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La “Rampilonga” in bicicletta

Diari • di 5 Agosto 2016

rampilonga

La salita è sempre faticosa, riserva sempre sorprese: diviene interminabile, quando sulla carta viene indicato il dislivello, la lunghezza, la pendenza. Per questo motivo Sandro ed io vogliamo andare a vedere e provare la salita più impegnativa e lunga della “Rampilonga”. Una volta percorsa, domata e vinta, sai cosa ti aspetta ed è più facile… affrontarla. Perlomeno non la temi, non hai il timore di non farcela, ti sembra più corta, di tanto in tanto ti dici “già qui siamo?” e ti rincuori. In questa salita ti verrebbe voglia di mettere il piede a terra appena l’inizi. Incontri continuamente dei “muri” dove si è al limite del ribaltamento o quasi. Speri sempre in un attenuarsi della pendenza, invece è sempre molto ripida. Dietro ogni curva speri una spianata, ma un altro muro è in attesa. Guardi i chilometri, quanti ne mancano, senti le gambe indolenzirsi… tieni duro. Piano, piano, spingi, insisti, conti i minuti: ancora venti. Finalmente una casa, subito dopo una curva oltre la quale la strada scompare all’orizzonte, lasciando scorgere un apertura. Forse ci siamo, più o meno i chilometri ci sono, come pure il tempo. Ahimè! Dopo la curva, dopo la casa, la salita si inasprisce ed il fondo? Non ne parliamo… pietrisco tipo massicciata della ferrovia: pressoché impossibile rimanere in sella. Vista la stanchezza non rimane che scendere e spingere la bici, la velocità è la stessa. Circa due chilometri così, il valico ora è ben visibile, la cima è là dove arriva l’impianto di risalita, non nel punto in cui l’apertura dava l’impressione di un varco più in basso.

Quando si scala un monte, in prossimità della cima questa sembra sfuggire alla conquista, continuamente all’orizzonte una linea oltre la quale vedi solo cielo e ti dici “ci siamo, siamo al culmine, oltre c’è la discesa” appena sali ulteriormente scopri un’altra linea e un’altra ancora e ancora…” ma quando si arriva? “Ora è ben visibile la strada fino al punto di scollinamento. All’inizio di quest’ultima rampa un cartello: GPM 1000 mt. Beh! Ora si sale caricati…cosa sono mille metri? Nulla…già si vede il secondo cartello, quello dei cinquecento metri, la curva dove si prevede il valico, il punto di massima altitudine, oltre il quale…arriva la funivia, la strada spiana e, che bello!, un altro cartello 100 mt. Con furore, al limite delle forze, solo con la spinta psicologica, della fine delle fatiche, riesco a superare l’ultimo muro. E’ fatta! Transito tra le transenne del controllo. Finalmente ho superato l’ultima linea, la cima è MIA! Passo Lusia 2000 mt. circa.

Non è così bello, il cielo con i suoi nuvoloni, che di tanto in tanto ci aveva rinfrescato con qualche goccia, ci scarica addosso un acquazzone, costringendoci al riparo sotto la tettoia dell’impianto di risalita, dove tira un forte vento, freddo freddo. Con noi arrivano altri due “appassionati”. Loro sono muniti di mantellina e quant’altro possa dare conforto, in simili situazioni, parenti compresi. Noi…no: maglietta, pantaloncini corti, ne guanti, ne mantellina. Quanto freddo! Medito la discesa con la funivia. Non scende a Moena, escludo e batto i denti. La pioggia dura poco e si riparte. La discesa è tremenda, dopo i primi cinquecento metri, già difficoltosi per il fondo molto mosso e bagnato, dove a stento si riesce a frenare la bici, si imbocca una pista nera con pendenza del 22%. Mi terrorizzo, scendo dalla bici angosciato e spaventato, pentito di essermi cacciato in questa avventura, pensando a come sarà il resto del percorso, se non sia meglio rinunciare.
Ripreso la sella sotto il sedere ed i pedali sotto ai piedi mi accingo a scendere. La strada è carrozzabile, ma sempre bagnata e sdrucciolevole. Mi dolgono le gambe per la tensione a cui sono sottoposte, le mani non le sento ed ho il convulso.

