“C’è di mezzo il mare”: perché rileggerlo

29 Agosto 2017

Tremenda l’attualità del libro di Scarabelli. Un viaggio senza eroismi in un ancor più difficile “Albhr Alabid Almutwasi (il nome arabo del Mediterraneo)”. Un approccio istintivo, fatalista e onesto, dove il coraggio è alla Buxbaum solo “la paura che ha recitato le sue preghiere”. “Non mi sono mai sentito sicuro di portare a termine questo viaggio”. I cani randagi (“supplizio ciclistico universale”), “quella cosa che fa rima con adenoidi ma si trova da tutt’altra parte”, “i furti, gli incidenti, i virus intestinali. Difficoltà oggettive o presunte tali. Ma poi c’erano quelle soggettive […] Cosa mi avrebbe scavato la solitudine”?

Un viaggio alla scoperta di ciò che ci unisce e ci divide dal nostro alter ego al di là del mare. Tra un passato di cui vantarsi (vestigia romane) e un altro “che nessuno ha troppa voglia di ricordare” (colonialismo fascista), c’è un presente immigratorio che nel lontano 2007, anno di pubblicazione, l’autore del libro poteva solo intravedere. “Sono immigrati clandestini. Sono tutti giovanissimi, abbastanza malconci […].
Quando sono partiti per la Spagna? E quanto ci sono rimasti? E cosa hanno combinato laggiù, hanno rubato, spacciato droga, sfruttato prostitute, ucciso qualcuno? Magari non hanno fatto niente. Magari, in Spagna, ci sono andati anche controvoglia e se ne sarebbero rimasti volentieri a casa loro, se soltanto avessero potuto, con le loro famiglie, le loro mogli e i figli, che sicuramente avranno già anche se sono tutti più giovani di me”.

Il fenomeno dell’immigrazione nel vecchio continente fa comodo a molti, abbatte il potere della negoziazione sindacale, contrae i salari, crea il business del caporalato che a sua volta produce materia prima a basso costo, depista l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi sociali più profondi. La gestione, razionale, efficiente, del fenomeno sembra essere più importante della sua soluzione. “Faccio il gregario a Daniela, il mio capitano damasceno, in missione per il suo progetto di cooperazione mirato a contrastare la fortissima ondata migratoria […]: corsi di alfabetizzazione, un centro medico e, soprattutto, un gregge di pecore per creare microreddito”. “Nella valle della Bekaa c’è una cooperativa operosa [che] produce succhi di frutta, conserve di melanzane, foglie di vite ripiene e altre squisitezze libanesi. I suoi prodotti sono preparati con le ricette della nonna ma hanno la certificazione biologica di standard europeo”.

Rimane una dimensione interiore del viaggio molto forte, l’urgenza di un cambiamento interiore, che prescinde da discorsi geopolitici. Quello che puoi fare tu, qui e ora. Perché se il viaggio (indotto o voluto) è uno strappo del proprio sé (lavoro, famiglia ecc.) che si sobbarca “il peso di un sogno, di una libertà”, l’alterità è un’occasione che bisogna saper cogliere.

Mediterraneo eremitico ed ermeneutico quello di Scarabelli, spazio del confronto come soluzione all’antitesi incontro-scontro. “Io sono entusiasta dell’Algeria, Kamel molto meno dell’Italia. Non gli piace il freddo, il cibo, il razzismo di cui si sente circondato nei cantieri in cui lavora. Non gli piacciono le case piccole e, soprattutto, non gli piace la mentalità dei suoi compagni di lavoro. Non dipendere da nessuno, voler fare dei soldi, essere autosufficienti. È un pensiero che in Algeria non esiste perché la comunità è tutto. E nessun giovane sognerebbe mai di voler vivere, da solo, in un appartamento […]. Sono quasi due giorni che siamo assieme in un tunnel di parole che ci ha portato da Algeri a Milano, da casa sua a casa mia. Abbiamo idee molto diverse, ce lo siamo detto, siamo andati avanti e, alla fine, siamo arrivati insieme”.

Non mancano poi nel libro momenti davvero esilaranti, come quando in un hammam in Marocco, il custode “alludendo al fatto che non sono circonciso, mi fa segno della forbice con le dita. Grazie, sto bene così!”. O negli escamotages per sopperire alla totale inesistenza della carta igienica in Egitto e in Libia, o negli sprazzi di agonismo riservati al breve e divertente “ingarellarsi” con Ivandrago, estone “chiassoso e decisionista”, che “ha un opinione su qualunque cosa e ci tiene che tutti ne siano al corrente”.

“C’è di mezzo il mare” è un viaggio a pedali emozionante, senza pretese sciamaniche alla Claude Marthaler. È una lente d’ingrandimento su un Mediterraneo come opportunità e pericolo. È un racconto di incontri,
programmati e imprevisti, piacevoli e difficili. E poi, c’è di mezzo un amore promesso…

C’è di mezzo il mare. Viaggio in bicicletta intorno al Mediterraneo (Altre terre) di Scarabelli, Matteo (2007) Tapa blanda

Corso correlato

Masterclass in Meccanica Ciclistica
1.799
Acquista
Meccanica Base 1
199
Acquista
Lascia un commento

Iscriviti alla nostra newsletter

Ricevi il meglio della settimana via mail.

Iscriviti