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L’ebike da 1.000 km con una ricarica: vediamoci chiaro

L’ebike da 1.000 km con una ricarica: vediamoci chiaro
Evol Bike, questo modello in commercio in Giappone monta questa tecnologia

L’autonomia è ancora oggi il vero punto sensibile delle ebike. Non tanto nei tragitti quotidiani, dove 60 o 80 chilometri sono più che sufficienti, quanto nell’immaginario di chi sogna viaggi lunghi, traversate, libertà totale senza l’ombra di una presa di corrente. È proprio su questo terreno che dal Giappone arriva una proposta destinata a far discutere: una bici elettrica capace, almeno sulla carta, di percorrere fino a 1.000 chilometri con una sola ricarica.

Il sistema si chiama Feremo ed è stato sviluppato da Taiyo Yuden, azienda storica dell’elettronica nipponica, nota per aver contribuito negli anni Ottanta alla nascita dei CD registrabili insieme a Sony e Philips.

Oggi quel patrimonio tecnologico viene applicato alla mobilità elettrica leggera, con un obiettivo chiaro: ridurre drasticamente la dipendenza dalla ricarica esterna.

Non è una questione di batteria più grande

La prima sorpresa riguarda proprio la batteria. Non parliamo di accumulatori giganteschi o di soluzioni fuori scala: la capacità dichiarata è di poco superiore ai 300 Wh, un valore in linea con molte ebike urbane. Questo significa che il segreto non sta nell’aumentare il peso o l’ingombro, ma nel modo in cui l’energia viene gestita.

Tecnologia Feremo frenata rigenerativa ricarica ebike

Il sistema Feremo si basa su tre elementi: un motore ad alta efficienza, una batteria relativamente compatta e soprattutto un controller evoluto che regola in modo continuo i flussi energetici. È qui che entra in gioco la parte più interessante della tecnologia.

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La discesa diventa una fonte di energia

Il motore è collocato nel mozzo della ruota anteriore, una scelta che oggi può sembrare controcorrente rispetto ai motori centrali, ma che in questo caso ha una funzione precisa. Quando il ciclista frena o semplicemente lascia scorrere la bici in fase di rallentamento, il motore si trasforma in generatore, recuperando energia cinetica e rimandandola alla batteria.

Fin qui nulla di totalmente nuovo: il principio della rigenerazione è già noto nel mondo delle auto elettriche e, in misura minore, anche su alcune ebike. La differenza sta nella gestione della discesa. Il ciclista può impostare una velocità costante e il sistema la mantiene automaticamente, modulando l’azione del motore. In pratica, la bici controlla la velocità in modo attivo e contemporaneamente produce energia.

Secondo Taiyo Yuden, il livello di rigenerazione ottenuto in questa fase sarebbe sensibilmente superiore rispetto ai sistemi tradizionali. Questo significa che in percorsi con saliscendi frequenti, come quelli tipici di molte aree giapponesi ma anche di tante zone europee, il contributo della rigenerazione potrebbe diventare davvero significativo.

Il cervello invisibile: l’algoritmo che lavora 24 ore su 24

Dietro il sistema Feremo non c’è soltanto un motore efficiente o una buona capacità di recupero in discesa. C’è soprattutto un algoritmo proprietario che gestisce in tempo reale ogni flusso energetico della bici. È questo il vero salto tecnologico.

Il controller sviluppato da Taiyo Yuden utilizza un sistema di calcolo continuo che analizza velocità, pendenza, fase di frenata, livello di assistenza selezionato e stato della batteria. In base a questi parametri, l’algoritmo decide quanta energia recuperare, quanta erogarne e come mantenere la velocità impostata in discesa nel modo più efficiente possibile.

Non si tratta quindi di una semplice rigenerazione “passiva”, ma di una gestione attiva e predittiva dell’energia. In pratica, la bici non si limita a recuperare elettricità quando può: ottimizza costantemente il bilancio tra consumo e ricarica, riducendo sprechi e migliorando l’efficienza complessiva del sistema.

È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale applicata alla mobilità leggera: un software che apprende dalle condizioni di utilizzo e lavora in modo continuo per mantenere la batteria nel range ottimale, senza interventi da parte del ciclista.

Autonomia variabile, ma numeri molto interessanti

I dati dichiarati parlano chiaro, anche se vanno sempre letti con attenzione. In modalità Eco, l’autonomia può arrivare fino a 1.000 chilometri, secondo un ciclo di misurazione conforme agli standard giapponesi. Passando a un livello di assistenza intermedio, la percorrenza stimata si colloca tra i 200 e i 500 chilometri, mentre con assistenza massima si scende intorno ai 100 chilometri.