Già qualcosa è cambiato nella mia testa: affronterò la gara, arrivare alla fine sarà una vittoria. Sì, pregusto la determinazione a sopportare la fatica e arrivare al termine, pronto ad affrontare quella paurosa discesa e altre, se sarà necessario, a piedi. Non mi importa camminare, voglio concludere, oltrepassare l’ultimo traguardo, udire il bip finale di questa avventurosa conquista.

Ora dopo la doccia, ripresi dall’angoscia, siamo contenti di aver “domato” quella salita, di conoscerla nei particolari, di sapere che ce la possiamo fare, perché sappiamo come attaccarla e vincerla. Già questo mi soddisfa e mi carica, facendo aumentare l’emozione per il giorno dopo. Il giorno della gara, una gara con me stesso, con nessuna velleità agonistica, con il solo obiettivo di divertirmi senza farmi male e di arrivare in fondo, pronto anche a fermarmi se la cosa dovesse andare oltre le mie possibilità psicofisiche. Ripasso mentalmente la salita accusandone il peso sulle gambe, preoccupandomi per il dispendio di energie. Chissà se per domani riuscirò a recuperare o se mi mancherà quel che ho speso oggi? Ma non ho spinto, sono andato tranquillo e così pure andrò domani. Sono contento, mi sento bene, anche se sento l’affaticamento piacevole di quel che ho fatto.

Vado a letto con questi pensieri e m’addormento subito. La luce del mattino mi sveglia che ancor il sole non ha varcato la soglia dei monti. M’affretto ad uscire. Innanzi a me le vette più alte riflettono i primi raggi solari e solare sono anch’io. Con la video camera in spalla salto sulla mia Fedelissima e mi avvio verso il parco partenza. La temperatura è bassa: dieci gradi circa, la sento sulle mani nude. C’è qualcuno al lavoro, qualche altro è appena uscito dal camper, ben coperto, ad osservare la giornata che promette bene. La zona è pressoché deserta, gli espositori stanno allestendo i loro stand. Gli addetti ai lavori si stanno organizzando disponendo i nastri che dovranno delimitare l’incolonnamento dei vari schieramenti, già ben definiti dalle transenne che formano i corridoi di avvio. Mi soffermo a osservare tutto ciò con emozione, pensando quando tutta la zona sarà gremita di persone, di partecipanti frementi con le mani sudate, strette al manubrio, pronti a scattare per guadagnare la posizione migliore in mezzo alla congestione della partenza. Cerco in qualche modo di fermare le immagini filmando, consapevole che non offriranno mai le sensazioni che sto vivendo in questo momento. Nel rientrare incontro numerosi partecipanti, percorrono avanti indietro la via principale nell’attesa del grande momento. Quando più tardi esco dall’albergo la strada è completamente invasa dalle persone, creando non pochi problemi al traffico. Sulla carreggiata, sul marciapiede: concorrenti, accompagnatori, amici, parenti. Con loro anche noi con le nostre “MISS”. Avanti indietro finché iniziano le partenze assistiamo al passaggio dei primi, salutiamo le nostre donne, dirigendoci nel grande prato antistante l’area di partenza.

Alle 10:30 circa entriamo nell’area di schieramento. Attraversiamo il cancelletto dove è posta l’apparecchiatura che rileva l’entrata tramite la cavigliera contenente il chip d’identificazione. Nel periodo di attesa un elicottero si leva in volo, il rombare del motore, tutta la folla, i colori, la voce dello spiker amplificata, la musica, mi emozionano enormemente inducendomi a una leggera commozione. In attesa mi concentro, rianalizzo la salita, metto a punto la strategia d’azione, decido la posizione.

