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Strade: se un morto ogni 2 ore e un ferito ogni 2 minuti non bastano

News, Rubriche e opinioni • di 5 Mag 2017

Periodicamente ci fermiamo a piangere l’ennesimo morto sulle strade italiane. Solitamente si tratta di un personaggio famoso, perché la gran parte dei 3419 morti e dei 246mila feriti l’anno (dato 2015) per incidente stradale non trovano generalmente spazio sulla stampa italiana, nemmeno quando si tratta di bambini (61 bambini morti solo nel 2016).

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Per comprendere la gravità della situazione basti pensare che probabilmente mentre state leggendo questo articolo un nuovo incidente stradale provocherà un altro morto da aggiungere alla strage quotidiana.
E periodicamente gli opinionisti della mobilità, di cui ho parlato in un mio precedente articolo, rilanciano nuove ed inutili soluzioni all’italiana, guarda caso sempre rivolte all’utente debole della strada. Muore un ciclista ogni 35 ore? Bene imponiamo casco e targa per i ciclisti. A parte il fatto che entrambe le soluzioni hanno dimostrato scarsi o controproducenti risultati ovunque nel mondo, dovremmo quindi imporre il casco anche ai pedoni, visto che ne muore uno ogni 14 ore?

La realtà è un’altra: lo stato italiano ancora non ha affrontato e continua a non affrontare seriamente la questione principale, quella della sicurezza stradale, imputando anche attraverso l’informazione quotidiana la colpa dell’incidentalità al fato, all’utente debole, a fantomatici “pirati della strada” o a veicoli che perdono il controllo (sigh), piuttosto che a chi dovrebbe gestire e governare la mobilità.

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Milano, schianto mortale in viale Monza

Milano, schianto mortale in viale Monza

La realtà è che sulle strade italiane muore una persona ogni 2,5 ore (e rimane ferita una persona ogni 2 minuti), indipendentemente che si tratti di un pedone, un ciclista, un automobilista o un passeggero (nel 2015 per intenderci sono morti 601 pedoni, 250 ciclisti e 2568 automobilisti/passeggeri).

I dati raccontano di una strage quotidiana (10 morti al giorno), che ci riguarda tutti, indipendentemente da come abbiamo deciso di spostarci, e di cui nessuno parla.

E come dimostrano tutte le statistiche, la principale causa dell’incidentalità è la velocità dei veicoli motorizzati.

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Spazio di frenata e di arresto in base alla velocità del veicolo (Grafica Anna Iori)

E’ per questo che i paesi che hanno affrontato seriamente la questione ormai da più di 40 anni, hanno imposto ovunque limiti di velocità a 30Km/h nelle aree residenziali, hanno implementato nuove aree pedonali, hanno riqualificato le proprie strade mettendo al centro le persone, e non ultimo hanno aumentato costantemente i controlli di velocità, anche in ambito urbano.

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Il caso di Chambery (Francia) - L’introduzione delle zone 30 su tutto il territorio urbano ha dato risultati eccellenti per quanto riguarda la sicurezza: tra il 1979 e il 2002, gli incidenti stradali con danni alle persone sono passati da 453 a 53 e il numero di feriti e morti è sceso da 590 a 65, secondo un trend di riduzione costante.

Il caso di Chambery (Francia) – L’introduzione delle zone 30 su tutto il territorio urbano ha dato risultati eccellenti per quanto riguarda la sicurezza: tra il 1979 e il 2002, gli incidenti stradali con danni alle persone sono passati da 453 a 53 e il numero di feriti e morti è sceso da 590 a 65, secondo un trend di riduzione costante.

Soluzioni queste che, pur avendo dimostrato con i dati l’efficacia nella riduzione dell’incidentalità, in Italia o non vengono ancora attuate con professionalità (zone 30) o addirittura vengono proibite dai tecnici del Ministero (controlli elettronici della velocità in ambito urbano, solo per fare un esempio).

Ma ci sarà mai un responsabile del fatto che l’Italia sia uno dei paesi europei che meno ha ridotto l’incidentalità in ambito urbano?

Ci ripetono continuamente che non ci sono le risorse per fare le zone 30 e per migliorare la sicurezza delle strade, eppure per questa strage quotidiana lo stato spende ogni anno 18 miliardi di euro (dato 2015). Mentre stati come l’Inghilterra e la Norvegia hanno recentemente investito più di un miliardo di euro per favorire la mobilità pedonale e ciclabile in ambito urbano.
In Italia invece sono stati recentemente stanziati “pochi” milioni di euro per le ciclovie nazionali, ma ancora nulla è stato fatto per la sicurezza stradale, per comunicare una cultura del traffico differente, e la riforma del Codice della strada è ferma da tempo in Parlamento.

Dobbiamo pretendere la fine di questa strage quotidiana e interventi seri sulla causa principale dell’incidentalità: la velocità. E non si tratta di una battaglia tra gli utenti della strada come vogliono farci credere, bensì di un’alleanza a favore della sicurezza e della vivibilità della strada come spazio pubblico.
Pretendiamo la modifica del Codice della Strada adeguandolo a quello degli stati che maggiori risultati hanno ottenuto in termini di riduzione dell’incidentalità, pretendiamo limiti di velocità a 30Km/h in tutte le aree residenziali, pretendiamo seri investimenti per una mobilità realmente sostenibile, che riguardino in primo luogo pedoni, ciclisti ed utenti del trasporto pubblico.
Pretendiamo città delle persone… pretendiamo di non morire ogni 2,5 ore.

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