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In bici tra Ecuador e Colombia

Diari • di 11 Aprile 2016

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Da San Ignacio, ridente località di montagna, riparto con tanta voglia di pedalare. 40 sono i km prima di giungere al confine, suddivisi in egual misura tra salita e discesa. Sono nel pieno di una zona cafetera, e lungo le strade ad asciugare, lunghi teli di chicchi di caffè più o meno secchi. Senza nuvole, il sole dà il meglio di sé, e quando arrivo a “La Balsa ” sono sudato fradicio e in ritardo. Per 10 minuti gli ufficiali di frontiera sono in pausa pranzo fino alle 3, ed io, che il pranzo l’avevo gia fatto, sono in pausa forzata per quasi 2 ore.

Ottenuto il mio importantissimo timbro peruviano, faccio saluto, supero il ponte e vado dall’altra parte. Qui l’addetto alla frontiera in tenuta da ginnasta, mentre se la giocava a pallavolo, con una calma rilassante si mette in pausa, mi dà il benvenuto in Ecuador, mi pone il timbro, mi dà 2 dritte e mi augura buon viaggio. Io un po’ agitato, prendo il tutto con filosofia e cerco di adattarmi all’ambiente circostante. La salita fino a Zumba è la più forte di tutto il viaggio.

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La strada è sabbiosa ma asciutta e percorribile solo spingendo. Intorno a me sopra e sotto una marea verde che occupa tutto tranne la strada, giusto lo spazio per una carreggiata. A dar musica uccelli in ogni dove nascosti fra gli alberi che avvisavano il mio arrivo. Non riesco a coprire i 30 km desiderati, ma 20 fino a Porros, dove dalla cittadinanza ricevo il permesso di montare la tenda davanti la Chiesa, con la compagnia dei numerosissimi bambini che affollavano la piazza.

Gli ultimi 10 km fino a Zumba li compro la mattina seguente con fatica, spingendomi stanco, sotto la pioggia, e lungo rivoli di fango. Io e la bici siamo di nuovo mimetici con la montagna. A Zumba sono già stanco, e mangiare non è abbastanza. Quando scopro che fino a loja, per 3 giorni la strada è più o meno cosi, un sali e scendi tra frane e fango, mi demoralizzo un po’, e mi assale un po’ di “malavoglia”: ero alla ricerca di strade più tranquille e meno avventurose. Vorrei tanto fermarmi a riposare qualche ora in più, ma non ho tempo per riposare da fermo, cosi rivoluziono completamente i miei piani. Da Zumba mi dirigo dalla mia acerrima nemica, il terminal dei bus, per l’ultimo passaggio spero. Prima fino a Cuenca e poi fino a Quito, la mattina del giorno dopo. Qui mi assale il timore di aver fatto quasi più km in bus che in bicicletta. Di poco, ma cosi non è!

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Beh, poco importa, dopo 1 giorno e qualche ora a pedalare in Ecuador, son già arrivato alla capitale, tutto sommato felice perché per 5 dollari trovo un posto bello e spazioso, in cui poter fare il vacanziere per 2 giorni. Quito è bella, è una delle poche città in Sud America con un centro storico degno di rilievo, dopo Cusco, la città Inca più importante. Un giorno per lui e un giorno per sfruttare i primi accenni di via preferenziale per le biciclette, attraversando parchi e siti culturali, senza borse: leggerissimo. Finita la vacanza si torna a pedalare, e per uscire dalla città, la strada è quella in salita, un’ora più o meno, come al solito per una città, col sapore di diesel nell’aria, e con stavolta più auto che si mangiano la mia aria. Ad un tratto la svolta a destra, la discesa, e ora è la bici a portare me. Ma giusto il tempo di abituarmici, perché poi si torna a salire. Più o meno in quel punto passavo inosservato l’Equatore a circa 2.600 di altitudine, fresco.

Un lento salire che è durato una giornata, e a soli 10 minuti in carro da Tubacundo, il mio vero obiettivo di giornata, un ragazzo a lato strada si presenta con un rinfresco. Parliamo un po’, mi spiega che cosa sto bevendo, se ne voglio dell’altra e se voglio entrare. Io lo seguo, perché è chiaro che ne voglio dell’altra! Dentro altri ragazzi bevono quella bevanda, che dicevano potesse renderti ubriaco senza contenere alcool. La cosa era sempre più magica, cosi accetto l’invito di fermarmi a dormire. Fatto sta, che uno dei ragazzi ha un pezzo di terra, e questo edificio in cui si dorme a mo’ di comune. Disseminato per questo grosso campo, tantissime piante di “Aloe “, grosse e alte. In realtà non è vero aloe però della stessa famiglia e molto simile.