Con Sandro abbiamo deciso di iscriverci come escursionisti, pur essendo titolari di licenza agonistica, per non trovarci in mezzo alla mischia degli scatenati. Nonostante questo ci troviamo ancora nell’affollamento. Mi trovo in centro, sia longitudinalmente che trasversalmente, mi devo portare a destra senza perdere posizioni, non me la sento di farmi passare da tutti quelli dietro e ce ne sono ancora molti… Sì! Sì! Va bene a destra, speriamo che all’imbocco della salita non si blocchino.

Il sole riscalda l’aria, comincio ad avere caldo, temo di essermi vestito troppo: guanti invernali, maglietta traspirante pesante, maglia da ciclista manica lunga invernale. Sembrerebbe eccessivo, ma vi assicuro, dopo l’esperienza di ieri, va più che bene. Infatti alla fine scopro che ho azzeccato in pieno, niente mi ha dato fastidio, nemmeno i guanti, che ho sempre indossato dall’inizio alla fine. In tasca il KW per la discesa. Osservando i monti a fianco, ed il fondo valle, mi ritorna alla mente la fatidica salita, che ancora sento nelle gambe, che tra poco dovrò riaffrontare con la certezza di superare, grazie anche al “mestiere” che in questi anni si è ben “incarnato”. Sì, non sarà facile vincere la tentazione di mollare, una tentazione che si fa sentire molto intensamente e fa desiderare il piacere di essere a casa. È un sentimento che nei momenti di grande fatica, magari accompagnato da qualche disagio, nasce prepotentemente inducendo a pensare una situazione migliore. Nel caso della fatica, del freddo, cosa c’è di meglio del calore umano?… beh!

Torniamo alla griglia di partenza, ancora pochi attimi, ecco alle 11 30 via!…si parte. Sfilando lungo il transennamento cerco le nostre “MISS”, dovrebbero fotografarci e filmarci: non le vedo. Le troveremo più avanti sulla strada. Devo ammettere che si son piazzate in un bel punto, dove non c’è confusione e riescono nell’intento. Imboccata la strada del passo San Pellegrino il pubblico è notevole, questo mi carica…emozionandomi nel vedere tutte queste persone che applaudono e salutano. Penso alla soddisfazione di qualche mamma, che con orgoglio vede transitare il figliolo che per giorni avrà parlato dell’evento, ed ora, lui, con entusiasmo transita innanzi agli occhi, di lei, inumiditi dalla commozione, applaudito, acclamato per l’impresa che si appresta a compiere. Mi immedesimo in questo figliolo e vivo di questi suoi sentimenti, con gioia mi approprio delle acclamazioni a lui dedicate, di quel orgoglioso applaudire della mamma. Un po’ lo invidio, lo invidio per quando arriverà e potrà raccontarle di tutti i momenti vissuti in questi quaranta chilometri più che sudati. La mia… mamma mi guarderà dall’alto ed io potrò solo un pensiero.

Già in queste prime rampe sento ansimare e non perdo l’occasione per fare battute, per dire cretinate del tipo: “un applauso per i “sciopai” (io compreso) oppure: “Sandro fai il percorso lungo o corto? “ sapendo che è unico, ma mi diverte sdrammatizzare creando confusione e qualcuno inizia ad interrogare. All’attacco del Lusia, la salita vera e propria, c’è già gente a piedi, addirittura qualcuno si ritira. E’ dura! vedere parecchi a piedi non aiuta, ma insisto, controllo l’ora, so che ne ho per un’ora e mezza, più che meno. Piano, piano, pedalata dopo pedalata, schivando a destra e a manca gli appiedati ci arrampichiamo. La spinta maggiore me la dà l’idea che a malga Pozza si scende, si va a piedi, almeno io. Ecco, ora penso di raggiungere quel punto, anche perché da li non manca molto… sembra già di esserci. Mi trovo a pedalare vicino ad una ragazza con un zaino bello pieno in spalla. Con piacevole ammirazione l’osservo, distraendomi dalla fatica, Così faccio un altro pezzetto.

