Educare le giovani generazioni, perché la strada diventi un posto dove c’è spazio e rispetto per tutti. Luca Valdiserri, giornalista che ha perso suo figlio Francesco, vittima di una ragazza ubriaca che l’ha investito, ha ricevuto ad aprile il Premio Fiab Italia 2024, per il suo impegno educativo nel contrasto della violenza stradale. E spiega cosa dovremmo fare, tutti, ogni giorno.
Ci sono dolori che possono schiantarci. La perdita di un figlio è un lutto devastante per un genitore, così innaturale e ingiusto, un evento che ferisce profondamente una famiglia. Ma quando muore un diciottenne che sorrideva alla vita con tanti talenti e passioni, è tutta la società civile che piange.
Soprattutto se questo ragazzo stava semplicemente camminando su un marciapiede, con un amico, su una strada di Roma, la mente ai suoi progetti, alla musica e al futuro. E la sua morte è causata da una ragazza poco più grande di lui, che andava a velocità troppo elevata, con un tasso alcolemico nel sangue tre volte superiore al limite, positiva ai cannabinoidi, al volante di un’autovettura vecchia e non sicura.
Il ragazzo che ha perso la vita nell’ottobre 2022 è Francesco Valdiserri. La guidatrice, Chiara Silvestri, è stata condannata per omicidio stradale a 5 anni di carcere. La vita dell’uno stroncata, quella dell’altra rovinata dal peso delle sue scelte folli. Perché per Chiara mettersi al volante nelle sue condizioni è stato un gesto criminale “contro la comunità e anche contro se stessa”, secondo gli atti del processo. Poi c’è il dolore immenso di chi resta senza un figlio, un fratello, un amico.
L’impegno di chi rimane
I genitori di Luca sono due giornalisti, Paola Di Caro e Luca Valdiserri. Con la loro figlia Daria hanno deciso di reagire, di trasformare il dolore in impegno, portando avanti una campagna per l’educazione stradale. Si rivolgono a tutti, soprattutto ai giovani, per evitare che una tragedia come quella che ha colpito la loro famiglia si ripeta. Parlano di sicurezza e tutela della vita, stimolano la nostra consapevolezza.
Il premio a Luca arriva da un’associazione di persone che amano la bici, perché la strada è di tutti, ciclisti compresi, e chi pedala non ha un guscio di lamiera a proteggerlo. I ciclisti rischiano la pelle e tragicamente a volte la perdono, a causa del comportamento di chi guida auto, mezzi pesanti e a motore. Le cronache sono piene di incidenti, anche mortali, nelle grandi città e nelle strade della provincia.
La protesta da rinnovare
«Sono entrato nel mondo delle associazioni che lottano per la sicurezza sulle strade per necessità» racconta Luca Valdiserri. «Non è che non ne sapessi nulla. Sono del ’63. Da ragazzi pensavamo che certi temi, come l’ecologia, sarebbero esplosi nel tempo. Siamo la generazione che ha visto l’Icmesa, Chernobyl, Fukushima… Temi fortissimi, all’epoca. Eppure siamo andati avanti così, negli anni.
Le proteste sono rimaste a una nicchia. Anche adesso, chi si ribella, i pochi giovani, sono considerati fanatici o terroristi. Alcuni tipi di protesta sono oggetto di repressione. I problemi sono sempre quelli e non ci avviamo a una soluzione. Grazie a mio figlio ci siamo avvicinati al movimento Fridays for future. Il suo liceo, il Socrate di Roma, è una delle scuole green, che ha dato più spazio al 15° obiettivo di sostenibilità dell’Onu: proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre. La pandemia ha smorzato tutto, si è persa la spinta. Meno impegno nelle scuole, compreso quello per l’educazione stradale. Eppure per le strade è una strage, è importante informare. Invece in Italia un’emergenza ne segue un’altra e la oscura. Viviamo in uno Stato in cui le emergenze non si affrontano. Si cambiano, come vestiti».
Azioni concrete per l’educazione stradale