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L’intento di questi ragazzi è quello di utilizzare queste piante e tenere viva la tradizione nata centinaia di anni fa, perché se bucata nel mezzo, una pianta di almeno 10 anni, è in grado di fornire 1,5 l alla mattina e 1,5 l alla sera per un paio di mesi, di questo miracoloso succo, che oltre ad esser buono fa anche bene. E dopo 2 settimane che è stato prelevato, il succo cambia gusto, un po più acido ma sempre di buon sapore. Si beve a mo’ di ciupito perché anche senza alcool, grazie alla fermentazione ora il succo dei succhi ha il potere di renderti leggermente quasi ubriaco. E tra un giro e l’altro, e una battuta e poi l’altra non so quante divertenti caraffe di aloe fermentato avremo bevuto, ma la mattina seguente, un fiore. Rifaccio le borse e alle 8 e mezza sono in strada a completare la salita a Tabacundo, stavolta con la musica che mi son fatto dare dai soci. Gli ho chiesto espressamente la musica che ho sentito la sera prima, hip-hop rock dell Ecuador, mi son ritrovato con 5 gb di musica tecno, minimal, house, trance, e quindi il viaggio ha preso un altro tipo di ritmo, molto più veloce sempre a rilanciare la pedalata. Rapidamente raggiungo la fine e ora tocca alla discesa che dura fino a Otavalo, una bella città famosa per la sua artesania, infatti la piazza ne è piena, come le mie borse senza spazio, così mi limito a guardare e a trattare prezzi che poi non concluderò.

Il giorno dopo da Ibarra, tipica città coloniale, un lungo bel serpentone che mi porta giù, dove passa il fiume. L’ennesima stupenda discesa che per 15 km mi offre uno stupendo incanto senza chieder niente in cambio. La svolta a sinistra per Mira, è un consiglio di 2 francesi conosciuti il giorno prima ad Otavalo. Qui la discesa fa spazio alla salita, più forte fino a Mira, poi più delicata, verde e bella fino a El Angel, che per dove si trova, non me la sarei mai aspettata così grossa e vitale. Persino i pompieri hanno, e cosi vado a bussare alla loro porta in cerca di aiuto. Le parole pellegrino, bicicletta e “domani mattina me ne vado presto” funzionano quasi sempre, e cosi dopo un giro in borghese in città, torno in caserma, dove faccio serata coi bomberos.

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Da El Angel, inizio il mio ultimo giorno di Ecuador, duro forse più del primo, lungo una strada rocciosa in salita, dove pedalare è veloce uguale a camminare, e di macchine e moto neppure in senso contrario. Dopo 2 ore che sto salendo, sono nel mezzo della riserva. “El angel” circondato da vallate di questa pianta protetta – frailejon – che vive e vegeta solo qui e in Colombia: sembrano tante piccole teste che mi fissano. Un’altra ora dopo salendo nella stessa maniera raggiungo finalmente la baita del guardia parchi e un cartello che con la scritta 3.700 m, spiega tutta la mia fatica, il fiato corto e la vista mozzafiato. Borioso e infreddolito per l’ennesima vetta toccata, mi faccio offrire dell’acqua calda dall’amico dei parchi. Io offro tè, e pregiato miele, ben 2 tazze, parlando del più e del meno, ma in particolare, della pianta.

Tornato caldo organizzo la discesa, e prima di salire in bici, incontro prima un uomo poi una donna, e altri ancora che arrivavano, un bel po’ alla fine, tutti italiani, nessun altro oltre all’ecuadoregno guardiaparco. Una fucilata di domande, arrivavano da tutti i lati, mi facevano foto e mi stringevano la mano, ero accerchiato, tanto contento quanto imbarazzato per tutti i complimenti ricevuti. Ma il meglio è stata l’intervista finale, con domande e telecamera.

Alla fine un pullman di viaggiatori italiani in giro per l’Ecuador ha incrociato il suo viaggio con il mio in bici, in quel luogo cosi lontano e sperduto. Bello incontrarli, e vedere che anche noi ci siamo in giro, e non solo francesi e israeliani.
La discesa è un po’ lenta all’inizio, poi più divertente e veloce, lungo una trentina di km di valli e controvalli fino a Tulcan, la città perduta: l’ultimo paese d’Ecuador che, a parte il dollaro come moneta, mi è tanto piaciuto.

Qui ancora 15 km fino alla frontiera, dove grazie a una via preferenziale perché sono entrato nel paese da Zumba, salto la fila e ottengo il mio timbro d’uscita. Con anche quello d’entrata salgo su fino a Ipiales, a venirmi a prendere c’è Oscar, utente warmshower che mi accoglie nella sua casa con la sua famiglia. Ormai parte integrante della casa, c’è anche Alian, l’ennesimo cicloturista francese che ha iniziato a viaggiare in bici a 55 anni. È lì da una settimana e ha offerto vino e cena, io la colazione e tanta simpatia. Le ennesime belle persone da ricordare con cura.

Quando riparto sulla Panamericana per Pasto sono dopo 2 mesi di viaggio in Colombia. Ho sentito tanto parlare di lei, nel bene e nel male, e ora fino a Bogotà non vedo l’ora di farmi la mia di idea, sempre in bici, sempre sulle Ande ma con tutta un’altra musica.







Una risposta a In bici tra Ecuador e Colombia

  1. Corny ha detto:

    Ora capisco la tua grande euforia il mese scorso…..il succo di aloe…:-)

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