Lungo questo tratto incontro degli sfortunati con le bici rotte. Mi prendo il lusso di superare qualche gioiello tecnologico dal valore dieci volte superiore al mio, qualcuno pure con problemi meccanici.
Da malga Pozza sono molti, quasi tutti, a piedi, tranne qualche temerario, che per non scendere, forse sta consumando le sue ultime energie per superare questo fondo disastrato, con grossi problemi di equilibrio, causa la velocità ridotta…a piedi è la stessa. E’ bello comunque vedere questo impegno quasi sovrumano, questa volontà irriducibile. Una ragazza sembra voglia mordere il manubrio pur di non scendere, fa una fatica enorme per girare i pedali, il suo sguardo è vitreo, i suoi occhi sembrano di una bambola, fermi, fissano avanti nel vuoto, ma insiste, penso farebbe meglio scendere e ritornare allo stato…umano. All’ultimo chilometro salgo in sella, perché voglio farmelo sto pezzo, sapere di esserci mi da la forza di raggiungere la linea del GPM, permettendomi anche uno scatto sugli ultimi cento metri. E adesso?…adesso c’è la terrificante discesa.

Dopo una trentina di metri con la bici di traverso riesco a buttarmi sul prato, superando la canaletta di scolo, scendo bene e veloce. Grazie al fondo asciutto la musica cambia, quello che ieri mi ha spaventato oggi mi diverte, dando ragione alla mia abilità. Il precipizio mi costringe sulla strada, sgretolata e profondamente solcata, per un breve tratto. Con destrezza dentro e fuori senza paura…ce l’ho fatta! Ultimo tratto sull’erba, supero parecchi concorrenti e mi conquisto il ristoro. Che bello! che bello! Che soddisfazione, mi rilasso, mi ristoro, son molto contento!! Mi piace questo momento di tranquillità, privo di ansie, dove ci permettiamo due chiacchiere con dei villeggianti Rodigini, che hanno pranzato e bevuto al rifugio. Ci chiedono, ci raccontano, ci fanno gli auguri per il proseguimento, compiacendosi con noi per l’impresa. La temperatura dei 2200 metri si fa sentire, invitandoci ad indossare il nostro “caro” Kw (che ieri non avevamo). Discesa per 10 km circa, questo indicava il cartello. Con prudenza mi lancio, la velocità è ben diversa da ieri, si va! molto bene, il fondo asciutto offre un’aderenza migliore che rassicura. Discesa divertente ed interminabile con dei punti critici, ben segnalati dal personale della croce rossa e dell’organizzazione, che merita i complimenti.

Il più è fatto, si fa per dire, salite ce ne sono ancora parecchie, ma non così impegnative. Questo scendere inebria, inebria transitare tra i boschi in mezzo a queste imponenti montagne, il piacere entra dentro…in profondità. Ed è soddisfazione! È soddisfazione dar strada a chi giunge più veloce e più coraggiosamente si lancia, divertito, in discesa. È soddisfazione superare i tratti molto sconnessi, dove la bici sobbalza ripercuotendo le vibrazioni sulle braccia e sulle gambe, rendendo impossibile il rallentamento. La velocità aumenta, con essa le vibrazioni, non resta che lasciare andare, in quel tratto, per poi riprendere il dominio del mezzo appena possibile. È soddisfazione raggiungere una bionda, probabilmente straniera, non giovanissima, robusta, su una bici biammortizzata… un bel pezzo di figliola. Raggiungerla e tallonarla, per osservare da vicino la sua abilità… e qualcos’altro, non permettendole di scappare, appena giunti sull’asfalto. Da quel momento non riuscirà più a mollarci, ci lascerà andare sui brevi tratti di dolce salita, per riprenderci nella successiva discesa. Ora il percorso è in falsopiano, una stradina sinuosa in asfalto segue la valle per condurci a Soraga. Un tratto divertente, dove trovo ancora energia per spingere con buon ritmo, mi diverte lasciare dietro qualcuno che mi aveva superato nella precedente discesa. La bionda ci accompagna e Sandro quando se la vede comparire davanti:

