«Il Consiglio Comunale rifiuterà di accogliere una formazione israeliana alla partenza del Tour de France 2026. Vogliamo che le squadre che gareggiano sotto quella bandiera vengano fermate». Con queste parole, l’assessore allo Sport di Barcellona, David Escudé, ha acceso un fuoco che rischia di travolgere la Grande Boucle ancor prima del via.
La scintilla accesa alla Vuelta
Dopo le tensioni esplose nell’ultima Vuelta a España, in seno ad ASO – l’organizzazione che controlla il Tour de France – cresce la preoccupazione: la Grand Départ 2026, già annunciata a Barcellona, non è più così certa.
La Spagna, infatti, ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina nel 2024 e l’opinione pubblica, soprattutto in Catalogna e nei Paesi Baschi, continua a manifestare con forza in chiave pro-palestinese. In questo contesto, la presenza della squadra Israel-Premier Tech rischia di diventare un problema difficile da gestire.
Una partenza sempre più incerta
Ad oggi la corsa dovrebbe scattare il 4 luglio 2026 dalla capitale della regione spagnola della Catalogna, con due tappe supplementari in territorio catalano. Ma il calendario internazionale, già provato da conflitti e proteste, lascia intravedere l’ipotesi di un rinvio o addirittura di un cambio di sede. La presentazione ufficiale del percorso, fissata per il 23 ottobre 2025, incombe come una scadenza che potrebbe rivelarsi decisiva.
Il nodo delle garanzie politiche
Il giornalista belga di Sporza, Renaat Schotte, ha riassunto così il nodo della questione: «Alla luce degli eventi, organizzare un appuntamento di tale portata non sarà semplice. ASO chiederà garanzie precise al governo spagnolo». Un impegno che appare tutt’altro che scontato, vista la lentezza della politica e la portata simbolica del conflitto israelo-palestinese.
Il peso delle decisioni internazionali
Le autorità spagnole hanno già ribadito di non voler limitare le proteste. E il parallelo con l’esclusione di Russia e Bielorussia dalle competizioni internazionali, decisa dal CIO dopo l’invasione dell’Ucraina, è inevitabile. Ma c’è un problema: l’UCI non ha il potere di bandire squadre nazionali o professionistiche, la decisione spetta solo al Comitato Olimpico Internazionale. E fino ad oggi, nonostante le condanne dell’ONU e la pressione dell’opinione pubblica, nulla è stato deciso in merito a Israele.
L’ipotesi compromesso e partenza da Barcellona
C’è chi ipotizza un compromesso tecnico: il cambio di licenza della Israel-Premier Tech, magari sotto bandiera neutrale, e l’abbandono dei simboli nazionali. Ma resta il dubbio se Sylvan Adams, il patron del team nato per promuovere Israele, sia disposto a fare un passo indietro e accettare una simile soluzione.
Così la palla resta nelle mani di ASO, stretta in una morsa tra la volontà di mantenere Barcellona come vetrina internazionale e la necessità di garantire la sicurezza e il regolare svolgimento della corsa. Una scelta difficile, che rischia di trasformarsi in un boomerang economico e d’immagine.
Il Tour de France, la corsa che più di ogni altra rappresenta la grande festa del ciclismo, si trova davanti a un bivio. Confermare Barcellona, con tutti i rischi del caso, o virare verso un piano B che costerebbe caro e suonerebbe come una resa?
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