«Non vogliamo che Francesco diventi un simbolo dell’educazione stradale tout court. Abbiamo deciso di legare il discorso dell’educazione stradale alle sue passioni: musica, teatro cinema, collaborando con l’Associazione italiana Familiari e Vittime della Strada Aps. Siamo partiti con una tre giorni al liceo di Francesco, che comprendeva vari eventi, un format che abbiamo chiamato “Prevenire, educare e sensibilizzare”». L’azione di sensibilizzazione non si limita a discorsi. Include concerti, un concorso per cortometraggi, la collaborazione con l’Università Roma 3 e con la Rino Gaetano Band (Rino è morto in un incidente stradale), che ha un vasto pubblico, la presenza alla città dell’Altra Economia, nell’area recuperata dell’ex-mattatoio, a Roma. Iniziative che richiamano soprattutto giovani.
Le cause e i pericoli
Per Luca ogni comportamento diventa importante. «Lo vedo io stesso. Ora il mio modo di guidare è tre volte più attento di prima. Perché oggi ci sono più pericoli. È aumentata l’aggressività in strada. Il numero delle auto è sempre maggiore, ne abbiamo due, tre a famiglia. Ci sono molti Suv, sembra di essere in Texas o in California, è quasi una mania. Sono auto sovradimensionate. Occupano più spazio, riducono la visibilità e la vivibilità della strada»
Educazione stradale: i consigli validi

Il richiamo è quello ai “fatal four”. «Eccesso di velocità, guida in stato di alterazione, mancato uso delle cinture di sicurezza, distrazione. A 30 all’ora non ammazzi una persona. Non importa se ti senti una lumaca, ma il motivo c’è per abbassare la velocità nei centri urbani e bisogna farlo digerire a tutti. Il pericolo della distrazione è il più difficile da far capire ai ragazzi. Soprattutto quella determinata dall’uso dello smartphone. I giovani sono un po’ strafottenti, pensano di essere bravi, di sapere guidare meglio degli altri, di avere riflessi prontissimi, ma bastano tre, cinque secondi per ammazzare una persona. C’è un lavoro profondissimo da fare su questo. La precedenza è tua e non ti fermi? I ragazzi fanno della precedenza una questione di principio, ma togliere una vita, anche se avevi ragione, significa rovinare la propria. Anche chi uccide ha una vita rovinata, se proprio non è un bruto».
La maleducazione
Gli automobilisti, anche giovani, accusano quelli che usano bici e monopattini di essere maleducati, non rispettare regole e precedenze. «Ma a parità di maleducazione, il ciclista muore. Il mezzo amplifica la maleducazione. In Inghilterra, c’è una graduatoria delle responsabilità in proporzione al mezzo, un discorso che in Italia non passa. Per gli inglesi rallentare è comunque un comportamento virtuoso. Da noi al volante sembrano tutti guerrieri». Un’epica del guidatore amplificata dalle pubblicità delle auto, viste come un mezzo di libertà, per percorrere spazi naturali infiniti, senza ostacoli, in solitudine. Peccato che poi i guidatori di mezzi potenti si ritrovano nel traffico, con un notevole senso di frustrazione e reazioni psicologiche di ogni tipo allo stress. «L’intelligenza artificiale ridurrà drasticamente gli incidenti, perché ridurrà l’errore umano. La macchina non beve, non fuma, non si addormenta».
Convivenza difficile

Posso convivere i vari mezzi, in armonia? «Gli studi sulla sicurezza stradale dimostrano che la strada promiscua è pericolosa. L’ideale è riservare ai mezzi a motore e pesanti le strade a scorrimento veloce, chiuderle, e avere più zone a 30 all’ora e pedonalizzate, percorribili da bici e pedoni. Non sempre è possibile. Di sicuro, non basta una striscia sull’asfalto per delineare e mettere in sicurezza una pista ciclabile. È una presa in giro. Serve un lavoro serio di pianificazione, a opera di un urbanista. Uno come Matteo Dondé».
Da sindaco o amministratore…
Luca copierebbe quello che fanno in Francia e in Inghilterra. O ad Amsterdam, dove i ciclisti sono davvero una massa critica che modifica regole e abitudini di guida. «In Inghilterra non possono neppure concepire azioni come quelle di Fleximan, che taglia gli autovelox. Sono gesti socialmente inaccettabili. In Italia non c’è riprovazione sociale per certi comportamenti, che sono in qualche modo giustificati».




















I commenti che non rispettano queste linee guida potranno non essere pubblicati