“Eh! No!“ con due pedalate la risucchia; allora lei cede e si mette tranquilla. Con questo balletto avanti, indietro, arriviamo al ristoro, che ci appare all’improvviso, dietro l’angolo, in un bel prato, sorprendendoci gaiamente. Anche questo è un momento di piacere, di grande piacere. Una decina di minuti spensierati: la mente vaga spazia ossigenandosi, lo spirito si eleva ed il corpo dimentica la fatica, preparandosi ad affrontare quel che manca. Il sole esalta i colori, i panni stesi al vento mi regalano un sentimento di serenità, di semplice estasi, nello scenario stupendo che si staglia nell’azzurro del cielo. La mia mente partirebbe, farebbe un viaggio fantastico tra gioia e amore per ciò che riesce a racchiudere, per i ricordi, per le storie che inventerebbe, ma ora non c’è tempo. Ritorno in sella e riparto. Qualcosa però mi ha riempito di dolcezza… sarà stata l’uva secca. Un passaggio su una passerella di legno sotto al ponte, sul piccolo torrente, ci costringe a scendere per la notevole inclinazione e per la curva ad angolo retto. Riconquistato l’asfalto e subito dopo il passaggio in mezzo alle case della borgata, la strada si inerpica aspramente, richiedendo ancora energia e volontà. Eh! Si! Volontà, se non c’è è difficile proseguire, ma questa volontà è data dal soddisfacente piacere di sentire le gambe spingere, seppur affaticate. È una grande spinta, un grande aiuto, guardare avanti, riflettere sul perché, rammentando lo spirito dell’impresa, su cosa riceverò concludendo. Così vince la volontà che supera la fatica. Mi guardo attorno, chiamo Sandro: è dietro di me, a pochi metri, lo attendo per fare qualche battuta. Qualcuno forse si infastidisce, qualche altro ride; mi dispiace per chi non apprezza, ma il buonumore, quando faccio queste cose, mi accompagna sempre. Il mio cuore sente di manifestare questa sottile gioia, che mi aiuta a vincere la forza di gravità.

A questo punto la pendenza aumenta, il fondo è molto accidentato e mosso, pietre che rotolano, solchi profondi: perché no? Scendo e faccio compagnia ad altri dicendo:
“È meglio non morire adesso!“ È solo una breve rampa, alla fin fine. Segue un tratto in costa, in mezzo al bosco, molto bello divertente, c’è pure il tempo per scambiare due chiacchiere con un mezzo tedesco, (presumo un bolzanino) entusiasta del percorso e della manifestazione. Sono piccole cose che riempiono l’anima, che ti fan sentire meglio, anche se già ti senti bene.

Da qui si passa alla discesa, una di quelle che piacciono a me, tra radici di pini e grossi sassi, in pratica una gradinata che richiede un andare serpeggiante, per cercare la traiettoria migliore. Mette a prova le doti di equilibrismo, talvolta devo mollare tutto e lasciarmi condurre dalla bici dove decide, pur di non mettere il piede a terra o cappottare in avanti, in caso di frenata. Appena possibile riprendo a governare il mezzo, decido io la traiettoria, mi diverto, mi piace questo balzare da un sasso all’altro, con variazione di livello notevole che posso superare soltanto volando, (salti anche di mezzo metro). Questo biscione davanti a me scende ripidamente, non permette di fermarsi: bello! Bello! E bello ancora! Anche perché non c’è velocità, almeno per me, quindi c’è solo il rischio di cadere con volo “limitato”, se così si può dire. Al termine di questo angusto corridoio, il sentiero si apre tra i prati, in costa alla collina, per giungere sulla strada. Ed è a questo punto che alla prima donna del pubblico (una decina di persone) lancio il mio: “Amore che bello trovarti qui!”. Questa, dopo il primo momento di sorpresa e smarrimento, scoppia a ridere divertita e mi saluta agitando la mano. Già, perché lanciato com’ero, in un battibaleno ho imboccato la salita successiva. Sosta al ristoro, ultimo come pure la salita e la passeggiata che invito Sandro a fare, tra le risate del pubblico.

