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Come gli uomini vedono le donne in bici

Come gli uomini vedono le donne in bici

Nel ciclismo chi ha vinto più gare di tutti? Penso che la maggioranza degli appassionati risponderebbe nominando uno dei grandi campioni della storia, cioè un maschio. Invece è una donna: Marianne Vos, lei, con le sue 255 vittorie, ha la stessa percentuale di vittorie di Eddy Merckx, ma può sperare di superare “il Cannibale”, essendo ancora in attività.

La parola ciclista è una parola neutra, puoi abbinarla con l’articolo maschile o quello femminile. Ma gli algoritmi che profilano i miei dati sui social (quali che siano: Instagram, Pinterest o Facebook) lo ignorano. Sebbene venga individuato sicuramente come maschio appassionato di ciclismo, non significa che sia per forza di cose o per “natura” interessato a immagini provocatorie di cicliste-modelle in pose che dovrebbero stuzzicare i miei appetiti, ma che invece mi infastidiscono perché non sento di appartenere alle bolle goliardiche dove i commenti volgari abbondano. Ma è una battaglia persa, perché il mio disinteresse non viene preso in considerazione e la volta successiva mi ritrovo le stesse pose equivoche e sessiste.

Penso che dipenda dal fatto che nonostante i tanti esempi dei miei interessi – associazioni, gruppi spontanei, singole cicliste, eventi dedicati – persiste nell’ambiente degli appassionati un immaginario maschilista che l’algoritmo registra e asseconda, dando per scontato che a noi maschi piaccia “stare dietro” ad una donna che pedala o sbavare dietro al “giusto guardaroba” che mette in evidenza corpi come oggetti del desiderio.

Quindi il mondo della bici è in prevalenza maschilista?

In effetti il ciclismo è uno degli sport meno attenti alla parità di genere e la stessa Marianne Vos è una delle tantissime donne che si batte per queste tematiche e per una maggiore uguaglianza nel settore agonistico. Un’atleta che ha contribuito, insieme alle colleghe Kathryn Bertine, Emma Pooley, e Chrissie Wellington a realizzare il Tour de France Femmes come lo conosciamo oggi.

Il maschilismo verso le donne in bici ha una tradizione che viene da lontano e quindi radicata. Quasi “imbattibile”, come venne definito da Alfredo Binda, uno dei ciclisti più forti di sempre e che sulle donne in bici la pensava nel seguente modo: “Sono contrario al ciclismo femminile, ovviamente. Penso che sia giusto che le donne vadano in bicicletta, ma niente di più. La competizione non fa per loro. Non è bello vedere una donna sudata che traballa sui pedali senza alcuna grazia. Non ho dubbi che la maggior parte degli allenatori e degli atleti sia d’accordo con me. Una volta, a un congresso internazionale di ciclismo, chiesi la parola per esprimere il mio disaccordo con le federazioni dei Paesi che avevano inserito le gare femminili nel loro calendario. Ho concluso con questa frase: “Les hommes en vélo et les femmes dans la cuisine!”. (cit). Non male per uno che per la sua eleganza femminea nella pedalata era soprannominato dai francesi “la Gioconda”.

Comunque sia la Storia ci riserva sorprese inattese, e oggi il Trofeo intitolato a Binda che partirà il prossimo 16 marzo è uno degli appuntamenti classici del Women’s World Tour, dove quest’anno saranno presenti tutte le squadre femminili e le atlete più importanti.

Come gli uomini vedono le donne in bici

Per tornare alla questione di come noi uomini vediamo le donne in bici, rimane il fatto che le donne in bici rimangono sovente “oggetto” di battute goliardiche e destinatarie di ammiccamenti fastidiosi, inopportuni. Oppure subiscono il sarcasmo in qualche video dove qualche maschio non perde occasione di mostrarle in una qualche situazione, suo malgrado, goffa.

Immagino che qualcuno di noi “maschietti” si sentirà estraneo, non coinvolto perché già coinvolto nelle azioni per la parità di genere. Ma non è sufficiente avere la coscienza a posto. Perché si rischia di sopravvalutare la propria cerchia di appartenenza, ignorando o sottovalutando una cultura che ancora propugna certi stereotipi.

C’è ancora molto da fare e tocca a noi uomini

Innanzitutto, in quanto maschi dovremmo prendere maggiori iniziative e dissociarci in modo pubblico nei casi più volgari, evidenziando la distanza da certi atteggiamenti. Allo stesso tempi dovremmo auto-educarci e farci aiutare dall’universo femminile nello sviluppare una sensibilità più acuta in quelle occasioni dove il nostro modo di essere s’impone.

Le gare amatoriali

Ad esempio, capita spesso d’iscriversi a eventi amatoriali dove la comunicazione è tutta al maschile, a partire dalle immagini dei volantini: il 90% delle volte sono rappresentati solo ciclisti maschi, magari barbuti. Le poche rappresentazioni femminili sono a corredo e quasi mai centrali. Quasi che la loro partecipazione anche se contemplata, venga “tollerata” o comunque inserita d’ufficio, perché “pare brutto”.

L’attivismo

Per fortuna ci sono molti esempi di attivismo di donne che si muovono in bicicletta e che rivendicano maggiori spazi di visibilità e condizioni favorevoli per l’utilizzo della bicicletta. Ed è solo grazie alla loro straordinaria forza creativa riescono a smontare pregiudizi e far crescere sensibilità diverse, a fare breccia in molti di noi.

