Sabato 11 aprile finisce il Giro dei Paesi Baschi che il giovane talento francese Paul Seixas sta dominando
Quando un ragazzo di 19 anni tiene la ruota di Tadej Pogačar alla Strade Bianche, attacca in solitaria per 40 chilometri all’Ardèche Classic e vince la cronometro di apertura dell’Itzulia Basque Country*, la tentazione è quella di parlare di talento puro, di predestinato, di fenomeno. E in parte è tutto vero. Ma Paul Seixas è anche qualcosa di più preciso: è la dimostrazione che il “sistema Decathlon” funziona.
Il talento di Seixas è solo la punta scintillante di un iceberg che da anni si muove silenzioso sotto il pelo dell’acqua. Decathlon, prima come sponsor e oggi come proprietario della squadra che porta il suo nome, ha costruito una filiera di sviluppo che ha pochi paragoni nel ciclismo europeo contemporaneo.
Tre maglie, un solo obiettivo
Il sodalizio è attivo su tre livelli: la squadra WorldTour, una formazione Development con dieci corridori, e la Decathlon AG2R U19, un team juniores di 15 atleti. Non è un dettaglio organizzativo: è una scelta strategica dichiarata. Il Development Team e il Junior Team sono centrali in questa strategia, che riflette il desiderio della squadra di crescere dall’interno, preparare i campioni di domani e plasmare il futuro del ciclismo.
Il risultato più eloquente di questo sistema si misura in un dato semplice: tre delle ultime cinque edizioni del Giro della Lunigiana, la corsa a tappe di massimo livello per gli juniores, sono state vinte da atleti della formazione di sviluppo Decathlon AG2R: Leo Bisiaux, Paul Seixas e Seff Van Kerckhove.
Il percorso di Seixas
Paul Seixas nasce a Lione il 24 settembre 2006. Professionista dal 2025, nello stesso anno vince il Tour de l’Avenir. Ma la sua storia con Decathlon comincia prima, dalle categorie juniores, passando per la squadra U19 del team. Seixas passa dalla formazione U19 direttamente al WorldTour, dopo aver vinto il mondiale juniores a cronometro, un percorso insolito, che testimonia la fiducia riposta in lui dalla squadra.
A dieci anni la sua comprensione tattica del ciclismo superava quella di molti adulti del settore. Nel processo di crescita, Seixas è passato attraverso il ciclocross: un’esperienza formativa che gli ha permesso di affinare le capacità di guida e gestione del mezzo anche in situazioni critiche.
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2026: l’anno della consacrazione
Il 2026 è l’anno in cui tutto esplode. Prima vittoria da professionista con un arrivo in quota all’Alto da Foia durante la seconda tappa del Tour dell’Algarve, il 19 febbraio. Poi la vittoria all’Ardèche Classic, con 40 km di fuga solitaria. Alla Strade Bianche, solo Pogačar si rivela più forte di lui.
Due tappe, due segnali fortissimi al gruppo: il ciclismo sta cambiando volto. I favoriti inseguono, il giovane francese detta il ritmo. All’Itzulia Basque Country arrivano altre vittorie, nella cronometro d’apertura e in tappa, con Roglic che insegue.
La squadra gestisce la crescita con attenzione deliberata. Il direttore sportivo Sébastien Joly spiega la logica: “Paul disputerà la sua seconda stagione nel WorldTour, l’idea è quella di proporgli un calendario equilibrato consentendogli al contempo di progredire confrontandosi con i migliori al mondo”.
Il peso di un’attesa lunga quarant’anni
Senza un campione del Tour de France dalla vittoria di Bernard Hinault, con quattro decenni di frustrazioni accumulate e i progetti di Jalabert, Virenque, Bardet, Pinot o Péraud sepolti dalla pressione, la Francia vede in Seixas qualcosa che supera il ciclismo. Marc Madiot, team principal della Groupama-FDJ, rivale storica, ha sentenziato: “Seixas possiede qualcosa che gli altri non hanno, è già oggi tra i cinque o sei corridori più forti del mondo”.
Trattenere il campione: la prossima sfida
Il sistema ha funzionato. Ora arriva la parte più complicata. Diverse fonti indicano che Seixas starebbe richiedendo un salario annuale tra 5 e 7 milioni di euro per rinnovare con Decathlon, una cifra astronomica per un corridore della sua età. Il mercato, UAE Team Emirates in testa, che avrebbe già avviato contatti con Nino, il fratello minore, osserva con interesse.
Per restare competitivi, Decathlon CMA CGM starebbe valutando il trasferimento della licenza in Svizzera dal 2027, per superare i vincoli fiscali della legislazione francese che impone versamenti contributivi del 40-45% sugli stipendi dei corridori. Un cambiamento strutturale per proteggere un investimento che si chiama Paul Seixas.
L’Italia guarda, ma non investe
C’è un paradosso che vale la pena analizzare, soprattutto da questo lato delle Alpi. L’Italia è il paese del ciclismo. Le bici più ambite al mondo escono da Treviso, Vicenza, Bergamo.
L’abbigliamento tecnico che veste i campioni di tutto il mondo viene cucito in Veneto e in Lombardia. Gli accessori, i componenti, le scarpe: gran parte dell’industria che muove miliardi nel ciclismo globale ha radici italiane.
Eppure, nessuno dei grandi marchi dell’industria ciclistica italiana ha mai scelto di investire in modo strutturato nello sviluppo dei talenti, costruendo una filiera dalla categoria juniores fino al WorldTour come ha fatto Decathlon.
Non c’è mai stato un progetto di sistema, una visione a lungo termine che legasse l’industria del prodotto allo sviluppo dell’atleta con un team Italiano, anche quando i tempi erano migliori di oggi e i soldi giravano, è mancata la lungimiranza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia non produce più campioni ma li forma per caso, non per disegno. E quando un talento emerge davvero, spesso lo fa nonostante il sistema, non grazie a esso.
Nessun giovane italiano viene monitorato, selezionato e inserito in una filiera strutturata da un brand che ci mette il nome e i soldi sopra con una visione decennale.
Decathlon non è un’azienda di ciclismo. Vende scarpe da tennis, tende da campeggio e palloni da basket. Eppure ha capito prima dei produttori di bici italiani che il ciclismo è anche, forse soprattutto, un investimento in capitale umano.
Ricordo che Colnago, prima dell’arrivo di Pogacar, era un marchio con pochissimo appeal se non per i più nostalgici del marchio. Oggi è tra le bici più desiderate al mondo.
Ché il campione del futuro non si compra quando è già formato: si coltiva quando ha sedici anni e nessuno sa ancora chi diventerà.
Finché in Italia non emergerà un soggetto disposto a ragionare in questi termini, industriale, federale o misto che sia, il prossimo Seixas con il cognome italiano resterà una speranza affidata alla fortuna.
E la fortuna, come insegna Decathlon, non è una strategia.
*[Fonte]





















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