Il sentiero si inerpica sulla collina, tra i prati in pieno sole.
Lui chiede:
“ Romeo scendiamo? “
” Ma scherzi, Sandro, non possiamo, siamo allo scoperto, la gente ci vede, che figura ci facciamo? “ due pedalate ancora e mi ricredo:
“Sandro…facciamo due passi per sgranchirci le gambe?” sono già a piedi, tra le risate delle persone sedute comodamente sull’erbetta verde. Io mi diverto anche in questo modo, non certo come chi ho visto fermo in discesa, con la testa appoggiata al manubrio, giunto allo stremo delle forze, ma con ancora il fiato per imprecare e brontolare, magari per lo scarso effetto delle…“bombe” ingerite, o di qualche altro che non ce la fa più, nemmeno a piedi: scivola, non riesce a spingere la bici, se non ci fosse appoggiato sopra cadrebbe a terra. Nonostante tutto è ancora la bici a “tirare”. Ho visto anche pezzi di scarpe ai bordi del percorso: ma è un massacro! Ora mi chiedo cosa sia meglio, posso rispondere per me. Certamente chi è in quelle condizioni non partecipava per arrivare in quattro o cinque ore, ma se lo trovo io senz’altro impiegherà quel tempo, se non di più. Beh! Beh! Ognuno fa quel che si sente, forse, o forse va oltre, imbrogliato dagli “additivi”.

Comunque sono all’ultima discesa, molto brutta, simile alla precedente, ma più veloce. Me la godo ancora e ancor di più quando entro trionfante nel prato, da dove son partito, per tagliare il traguardo. Il mio traguardo, il traguardo della gioia, il traguardo della soddisfazione. Scorro con lo sguardo il pubblico dietro le transenne, cerco la mia persona cara invano. Abbiamo anticipato di mezz’ora… Si! Concludiamo molto bene in quattro ore e trenta. Quindi le nostre MISS le incontriamo sulla via in direzione dell’arrivo, puntualissime all’appuntamento previsto… troppo forti! Bravi: Romeo e Sandro, siete stati bravi, nonostante la vostra l’età “ghe a gavè petada!” Bravi! Infatti è una grande soddisfazione aver concluso, sentirmi le gambe indolenzite ed il desiderio di riposare.

Così si è conclusa la mia RAMPILONGA: con gioia, felicità…le parole non bastano a descrivere i sentimenti ed il gran piacere interiore. Non smetterò di ripassare in rassegna ogni attimo, a partire dal giorno precedente sino all’ultimo istante, quando ho visto il prato dell’arrivo, dove mi sono lanciato con energia, con furore, per sfogare l’entusiasmo di aver concluso quest’avventura e di aver avuto la forza di vincere la fatica. Arrivare in fondo mi ha emozionato, mi sono commosso pensando che mi sarebbe piaciuto raccontare, a chi ora non c’è più, di questa mia impresa. Quasi mi sembra di sentire la sua voce che mi interroga, mi vedo lì a raccontare i particolari, soddisfatto. È un pensiero sovente, soprattutto quando mi sento in cuore la gioia di ciò che ho fatto. Ed proprio per questa gioia che lo faccio, questo è il mio premio, il premio più bello, più caro che mi possa essere dato. È un premio che non si esaurisce mai, il suo effetto è arricchire la mia persona, aumentando il benessere mio e degli altri… di tutti coloro che ne vogliono fruire.

Il dolore fisico-muscolare ricorda la fatica, penetra nel sangue per far rivivere continuamente la soddisfazione, che rimane fino all’esaurimento dell’indolenzimento.

FINE
lunedì 18 settembre 2000 by Romeo Boscolo







Una risposta a La “Rampilonga” in bicicletta

  1. Davide ha detto:

    Bellissima Romeo, un racconto che ti sembra di aver pedalato leggendolo

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