L’impressione però è che non ci siano abbastanza uomini a loro fianco. Bisogna ammettere che rimaniamo assenti, compiacenti, tuttalpiù solidali senza introdurre delle azioni concrete che non siano pura testimonianza di affetto e di stima.

La tradizione

Siamo eredi della tradizione: più alto, più veloce, più forte, è il vecchio motto olimpico. Noi maschi sentiamo che la potenza e la velocità soddisfano il desiderio di competizione anche nella vita di tutti i giorni. Per le femmine invece l’autoaffermazione passa attraverso l’appartenenza, la profondità e l’interesse a collaborare.

Gli studi

Come riportano alcuni studi, uomini e donne hanno una diversa percezione del rischio e gli spostamenti sono diversi per genere. Quelli maschili sono più lineari mentre quelli femminili più frammentati e non per una loro “natura”, ma perché ad esempio i tempi di vita e di lavoro non sono paritari.

Affidarsi alle loro molteplicità, significa capire meglio che il divario tra uomini e donne nell’uso della bicicletta, nasce anche dal nostro genere di appartenenza. Mentre il nostro bike-to-work è diretto (e magari poi ci raccontiamo le “avventure” sui social per il freddo o la pioggia presi, come fosse un viaggio epico), il bike-to-work delle donne deve farsi carico di soste e deviazioni per la diversa distribuzione degli incarichi familiari: portare i bambini a scuola, la spesa, la gestione della casa, il lavoro.

Molti studi confermano che nei Paesi dove la parità è maggiore, più donne usano la bicicletta per gli spostamenti e di conseguenza un numero maggiore di donne pratica la bici anche come sport e svago (in Italia le donne iscritte alla Federazione Ciclistica sono solo 6847 contro i 59948 uomini). Nei Paesi Bassi e la Danimarca le donne che usano regolarmente la bici sono il 45%.

Cosa possiamo fare?

Lasciare maggiore spazio e fare, noi maschi, un passo indietro. Collaborare per progettare piste ciclabili che consentano una migliore connessione tra scuole, servizi interni ai quartieri, negozi, tenendo conto delle differenti esigenze, cambiando i tempi di vita e di lavoro. Redistribuire i compiti nella coppia e nel mondo del lavoro a partire dagli incarichi.

Queste sono alcune delle vie da percorrere, pedalando insieme.

L’auspicio insomma è che il numero di uomini accondiscendenti con gli atteggiamenti maschilisti continui a diminuire. Chissà che, alla lunga, persino l’algoritmo non finisca per accorgersene, proponendo un’idea maschile più femminile.

FONTI

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Commenti

  1. Simona ha detto:

    Trovo questo articolo molto interessante e sono lieta che sia stato scritto da un uomo. Rilevo, tuttavia, con stupore e dispiacere, il persistere di alcuni preconcetti sia nell’analisi del presente che nella formulazione delle possibili soluzioni. Quando si dice: “il bike-to-work delle donne deve farsi carico di soste e deviazioni per la diversa distribuzione degli incarichi” e quindi “Collaborare per progettare piste ciclabili che consentano una migliore connessione tra scuole, servizi interni ai quartieri, negozi, tenendo conto delle differenti esigenze” si sta, di fatto, accettando che i carichi familiari gravino più sulle donne che sugli uomini. E’ un po’ come decidere di regalare un elettrodomestico a una donna pensando di agevolarla in cucina. Roba da anni 50, insomma. Io invece mi auguro che molti mariti e padri, invece di regalare fantastici elettrodomestici o lottare per dare alle donne piste ciclabili per accompagnare i bambini a scuola, capiscano che portare i bambini a scuola, andare a parlare con gli insegnanti, portare i figli alle attività extra-scolastiche, fare la spesa, cucinare, fare il bucato etc. sono compiti anche loro e che non farli è un venire meno al loro ruolo di mariti e di padri. La parità da raggiungere è quella degli uomini, che ancora in tantissimi casi (per fortuna non tutti) sono molto indietro nei loro ruoli familiari.

  2. Ivan ha detto:

    Personalmente sono sempre felice di vedere donne in bici e ultimamente guardo con più piacere le gare femminili di quelle maschili perché lì non c’è un Pogacar che ammazza la corsa e spesso vedo gare più combattute e divertenti.
    Purtroppo è vero che nella nostra società spesso vincono gli stereotipi e lo sport dovrebbe aiutare a superare questa cosa perché alla fine quando siamo in sella alla nostra bici, uomini o donne poco importa, facciamo tutti la stessa fatica e pedaliamo con la stessa passione.
    Penso poi che se molte più donne si avvicinassero alla bici forse ci sarebbe qualche donna al volante in meno che ci insulta e ci strombazza dietro senza alcun motivo come troppo spesso mi capita; e questo non è uno stereotipo ma l’amara constatazione data da una pluriennale ‘esperienza di ciclo amatore.

  3. Eddie ha detto:

    Nella nuova matematica capita questo e altro.
    “…Marianne Vos, lei, con le sue 255 vittorie, ha vinto più di chiunque altro”.
    Invece nella vecchia cosi` faSSSista Matematica:
    Chi ha vinto più gare nel ciclismo?
    Maggior numero di vittorie in carriera: 286, Eddy Merckx

    [Marianne Vos, lei, con le sue 255 vittorie, ha la stessa percentuale di vittorie di Eddy Merckx, ma può sperare di superare “il Cannibale”, essendo ancora in attività – Bikeitalia.it]

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