Va detto che i 1.000 chilometri sono ottenibili solo in condizioni favorevoli e con supporto elettrico ridotto, ma resta il fatto che anche i valori intermedi superano ampiamente la media attuale del mercato. E i 100 chilometri in modalità più potente rappresentano comunque un dato in linea con le migliori ebike di oggi.

Più sicurezza, meno stress per i freni

Un aspetto interessante riguarda la sicurezza. Le ebike, essendo più pesanti delle biciclette tradizionali, sottopongono l’impianto frenante a maggiori sollecitazioni, soprattutto in discesa. Con il sistema Feremo, parte della decelerazione viene affidata al motore stesso, che contribuisce a rallentare il mezzo mentre recupera energia.

Questo potrebbe tradursi in minore usura dei freni e in una gestione più stabile della velocità nei tratti in pendenza. La cosiddetta “discesa controllata” non è quindi solo una soluzione per aumentare l’autonomia, ma anche un modo per rendere la guida più fluida e prevedibile.

Prezzi e modelli: in Giappone si parte da 1.000 euro

La tecnologia è già stata adottata da tre marchi giapponesi – Chacle, Maruishi Cycle ed Evol Bike – che propongono modelli urbani e mountain bike equipaggiati con il sistema Feremo. In Giappone i prezzi si collocano tra i 1.000 e i 1.300 euro, una fascia che, se confermata anche in altri mercati, renderebbe questa innovazione particolarmente interessante.

Ebike Re-Bike di Chacle viene venduta in Giappone

Taiyo Yuden ha presentato ufficialmente il sistema al CES di Las Vegas, ma i test su strada sarebbero in corso da oltre un anno. L’idea di fondo è quella di contribuire a una mobilità a basse emissioni più efficiente e meno dipendente dalla rete elettrica.

Un cambio di paradigma possibile?

È ancora presto per capire se i 1.000 chilometri diventeranno un dato realistico nell’uso quotidiano o resteranno un valore di laboratorio. Tuttavia, il concetto alla base del progetto è chiaro: non aumentare semplicemente la capacità della batteria, ma migliorare l’efficienza complessiva del sistema.

Se questa strada si dimostrerà valida, potremmo assistere a un’evoluzione importante nel mondo delle ebike, dove l’autonomia non dipenderà più soltanto dai wattora dichiarati, ma dalla capacità della bici di recuperare e gestire l’energia lungo il percorso.

E a quel punto l’ansia da ricarica, più che un limite tecnico, potrebbe diventare un ricordo del passato.

[Fonte]

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Commenti

  1. Fabio ha detto:

    Ma quanto è bello andare piano in discesa!!! I ciclisti invece non vedono l’ora di arrivare in cima a qualcosa per poi andare a velocità folli in discesa.

    [Questo commento è stato moderato prima della pubblicazione – Bikeitalia.it]

  2. Paolo ha detto:

    Io ho una ebike autocostruita com motore anteriore.
    Nelle salite su sterrato o bagnato diminuendo la potenza ed aumentando il proprio contributo muscolare che agisce sulla ruota posteriore, la bici diventa di fatto una 2×2 che risulta molto stabile e migliora i consumi.
    Ovviamente in discesa bisogna prestare più attenzione, ma se la ruota anteriore fermasse sfruttando la rigenerazione probabilmente avremo un effetto ABS.
    Concludo auspicabile la soluzione proposta però solo x bici Strada e gravel leggero.
    Per mtb non adatta anche perché nelle discese tecniche la frenata rigenerativa sarebbe poco efficace e sicura.

  3. Valter Violi ha detto:

    Si, è strano che il motore sia davanti. la manovrabilità della è bike ne sarà compromessa ?

  4. Rino Cesare ha detto:

    il motore frenante che genera energia, sicuramente crea un vantaggio enorme, sia su risparmio dei ferrodi, sia su una produzione di energia..
    Laddove la salita richiede maggior energia, la discesa recupera parte dell’energia consumata maggiormente in discesa. Non appena arriverà la vendita in Italia sarei interessato all’acquisto.

  5. Rino Cesare ha detto:

    Perfetto..Certo che un motore a trazione anteriore per una eBike non sarebbe l’ideale visto che in salita la ruota slitterebbe avendo maggior peso su quella posteriore..
    In discesa andrebbe meglio sicuramente sulla ruota anteriore…ma preferirei il motore su quella posteriore.

  6. paigam ha detto:

    Resta il fatto che se il motore anteriore rigenera, per cui ha una azione frenante, in una discesa in curva col ghiaino, il ciclista avrà un incontro ravvicinato con la strada. Mi domando perché piazzare il motore nel mozzo anteriore…

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