire la stanza è mediocre, io la trovo accogliente e confortevole, c’è il lavandino che a me fa molto comodo, il bagno è in comune con altre camere, non incontro alcuna difficoltà per la doccia, e come fosse tutto mio.

Riassettato esco in cerca di ristoro, noto la varietà di abbigliamento dei turisti a passeggio: chi indossa il giaccone, chi la maglietta a mezze maniche e calzoncini corti, i diciassette gradi invitano ad un abbigliamento di mezza stagione, io indosso una polo manica lunga una felpa e calzoni lunghi senza alcun fastidio. Cerco un ristorante visitato anni addietro, la memoria non mi aiuta, quando sto per rinunciare me lo trovo davanti quasi per caso. Ho camminato per più di mezz’ora, dimentico della fatica giornaliera, ed ora rifocillato mi dedico al riposo notturno con immenso piacere, domani mi aspetta un’altra giornata di consistente impegno.

Km 198, media 17,4 km/h tempo pedal. 11 h 21′, tempo impiegato: 13 h

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Giorno due

Mi sveglio alle 6 00, alle 7 15 colazione e alle 7 40 salto in sella. Bastano poche pedalate per essere assorbito dal bosco con una temperatura di otto gradi. La prima persona che incontro è un giovane cicloviaggiatore che ha trascorso l’umida e fredda notte su di una panca, l’avevo notato ieri, arrivando, mentre si accingeva ai preparativi del suo giaciglio. Ora, incappucciato nella sua felpa, sta caricando le ultime cose pronto a proseguire il viaggio, libero.
Fragorosamente il Rienza scorre al mio fianco in opposta direzione, le calme acque del lago si scatenano, si agitano tra i massi creando un vivace vortice spumeggiante dando vita al fiume. Lo scenario è fiabesco, una coltre nebbiosa sovrasta lo specchio d’acqua immobile delimitato a sud dai monti che vi si riflettono, mancano gli gnomi e potrei dire di essere in una favola.

È incantevole trovarsi ai margini del bosco ad ammirare le cime rispecchiate nell’acqua in quel bagliore di luce ai margini del lago. Ad accompagnarmi il frastuono degli innumerevoli campanacci del pascolo: sono a due passi dalle mucche, cerco di avvicinarne una per salutarla, ma diffidente si allontana, ha paura che gli tocchi le tette!
I primi raggi di sole mi raggiungono nel breve tratto dove i monti lasciano un varco alla vista delle Tre Cime. Sosto nel punto di osservazione attrezzato con cannocchiale. Qualche attimo per sentirmi parte della magia e dell’incanto naturale che mi circonda, protagonista dell’esistenza.

Alle 9 il sole mi riabbraccia ed incontro i primi ciclisti sulla via, deserta fino a questo momento, dieci minuti ancora e culmino a Cimabanche.
La fatica e lo sforzo di ieri hanno precluso il piacere del panorama, ma ora che sono in discesa, con il sole basso che irradia le rocce, scolpite con maestria inimitabile dalla natura, e mi riscalda, le mie sensazioni son ben diverse, l’abbandono all’ammirazione mi regala un immensa e profonda gioia.
Mi godo la discesa, la velocità ponendomi una domanda.
“Perché non una bicicletta elettrica?”
No! Non sarebbe bello com’è bello così.
“E perché no?”

Perché sarebbe in contraddizione con la natura, sfrutto la gravità, le leggi fisiche che combatto quando devo salire, probabilmente è grazie a questa lotta, grazie all’esaurimento delle forze che offuscano la mente e la logica, che ora posso godere e compiacermi, apprezzo esageratamente contento. Sorrido dentro di me accogliendo il calore del sole, salutando chi incontro.
Alle 11 40 sono a Tai di Cadore sbucando dalla ciclabile che stupidamente ieri cercavo a nord, senza realizzare che arrivando ero passato sotto il ponte della vecchia ferrovia e quindi si trova a sud del centro paese. Al suono delle campane di mezzodì mi accomodo al bar “Snack al Check” dove mi divoro una sostanziosa insalatona.

Faccio due conti, se tutto va bene sarò a casa alle 20 30 circa, significa che dovrò pedalare per altre sette ore, più che meno, non manca poco.
Abbandono la tavola, mi lancio verso la meta, raggiungo la velocità di 50 km/h senza pedalare grazie alla discesa. Un attimo di esitazione al bivio per Perarolo, vorrei sfruttare la rettilinea via, ma preferisco togliermi dal traffico imboccando la tortuosa Cavallera. A Castello Lavazzo abbandono la statale, seguo il cartello della lunga via delle dolomiti in direzione Codissago che lascio alla mia sinistra proseguendo per la zona artigianale. L’arteria corre parallelamente alla statale seguendo un profilo pianeggiante sino a pochi chilometri da Soverzene. Due strappi e sono a Ponte Nelle Alpi alle 14 30 con cento chilometri, la media oraria è aumentata dai 12 km/h di Cimabanche ai 19 km/h attuali.

A questo punto decido di rientrare seguendo la sinistra Piave per evitare la salita del Fadalto. Le gambe mi dolgono ad ogni sforzo oltre il dovuto, l’acido lattico si fa sentire, abbassando il livello psicologico, ma la tenacia e la volontà mi permettono di proseguire.
Ho superato la metà della distanza da percorrere, sento l’avvicinarsi di casa, nonostante ciò si insinua la tentazione di cedere.

Aiutato dagli snack, dalle banane, da piccole soste, con il pretesto della pipì, mangio strada; mi duole anche il posteriore, ma stringo le chia…. a no, i denti e insisto. A Lentiai visualizzo una temperatura di 34°, si susseguono Vas, Segusino, Onigo, Cornuda, Montebelluna, sono a casa! Mi lancio a 30 km/h fino ad Istrana dove mi sono prefissato la sosta gelato. Sono sorpreso dal mutamento di pensiero e dall’energia ritrovata: vinta l’idea di fermarmi a causa dell’affaticamento e dal timore di non farcela, ritrovo una forza insperata di spingere con soddisfazione ed entusiasmo.
Bevo una birra anziché il gelato e devo ammettere che è un toccasana per l’acido lattico. Riparto alle 18 50 e grazie alla birra, che ha alleviato il dolore alle gambe, alle 20 20 varco la porta di casa. Ce l’ho fatta!

Km 214, media 21 km/h, tempo pedal. 10 h 06′, tempo impiegato: 12 h 40′

Coperto la distanza totale di 410 km in 21 ore e 27 min. Impiegando 25 ore e 40 min.
Alloggiato al Garni Pichler Alfons via Kurze Wand, 12 Dobbiaco tel. 0474 972467

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Una risposta a In solitaria verso Nord

  1. Francesco ha detto:

    Bel giro! In luoghi fantastici per noi gente di pianura…
    Parto spesso anch’io da casa verso nord, l’ultima volta, a fine settembre, ho fatto quasi la stessa strada. A Calalzo ho preso per Auronzo e Misurina, arrivare sul lago dopo 180 km è stato emozionante. Poi mi sono voluto fare del male …e sono salito alle Tre Cime…
    A Santa Croce al Lago sosta obbligata alla latteria La Capra, panino, naturalmente al formaggio, e birra. Consigliato!
    Ci si vede, magari in notturna…
    Buona strada!
    Francesco, Mestre

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