Coronavirus e bici, una questione di buonsenso

11 Marzo 2020

Da quando è entrato in vigore il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 9 marzo 2020 che limita gli spostamenti su tutto il territorio nazionale come misura estrema e necessaria per contenere il rischio di diffusione e contagio del Coronavirus, in molti si sono interrogati sull’effettiva possibilità o meno di andare in bicicletta.

Se da un lato il DPCM non vieta espressamente di farlo – in quanto gli spostamenti per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute e rientro presso il proprio domicilio sono ammessi con qualsiasi mezzo e anche “lo sport e le attività motorie svolti all’aperto sono ammessi esclusivamente a condizione che sia possibile consentire il rispetto della distanza interpersonale di un metro” – dall’altro è evidente che si tratta principalmente di una questione di buonsenso e chi utilizza la bici come mezzo di spostamento per recarsi a fare la spesa o andare al lavoro può continuare a farlo limitando il più possibile l’esposizione a rischi (che però, come purtroppo ben sappiamo, sono sempre dietro l’angolo).

Sui social si sono aperte molte discussioni a riguardo, quindi è bene fare chiarezza almeno su un punto: andare in bici per allenarsi è consentito soltanto ai ciclisti professionisti e a chi si sta preparando per i Giochi Olimpici, tutte le altre uscite cicloturistiche e/o cicloamatoriali classificate come “spostamenti non necessari” sono di fatto vietate.

Proprio ieri in provincia di Cuneo un gruppo di cicloamatori è stato fermato e multato per non aver rispettato il DPCM che limita la libertà di spostamento per salvaguardare la salute pubblica.

Anche il commissario tecnico della nazionale di ciclismo Davide Cassani ha postato su Facebook un messaggio invitando gli amatori a restare in casa e pedalare sui rulli, perché la situazione non va presa sottogamba e in questo momento bisogna evitare di esporsi a situazioni di pericolo e rispettare scrupolosamente le norme in vigore per scongiurare il rischio pandemia.

“Ma se vado a farmi un giro in bici al parco o una sgambata in aperta campagna senza incontrare nessuno a chi do fastidio?”.

Questa domanda, formulata più o meno nello stesso modo da molte persone diverse, rimbalza da qualche giorno sulle bacheche social, sui gruppi di ciclisti amatoriali ma anche tra la associazioni di promozione della mobilità sostenibile e per la sicurezza stradale: si tratta di una questione di buonsenso, il divieto per tutti gli “spostamenti non necessari” – cioè quelli che non rientrano nelle fattispecie esplicitate nel DPCM – di fatto vieta le lunghe pedalate ricreative.

D’altra parte, con gli ospedali già messi a dura prova dal numero di pazienti contagiati e ricoverati, una caduta accidentale in bicicletta – anche se si pedala da soli, in mezzo alla natura, senza incontrare nessuno – costituisce un potenziale pericolo che il nostro Sistema Sanitario Nazionale non si può permettere in questo momento in cui tutti gli sforzi e le risorse devono essere indirizzate per affrontare e risolvere l’emergenza Coronavirus, per superare la crisi e ripartire.

Prevalga il buonsenso ciclabile: ora mettiamo il piede a terra e limitiamoci agli spostamenti strettamente necessari; passata l’emergenza potremo tornare a pedalare quanto e più di prima, ovunque vogliamo e con il solo limite dell’orizzonte, all’insegna della libertà che la bici ci ha insegnato a coltivare una pedalata dopo l’altra.

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